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4 aprile 2009

Cumbre gatopardista


El gran circo de Londres
Por Atilio A. Boron
Meses atrás la formidable maquinaria propagandística del imperio alimentaba la ilusión de que la reunión del G-20 en Londres le daría la estocada final a la crisis. Sin embargo, a medida que se acercaba la fecha comenzaron a oírse voces discordantes. Nicolas Sarkozy y Angela Merkel lanzaron baldes de agua fría sobre el inminente cónclave y el anfitrión, el “progresista” británico Gordon Brown, aconsejó bajar las expectativas al paso que un número creciente de economistas críticos e historiadores advertían sobre lo fútil de la tentativa. Pese a ello los ilusionistas y malabaristas del sistema no dejaron de ensalzar la reunión de Londres y tratar de que las tibias medidas que allí se adoptasen fuesen interpretadas por el público como propuestas sensatas y efectivas para resolver la crisis.

Como era de esperar, poco y nada concreto salió de la reunión. Y esto por varias razones. Primero, porque lo que con arrogancia e ignorancia inauditas algunos caracterizaron como Bretton Woods II ni siquiera se planteó la pregunta fundamental: ¿reformar para qué, con qué objeto? Al soslayarse el tema por omisión quedó establecido que el objetivo de las reformas no sería otro que el de volver a la situación anterior a la crisis. Esto supone que lo que la causó no fueron las contradicciones inherentes al sistema capitalista sino aquella “exuberante irracionalidad de los mercados” de la que se lamentaba Alan Greenspan, sin percatarse que el capitalismo es por naturaleza exuberantemente irracional y que esto no se debe a un defecto psicológico de los agentes económicos sino que tiene sus fundamentos en la esencia misma del modo de producción. Segundo: dado lo anterior no sorprende comprobar que el G-20 haya decidido fortalecer el papel del FMI para liderar los esfuerzos de la recuperación, siendo el principal autor intelectual de la crisis actual. El FMI ha sido, y continúa siendo, el principal vehículo ideológico y político para la imposición del neoliberalismo a escala planetaria. Es una tecnocracia perversa e inmoral que percibe honorarios exorbitantes (¡exentos del pago de impuestos!) y cuya pobreza intelectual la resumió muy bien Joseph Stiglitz cuando dijo que el FMI está poblado por “economistas de tercera formados en universidades de primera”. ¿Y de la mano de estos aprendices de brujos se piensa salir de la crisis más grave del sistema capitalista en toda su historia? No hay en esto un ápice de exageración: esta crisis es la manifestación externa de varias otras que irrumpen por primera vez: crisis energética, medioambiental, hídrica. Nada de esto había en la depresión de 1873-1896 o en la Gran Depresión de los años treinta.

En su entrelazamiento estas crisis plantean un desafío de inéditas proporciones, frente al cual las recetas del FMI no harán sino profundizar los problemas hasta extremos insospechados. Tercero: dada esta situación el tema es demasiado grave para dejarlo en manos del G-20 y sus “expertos”. Por eso el presidente de la Asamblea General de la ONU, Miguel D’Escoto, dijo que lo que se necesitaba no era un G-20 sino un G-192, una cumbre de todos los países, y la convocó para junio de este año. El G-20 trata de cooptar a varios países del Sur con la esperanza de robustecer el consenso para una estrategia gatopardista de “salida capitalista a la crisis del capitalismo”: cambiar algo para que nada cambie. Pero no hay posibilidad alguna de capear este temporal apelando a las recetas del FMI, y los países invitados a Londres, entre ellos la Argentina, lo mejor que podrían hacer es denunciar con serenidad pero con firmeza la inanidad de las medidas allí adoptadas y que dentro del capitalismo no habrá solución para nuestros pueblos ni para las amenazas que se ciernen sobre todas las formas de vida del planeta Tierra.

1 aprile 2009

Uno specchio per il futuro


In Italia centomila senza fissa dimora. La metà sono diplomati.

di Claudia Fusani
Sono per lo più italiani, hanno all’incirca 40 anni, il 30 per cento è diplomato e il 7 per cento laureato, il 13 per cento ha un lavoro fisso o comunque è attivo nel mercato del lavoro (74%), il 70 per cento legge un quotidiano. Eppure sono clochard, senza fissa dimora. Poveri barboni. Una volta, adesso non più. Avrà molte sorprese il Viminale quando nel 2010 avrà il primo censimento nazionale dei cosiddetti barboni, così come stabilito dal disegno di legge sulla sicurezza già approvato al Senato e all’esame della Camera. A cominciare dal numero: le stime delle organizzazioni di volontariato parlano di un fenomeno che in Italia riguarda 70-100 mila persone, quasi lo 0,2 per cento della popolazione, una percentuale che ci affianca agli Stati Uniti dove gli homeless sono una realtà quasi “ordinaria”.

Un primo assaggio di questa realtà arriva grazie allo studio di due ricercatori della Bocconi (Michela Braga e Lucia Corno) e della Fondazione De Benedetti che la notte del 14 gennaio 2008 (dati elaborati e diffusi nel gennaio 2009) hanno fatto il censimento di chi dormiva non in abitazioni proprie, quindi panchine, stazioni, sottopassi ma anche campi nomadi e strutture di volontariato. La rilevazione ha fotografato una popolazione di circa 4mila adulti privi di una casa: 408 erano in strada, 1.152 nei dormitori e circa 2.300 in baraccopoli o edifici dismessi. Quattromila, quindi, nella sola città di Milano, un dato che proiettato a livello nazionale arriva a 70-100 mila.

L’ultimo censimento disponibile - del 2001 - parlava di circa 17 mila persone su tutto il territorio nazionale, lo 0,03 della popolazione. Numeri che dicono da soli quanto il fenomeno sia cresciuto in meno di dieci anni. La fotografia scattata dai ricercatori della Bocconi smonta pezzo dopo pezzo l’iconografia tradizionale del clochard come individuo che rifiuta il mondo e lontano dal tessuto delle reti sociali. A cominciare dalla nazionalità: gli stranieri sono la netta maggioranza (67%) nelle baraccopoli, diventano il 60 per cento nei dormitori e il 44 in strada. Per gli italiani è una scelta obbligata, sono diventati poveri per problemi legati al lavoro o alla famiglia (separazioni). Per gli stranieri, invece, è una «prosecuzione» naturale della loro condizione di immigrati.

Lo studio è stato presentato ieri in un convegno organizzato dall’Italia dei Valori. Nello Formisano e Ahmad Gianpiero Vincenzo, italiano convertito all’Islam e consulente per il partito di Di Pietro per gli affari sociali, hanno presentato un disegno di legge in due punti - utilizzo del miliardo e 300 milioni dei fondi Gescal; autorecupero tramite cooperative sociali dei 4 mila immobili confiscati alle mafie - che mette in primo piano il problema degli homeless. Una realtà, denuncia la Caritas, «che non più essere considerata marginale e che invece questo governo punta solo a controllare senza aiutare». Una fetta di popolazione «senza casa ma non per questo senza speranza».

Una sera da cani


Francia, i lavoratori sequestrano manager dell'azienda
Non è sfuggito alla rabbia dei lavoratori nemmeno il re del lusso, Francois -Henri Pinault, proprietario di un gruppo che spazia da Gucci fino alla casa d'asta Christies. Circa 100 lavoratori infuriati hanno preso d'assalto la macchina del miliardario mentre lasciava una riunione nella sede del suo gruppo PPR. Un'ora più tardi, la polizia è riuscita a liberarlo.

A lui, tutto sommato, è andata bene. Passeranno invece la notte in fabbrica i quattro manager della Caterpillar, rinchiusi da ore nello stabilimento di Grenoble. Martedì mattina, gli operai hanno presi in ostaggio, il direttore dell'azienda, Nicolas Polutnick, il responsabile delle risorse umane, il capo del personale e un altro funzionario. È successo dopo che il gruppo produttore di macchine per costruzioni, che ha 2500 dipendenti, ha annunciato il licenziamento di 733 persone. «Li tratteniamo nell'ufficio del direttore e stiamo discutendo con loro per riaprire i negoziati. Non li lasceremo partire», ha aggiunto Benoit Nicolas, sindacalista della Cgt.

La strategia di difesa dei lavoratori, però, non sembra destare troppe preoccupazione. Pare che Pinault, durante l’ora di sequestro in auto, abbia continuato a parlare tranquillamente al telefono, mentre intorno centinaia di persone lo assediavano. La casa madre di Caterpillar, dagli Stati Uniti, invece ha fatto sapere che mantenere il sito di Grenoble è una «priorità assoluta», esprimendo rammarico per l'azione di una «piccola minoranza».

In realtà lo stato d’animo dei lavoratori francesi non sembra così minoritario: oltre ai casi di oggi, nelle ultime tre settimane, la stessa sorte è toccata all'amministratore delegato di Sony France, Serge Foucher, trattenuto per tutta la notte dai suoi dipendenti all'interno dell'impianto di Pontnox-sur-l'Adour, e a Luc Rousselet, direttore della filiale francese dell'azienda chimica americana 3M è restato bloccato per oltre ventiquattr’ore nella fabbrica di Pithivers.

27 marzo 2009

Un presidente operaio


Berlusconi: «Chi è licenziato si trovi qualcosa da fare»
Se Silvio Berlusconi fosse in cassintegrazione cercherebbe «un'altra possibilità, una attività diversa, magari in un negozio o una cosa commerciale».

Il presidente del Consiglio lo dice mentre visita il termovalorizzatore di Acerra. «Non starei lì, avendo la cassintegrazione a non fare nulla», spiega il premier «cercherei di fare qualcosa».Ieri aveva esortato i disoccupati: «Chi è stato licenziato si trovi qualcosa fare, io non starei con le mani in mano...». «Io spero comunque che si faccia di tutto affinchè non si lasci nessuno a casa - ha aggiunto - Anche gli imprenditori si devono inventare qualcosa».

25 marzo 2009

Para no ser cipayo


Coloniaje mental
Es siempre perentorio libertar a la política, a la escuela, al colegio, a la Universidad, de todo coloniaje mental, porque de tal sumisión resulta en nuestros países la entrega de su economía, de su política, de su cultura. (Documento liminar. Reforma Universitaria. 1918.)

Por Proyecto Sur
La actual crisis mundial no es meramente económica o financiera; manifiesta un cambio de época que cierra el ciclo histórico de la Revolución Industrial y la Edad Contemporánea. Su magnitud y naturaleza obliga a pensar respuestas creativas ante este colapso, que evoca las grandes crisis de 1873 a 1895 y la de los años treinta. También ahora se trata de una crisis de sobreproducción por carencia de demanda, cuyo origen se sitúa en la polarización de la riqueza mundial: el 20 por ciento de los sectores más ricos concentran el 87 por ciento de los ingresos.

La globalización neoliberal ha exacerbado durante las últimas décadas esta polarización, gestando una inmensa masa de población sobrante que supera los dos mil quinientos millones de personas en el planeta. Nuevos polos económicos como China e India comenzaron a disputar los mercados, que hasta los ochenta dominaban Estados Unidos, la Unión Europea y Japón, planteando condiciones de sobreproducción al no complementarse con una redistribución de la riqueza, para garantizar la demanda internacional correspondiente. Esa sobreproducción llevaría a los capitales financieros que no encuentran oportunidades de inversión en la economía real a volcarse a la especulación sin límites.

Durante más de veinte años, la economía mundial crece sobre la base ficticia de una valorización financiera basada en papeles pintados –acciones, compras a futuro, primes o subprimes, hedge funds y similares– carentes de todo respaldo: hacia 1983 el monto total de activos financieros disponibles era equivalente al producto mundial; pero hasta fines de 2007 había crecido en un 1800 por ciento, gracias a esa especulación. La resistencia de Estados Unidos a aceptar su declinación como líder económico, financiero y militar del sistema imperialcapitalista se traduce en una gigantesca deuda que desintegra el supuesto respaldo de una poderosa economía a esos papeles pintados. A comienzos de 2008, la suma de su deuda pública y externa superaba los 21 billones de dólares –casi dos veces el PBI de 13 billones–, además de la deuda privada de la población, de otros 14 billones: 35 billones equivalentes al 50 por ciento del PBI mundial, que en el 2007 rondaba los 60 billones.

La implosión de septiembre de 2008 transparenta esa descomunal farsa; porque los valores reales de los diversos papeles pintados son varias veces menores: como ejemplo, altos ejecutivos admiten que, en pocos meses, los activos del Citigroup se redujeron al 10 por ciento.

El carácter civilizatorio de la crisis se vincula con los impactos de la Revolución Científico-Técnica, en tanto las tecnologías de avanzada requieren un 75 por ciento menos de tiempo de trabajo humano para el grueso de las tareas en las diferentes áreas de actividad económica y social. La filial de Ford en Argentina es ilustrativa: su gerente declaraba con orgullo que, gracias a los robots, estaban produciendo con dos mil quinientas personas más de lo producido en los años setenta con doce mil trabajadores: lo que se denomina reconversión tecnológica salvaje. El tema es que los robots no se cansan, no paran para comer, no hacen huelgas, pero tampoco compran automóviles; ni hablar de las posibilidades de compra de los miles de trabajadores desplazados.

Expandida a todas las áreas industriales, los servicios, las comunicaciones, las finanzas, las cargas portuarias, el sector rural y otras áreas –dado su carácter invasor–, la reconversión salvaje se acelera en los últimos veinte años. Sin embargo, esa disminución del tiempo de trabajo no se resuelve necesariamente desplazando personas: la alternativa es bajar la jornada laboral y retener al conjunto de los trabajadores con salarios dignos. Esta última opción se impuso ante la crisis del treinta y en especial entre 1945 y 1973, cuando la jornada bajó masivamente desde las 72 horas semanales de principios del siglo XX a 40 horas: un descenso del 45 por ciento, que coincidió con los más altos niveles de crecimiento de la economía internacional. Si estamos ante una crisis de sobreproducción por carencia de demanda, la clave es una redistribución en gran escala de la riqueza y no el aporte de cuantiosos fondos a los principales bancos y corporaciones responsables del desastre, sumado a despidos en masa: vano intento de apagar el fuego con gasolina.

En este contexto deben evaluarse las decisiones del gobierno sobre el Tren Bala y Aerolíneas Argentinas. Un proyecto nacional y de integración latinoamericana autónoma, desde una visión crítica al coloniaje mental –a la idea de nuestra incapacidad congénita– obliga a concebir alternativas exactamente inversas a las del kirchnerismo y los partidos opositores de derecha. Se trata de superar el predominio del modelo agro-minero-exportador, que tiende a dejarnos fuera de la historia. Porque si Argentina y América latina no abordan el desarrollo de conocimientos y tecnologías de punta están condenadas a producir velas de sebo cuando ha llegado la electricidad.

Frente al Tren Bala, que endeuda al país por treinta años e impone una dependencia tecnológica con Francia, se ha planteado el Tren para Todos, con producción local de locomotoras, rieles, vagones y todo el instrumental necesario, lo cual crearía decenas de miles de puestos de trabajo legítimos, además del efecto multiplicador en la producción de insumos y en las economías del interior. En el caso de Aerolíneas, es irracional endeudarnos en más de 3000 millones de euros a favor de la Airbus europea y reforzar la subordinación tecnológica, con la compra de aviones bajo la extorsión espuria de Marsans. De ser así, la estatización de la fábrica aeronáutica de Córdoba la convertiría en un mero taller mecánico de mantenimiento.

En contraste, proponemos un sistema provisorio de leasing, durante el tiempo requerido para abordar la coproducción con Embraer de Brasil y Enaer de Chile, junto a otras naciones del continente, utilizando el capital disponible en la reconstrucción efectiva de nuestra industria estatal aeronáutica: un proyecto orientado a desarrollar el potencial científico-técnico de América latina, como condición ineludible de su soberanía. Dentro del marco de Unasur esto permitiría incorporar a Aerolíneas en la creación de Líneas Aéreas Latinoamericanas –provista por aviones latinoamericanos–, a fin de cubrir las rutas internacionales. Para aquellos afectados por el coloniaje mental que duden de esta posibilidad, cabe recordarles que la empresa pública Invap –dependiente de la Comisión Nacional de Energía Atómica y la provincia de Río Negro– le ha ganado licitaciones internacionales a la Siemens (a pesar de sus coimas), a la General Atomic y a otras corporaciones de similar envergadura: mientras Obama lanza la consigna buy american, el gobierno proclama compre francés.

La historia exhibe con cifras inapelables el papel de las inversiones y los capitales financieros externos en Nuestra América. Luego de una década de Alianza para el Progreso, en 1969 los cancilleres latinoamericanos demostraron al presidente Nixon que por cada dólar invertido en el continente, Estados Unidos se había llevado tres. En una reunión episcopal realizada en México, los obispos denunciaron que América latina había pagado entre 1981 y 1990 la suma de 418.000 millones de dólares, sólo en concepto de intereses, por una deuda inicial de 80.00 millones. El saqueo respaldado por el FMI y el Banco Mundial durante los noventa multiplicó varias veces esos montos, con las privatizaciones, el tratamiento de la deuda o la fuga de capitales: la deuda con el Club de París y acuerdos semejantes son parte de este proceso.

Si el comportamiento delictivo de estos capitales financieros llevó al derrumbe de Wall Street y de las economías de la Unión Europea y Japón, si el financista Madoff le robó los ahorros al propio Henry Kissinger, imaginemos sus actividades en este continente. Razones que obligan a revisar la legitimidad de la deuda y las privatizaciones en América latina, como lo están haciendo Venezuela, Ecuador y Bolivia, con la complejidad propia de estos desafíos, enfrentando al coloniaje mental sin dobles discursos.

10 marzo 2009

El mundo desinflado


De la guerra infinita a la crisis infinita
Atilio A. Boron
(Ponencia presentada al XI Encuentro Internacional de Economistas sobre Globalización y Problemas del Desarrollo, La Habana, Cuba, 2-6 Marzo, 2009)

En las páginas que siguen quisiéramos exponer algunas ideas en torno a la actual crisis capitalista, sus probables “salidas” y el papel que en ella podría desempeñar una opción socialista. Dadas las restricciones de tiempo evitaremos innecesarios tecnicismos y trataremos de plantear las cosas de forma simple, pero sin caer en simplismos.

1. Comencemos caracterizando a esta crisis por la negativa, diciendo lo que esta crisis no es. Esto es importante porque el bombardeo mediático al que están sometidas nuestras sociedades presenta a los economistas y otros publicistas del establishment hablando de una “crisis financiera” o “crisis bancaria”. Poco antes, ni siquiera eso: se decía que estábamos en presencia de una crisis de las hipotecas “sub-prime”. Se pretende, de este modo, minimizar a la crisis, subestimarla, presentarla ante los ojos de la población como un incidente relativamente menor en la marcha de los mercados y que para nada pone en cuestión la salud y viabilidad del capitalismo como supuesta “forma natural” de organización de la vida económica. El paso del tiempo se encargó de demoler todas estas falacias.

2. ¿Qué clase de crisis, entonces? Si bien estamos apenas transitando su primera fase y aún cuando aquélla “no ha tocado fondo” no sería temerario pronosticar que nos hallamos ante una crisis general del sistema capitalista en su conjunto, la primera de una magnitud comparable a la que estallara en1929 y a la llamada “Larga Depresión” de 1873-1896. Una crisis integral, civilizacional, multidimensional, cuya duración, profundidad y alcances geográficos el tiempo se encargará de demostrar que será de mayor envergadura que las que le precedieron.

3. La crisis se torna visible, inocultable, por el estallido de la burbuja creada en torno a las hipotecas “sub-prime” y luego se transmite, rápidamente, a los bancos e instituciones financieras de Wall Street, y finalmente se extiende a todos los sectores y a la economía mundial. Pero la burbuja, y su estallido, es el síntoma; es como la fiebre que denuncia la presencia de una peligrosa infección. No es tanto la enfermedad (aunque podría argumentarse que la tendencia permanente en el capitalismo a formar burbujas especulativas también es un signo de insalubridad) como su manifestación externa, la que por momentos adquiere contornos ridículos o aberrantes. Ejemplo: la compra que efectúa en Marzo del 2008 el gigantesco banco JP Morgan del Banco de Inversiones Bear Stearns, el quinto en importancia en Wall Street, operación que se cierra por la irrisoria suma de $ 236 millones. Una semana más tarde el precio de esa firma se multiplicó por cinco. Pocos meses después, en Septiembre, y ante la pasividad de las autoridades económicas, se produce la bancarrota de Lehman Brothers, uno de los principales bancos de inversión de Estados Unidos. Merrill Lynch, su competidor en ese rubro, es vendido de urgencia al Bank of America en 50.000 millones de dólares.

4. Se trata, por lo tanto, de una crisis que trasciende con creces lo financiero o bancario y afecta a la economía real en todos sus departamentos. Y además es una crisis que se propaga por la economía global y que desborda las fronteras estadounidenses. Todos los esfuerzos para ocultarla a los ojos del público resultaron en vano: era demasiado grande para eso.

5. Sus causas estructurales son bien conocidas: es una crisis de superproducción y a la vez de subconsumo, el mecanismo periódico de “purificación” de capitales típico del capitalismo. No por casualidad estalló en EEUU, porque este país hace más de treinta años que vive artificialmente del ahorro y del crédito externo, y estas dos cosas no son infinitas ni inagotables: las empresas se endeudaron por encima de sus posibilidades y se lanzaron a realizar riesgosas operaciones especulativas; el Estado se endeudó irresponsable y demagógicamente para hacer frente no a una sino a dos guerras, no sólo sin aumentar los impuestos sino que reduciéndolos y, además, los particulares han sido sistemáticamente impulsados, vía la publicidad comercial, a endeudarse para sostener nivel de consumo desorbitado, irracional y despilfarrador. Era sólo cuestión de tiempo para que esta espiral de endeudamiento indefinido se detuviera catastróficamente. Y ese momento ya llegó.
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