15 gennaio 2009

I rabbini contro il sionismo


IL SIONISMO È QUESTO!

Israele è l’unico stato al mondo “democratico” che VOLUTAMENTE non ha una Costituzione.

Il sionismo dello Stato d’Israele rappresenta una grave e pericolosissima minaccia per l’esistenza dell’intera umanità, basti pensare a l’alta pericolosità nucleare di Israele anche in base a quanto ha dichiarato MARTIN VAN CREVEL professore di Storia Militare presso l’Università ebraica di Gerusalemme che nel corso di un intervista ha affermato: “Possediamo diverse centinaia di testate atomiche e di missili che possiamo lanciare su bersagli in tutte le direzioni, persino verso Roma. Molte capitali europee sono il bersaglio della nostra aviazione militare”. “Le nostre Forze armate sono la seconda o terza potenza al mondo. Abbiamo la capacità di portare il pianeta alla DISTRUZIONE insieme a noi, e vi garantisco che è quello che succederà prima che Israele sparisca”/Ha inoltre detto che l’unica strategia significativa nei confronti del popolo semita palestinese è la DEPORTAZIONE COLLETTIVA e che l’attuale governo sta soltanto aspettando il momento giusto e l’uomo giusto per farlo.

I non-ebrei non possono acquistare né prendere in affitto terre in Israele.

Gerusalemme, sia quella ovest che quella dell’est, è considerata, dall’intera comunità Internazionale, inclusi gli Stati Uniti, territorio occupato da Israele che la considera completamente come propria capitale.

Il governo Israeliano destina l’85% delle risorse idriche agli “ebrei” sionisti, mentre il restante 15% deve essere diviso tra tutti i Palestinesi dei Territori. Ad esempio ad Hebron l’85% dell’acqua è riservato a 400 coloni sionisti, mentre il restante 15% è ripartito tra 120.000 Palestinesi.

Gli aiuti finanziari forniti ogni anno ad Israele dagli USA (la gigantesca cifra circa 15.139.000 dollari al giorno per l’esercito Israeliano!) superano gli aiuti concessi a tutto il continente Africano.

ISRAELE E’ L’UNICO STATO MEDIO-ORIENTALE CON ARMAMENTI NUCLEARI (circa 500 bombe atomiche)

E’ L’UNICO STATO IN MEDIO-ORIENTE A RIFIUTARSI DI FIRMARE IL TRATTATO DI NON-PROLIFERAZIONE NUCLEARE, MENTRE PROIBISCE LE ISPEZIONI INTERNAZIONALI AI SUOI SITI.

Israele attualmente occupa, oltre la Palestina, territori di due nazioni sovrane (Libano e Siria) in spregio alle risoluzioni delle Nazioni Unite.

Da decenni, il governo Israeliano, invia i suoi killers in altri Paesi per assassinare i nemici politici.

Alti dirigenti dell’esercito Israeliano hanno pubblicamente ammesso di aver assassinato prigionieri di guerra disarmati.

Israele rifiuta di perseguire quei soldati colpevoli di assassinio.

Israele di norma confisca deliberatamente acconti bancari, esercizi commerciali, terre e rifiuta di pagare indennizzi a coloro che subiscono le confische.

Israele ha rifiutato di obbedire a più di 75 risoluzioni delle Nazioni Unite

La creazione dello stato di Israele ha l’intento esplicito di garantire il mantenimento di un carattere “ebraico” all’interno dello Stato.

L’ex primo Ministro Ariel Sharon è stato giudicato personalmente responsabile dei massacri di Sabra e Shatila in Libano.

L’attuale stato di israele è fondato sulle rovine di più di 400 villaggi palestinesi distrutti ed etnicamente “ripuliti” dall’esercito Israeliano nel 1948.

Almeno quattro premiers israeliani (BEGIN, SHAMIR, RABIN e SHARON) sono stati dichiarati CRIMINALI DI GUERRA , visto che hanno preso parte a massacri contro civili, bombardamenti di civili, espulsioni forzate di civili dalle loro case e dai loro villaggi.

Il Ministero degli esteri israeliano paga due note aziende di pubbliche relazioni americane affinché queste pubblicizzino un’immagine pulita di Israele al pubblico statunitense.

La coalizione del governo Sharon includeva un partito (“MOLEDET”) che invoca pubblicamente l’espulsione di tutti i Palestinesi dai cosiddetti Territori Occupati.

Negli otto anni del Processo di pseudo-pace di Oslo, gli insediamenti colonici sionisti in Cisgiordania e Gaza sono più che raddoppiati.

Gli insediamenti costruiti durante il governo Barak sono il doppio rispetto a quelli costruiti durante il governo Netanyahu.

Israele ha dedicato una volta, un francobollo ad un uomo accusato di aver attaccato un pullman di civili causando molte vittime.

Nonostante la tortura si stata ufficialmente messa al bando, lo SHIN BET (in Israele) continua a torturare sistematicamente i prigionieri politici Palestinesi, compresi donne e bambini.

I profughi palestinesi rappresentano la parte più numerosa dei profughi di tutto il mondo.

I checkpoints militari israeliani sono stati impiantati su tutto il territorio palestinese, in ogni città e villaggio, IN VIOLAZIONE DEGLI ACCORDI DI OSLO.

Quando la “Questione Palestinese” fu creata dagli Inglesi nel 1917, più del 90% della popolazione palestinese era ARABA, e c’erano in Palestina non più di 56.000 ebrei.

Più della metà degli ebrei che vivevano in Palestina allora erano di recente immigrazione, ed erano giunti in Palestina negli anni precedenti per sfuggire alle persecuzioni in Europa.

Allora (inizi del 900) gli ARABI PALESTINESI ERANO PROPRIETARI DEL 97,5% DELLE TERRRE, mente gli ebrei (sia quelli nati in Palestina, sia quelli recentemente immigrati) avevano soltanto il 2,5% delle terre.

Durante i 30 anni di regime di occupazione britannica, i sionisti riuscirono ad ottenere solo il 3,5% delle terre in Palestina, nonostante il governo britannico li avesse favoriti ampiamente, e gran parte di queste terre fu data ai sionisti direttamente dal governo britannico e non furono comprate dai proprietari arabi.

Quando l’Inghilterra affidò la risoluzione del problema Palestinese alle Nazioni Unite, nel 1947, i sionisti non possedevano che il 6% di tutto il territorio palestinese.

Nonostante questi fatti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise la formazione di uno “Stato Ebraico” in Palestina!!! E garantì a questo nuovo Stato circa il 54% del territorio palestinese!!!.

Israele subito dopo, OCCUPO’ immediatamente l’80,48% di TUTTA LA PALESTINA.

Questa espansione territoriale ebbe luogo, in massima parte prima del 15 Maggio 1948, e cioè prima del termine formale del mandato britannico e del ritiro delle forze inglesi dalla Palestina, prima che gli eserciti arabi si muovessero in difesa dei palestinesi, e prima che scoppiasse la GUERRA ARABO-ISRAELIANA.

La proposta del 1947 di creare uno “stato ebraico” in Palestina, fu approvata alla prima votazione solo dagli Stati Europei, americani, Australia e Nuova Zelanda (tutti paesi di stampo Colonialistico o colonizzati). Quando la questione fu rimessa ai voti nella sessione plenaria del 29 Novembre 1947, FORTI PRESSIONI AMERICANE riuscirono ad ottenere l’approvazione solo di un paese asiatico (Filippine) e due stati Africani (Liberia e Sud Africa). In altre parole lo “stato ebraico” fu posto nel punto di intersezione tra ASIA e AFRICA senza la libera approvazione di alcun Paese mediorientale, Asiatico o Africano.

Da quando i patti armistiziali furono firmati nel 1949, Israele ha mantenuto un esercito aggressivo che effettua spesso attacchi attraverso la linea di demarcazione armistiziale, invadendo ripetutamente i territori dei vicini Stati Arabi.

IN PASSATO, Israele è stato debitamente rimproverato, censurato e condannato per questi attacchi militari dal Consiglio di Sicurezza o dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,

Israele ha gradualmente IMPOSTO UN REGIME DI APARTHEID AI PALESTINESI che vivono nella loro patria. Più del 90% di questi vivono IN “ZONE DI SICUREZZA” (???) VIVONO SOTTO LA LEGGE MARZIALE CHE RESTRINGE LA LORO LIBERTA’ DI VIAGGIARE DI CITTA’ IN CITTA’, I LORO BAMBINI NON HANNO LE STESSE POSSIBILITA’ D’ISTRUZIONE, NON HANNO POSSIBILITA’ CONVENIENTI DI LAVORO, NE’ IL DIRITTO DI RICEVERE PAGHE UGUALI PER LAVORI UGUALI.

ISRAELE disattende TUTTE le risoluzioni ONU che gli impongono di sgombrare i territori palestinesi occupati nel 1967, continua a creare colonie negli stessi territori, con la speranza di annetterli in futuro; Israele non vuole risolvere il problema del rientro dei profughi, perché farlo SIGNIFICHEREBBE CONTRADDIRE IL MITO SU CUI ISRAELE E’ STATO CREATO: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Criminali di guerra


“Gli israeliani stanno usando armi non convenzionali”

Apcom, 14 gennaio 2009
"Non sono in grado di dire se gli israeliani stanno usando armi al fosforo bianco o all'uranio impoverito, ma stanno sicuramente 'sperimentando' sulla popolazione di Gaza nuovi ordigni chiamati Dime (Dense inerte metal explosive); si tratta di esplosivi di grande e controllata potenza che causano amputazioni e danni letali per chiunque venga colpito nel raggio di 10 metri".

Raggiunto dalla Misna a Gaza nell'ospedale di Shifa, il principale della città, il professor Mads Gilbert, medico norvegese e membro della organizzazione umanitaria Norwac, parla di persone che vengono portate a pezzi in ospedale, letteralmente tagliate in parti, e di conseguenze di lunga durata sui sopravvissuti. "Su questi strumenti di guerra non ci sono ancora sufficienti ricerche - aggiunge - sappiamo però che chi sopravvive ha molte probabilità di contrarre un tumore ed è comunque destinato ad una vita da disabile".

Le ipotesi di Gilbert, sono formulate sulla base di altre esperienze di guerra, di quella del Libano in particolare dove, nel 2006, gli israeliani vennero accusati di utilizzare proprio esplosivo Dime e fosforo bianco come da loro stessi ammesso in seguito. "Non abbiamo un laboratorio dove poter analizzare campioni - aggiunge il medico norvegese - ma parlo a ragion veduta sulla base dei corpi senza vita e dei feriti che continuano ad affollare questo ospedale. Ci sono corpi fatti a pezzi le cui ferite non sono state sicuramente causate da armi convenzionali, ci sono altri corpi che arrivano completamente bruciati, con gli organi interni decomposti".

Una tragedia umanitaria, sottolinea Gilbert, che colpisce indiscriminatamente tutti senza distinzione di sesso, di età, di occupazione: "Gran parte dei feriti che stiamo trattando ha subito gravi amputazioni; tutto quello che sta avvenendo a Gaza va contro ogni regola del diritto internazionale. Sento parlare di guerra ad Hamas, ma i miei occhi vedono solo bombardamenti sistematici contro la popolazione civile anche con armi vietate dalla comunità internazionale".

12 gennaio 2009

¿Por qué nos odian tanto?


La mentira criminal


Por Robert Fisk
Una vez más, Israel ha abierto las puertas del infierno para los palestinos. Cuarenta refugiados civiles muertos en una escuela de Naciones Unidas, otros tres en otro plantel de este tipo. No está mal para una noche más de trabajo en Gaza a cargo del ejército israelí, que cree en la "pureza de las armas". ¿Debería sorprendernos?

Ya se nos olvidaron los 17 mil 500 muertos –casi todos civiles, la mayoría mujeres y niños– durante la invasión de Israel a Líbano, en 1982; los mil 700 palestinos muertos durante la matanza de Sabra y Chatila; la masacre de Qanaen en que murieron 106 civiles libaneses refugiados, más de la mitad de ellos niños, en una base de la ONU ; la matanza de los refugiados de Marwahin, a quienes Israel ordenó salir de sus casas en 2006 para luego ser asesinados por helicópteros israelíes; los mil muertos en el mismo bombardeo del mismo año y en la invasión a Líbano, y lo mismo, casi todos civiles.

Lo que es sorprendente de los líderes occidentales, tanto presidentes como primeros ministros y, me temo, directores de medios y periodistas, es que se han tragado la vieja mentira de que Israel se cuida mucho de evitar víctimas civiles. "Israel hace todo el esfuerzo posible para evitar afectar a civiles", aseguró de nuevo otro embajador israelí horas antes de la matanza en Gaza.

Y cada presidente y primer ministro que ha repetido esta mendacidad como excusa para no exigir un cese del fuego tiene en las manos la sangre de la carnicería de anoche. Si George W. Bush hubiera tenido el valor de exigir un cese del fuego hace 48 horas, todos esos ancianos, mujeres y niños, esos 40 civiles, estarían vivos.

Lo que ocurrió no sólo es una vergüenza: fue una desgracia. ¿Sería exagerado llamarlo crimen de guerra? Porque así es como llamaríamos esta atrocidad si Hamas la hubiera cometido. Por lo tanto, me temo, estamos ante un crimen de guerra.

Después de cubrir tantos asesinatos masivos a manos de ejércitos de Medio Oriente –por soldados sirios, iraquíes, iraníes e israelíes-, supongo que debería yo reaccionar con cinismo. Pero Israel proclama que está combatiendo en la guerra "internacional contra el terror". Los israelíes aseguran luchar en Gaza por nosotros, por nuestros ideales occidentales, por nuestra seguridad y para salvarnos, de acuerdo con nuestras normas. Y así somos cómplices de las salvajadas que se cometen en Gaza.

Ya he reportado las excusas que en el pasado ha dado el ejército israelí por estos atropellos. Como está claro que serán recalentadas en las próximas horas, aquí les obsequio algunas: los palestinos mataron a sus propios refugiados, los palestinos desenterraron cuerpos de los cementerios y los plantaron en las ruinas. Y a final de cuentas, los palestinos tienen la culpa por haber apoyado a una facción armada, y además porque los palestinos armados deliberadamente utilizan a refugiados inocentes como escudos humanos.

Cuando la derechista Falange libanesa, aliada de Israel, perpetró la matanza de Sabra y Chatila, los soldados israelíes se quedaron ahí, observándolos durante 48 horas, sin hacer nada, y esto fue revelado por una investigación a cargo de una comisión israelí.

Posteriormente, cuando Israel fue acusado de esa matanza, el gobierno de Menachem Begin acusó al mundo de calumniar con sangre a su país. Después que la artillería israelí disparó bombas contra una base de la ONU en Qana, en 1996, los israelíes afirmaron que hombres armados de Hezbollah también se refugiaban en dicha base. Era mentira. Los más de mil muertos en 2006 en una guerra que comenzó cuando Hezbollah capturó a dos soldados israelíes en la frontera simplemente se achacaron a Hezbollah.

Israel aseguró que los cuerpos de niños asesinados en la segunda matanza de Qana fueron tomados de un cementerio. Ésa fue otra mentira.

Nunca hubo excusas para la masacre en Marwahin. Se ordenó a los pobladores de la aldea que huyeran y ellos obedecieron sólo para ser atacados por barcos artillados israelíes. Los refugiados tomaron a sus niños y los colocaron en torno a los camiones en que viajaban, para que los pilotos israelíes pudieran ver que eran inocentes. Fue entonces cuando los helicópteros israelíes les dispararon a corta distancia. Sobrevivieron sólo dos personas, haciéndose pasar por muertos. Israel ni siquiera ofreció disculpas por este episodio.

Doce años antes, otro helicóptero israelí atacó una ambulancia que llevaba civiles de una aldea a otra –de nuevo obedeciendo órdenes de Israel– y mató a tres niños y dos mujeres. Los israelíes aseguraron que había un combatiente de Hezbollah en la ambulancia. Era mentira. Yo cubrí todas estas atrocidades, investigué, hablé con sobrevivientes. Lo mismo hicieron varios colegas. Nuestro destino, desde luego, fue enfrentar la más vil de las calumnias: se nos acusó de antisemitas.

Y escribo lo siguiente sin la menor duda: escucharemos de nuevo estas escandalosas fabricaciones. Nos repetirán la mentira de que Hamas tiene la culpa. Dios sabe que éste es culpable de suficientes cosas sin tener que añadir este crimen. Probablemente nos salgan también con la mentira de "los cuerpos sacados del cementerio", y seguramente también escucharemos de nuevo la mentira de que "Hamas estaba dentro de la escuela de la ONU". Y definitivamente, nos dirán de nuevo la mentira del antisemitismo. Y nuestros líderes soplarán y resoplarán y le recordarán al mundo que fue Hamas el que rompió el cese del fuego.

Sólo que no fue así. Israel lo rompió primero, el 4 de noviembre, cuando dio muerte a seis palestinos durante un bombardeo a Gaza, y de nuevo el 17 de noviembre al matar con otro bombardeo a cuatro palestinos más.

Sí, los israelíes merecen seguridad. Veinte israelíes muertos en los alrededores de Gaza en 10 años es, desde luego, una cifra horrible. Pero 600 palestinos muertos en poco más de una semana y miles de muertos desde 1948, a partir de cuando la matanza israelí de Deir Yassin impulsó el éxodo palestino de esa parte de Palestina que se convertiría en Israel, es una escala totalmente distinta.

Esto recuerda, no lo que sería el normal derramamiento de sangre en Medio Oriente, sino una atrocidad del nivel de la guerra de los Balcanes en los años 90.

Desde luego, cuando un árabe se levante y con furia sin freno arroje hacia Occidente su ira incendiaria y ciega, diremos que eso nada tiene que ver con nosotros. "¿Pero por qué nos odian?", nos preguntaremos. No vayamos a decir que no sabemos la respuesta.

10 gennaio 2009

La Tierra prometida

Israel y sus dos proyectos

Por Rubén Dri *
En todos los grupos humanos o pueblos, tomado el término en su sentido genérico, siempre ha habido proyectos en pugna y luchas por imponerlos. Dicho de otra manera, siempre ha habido proyectos de dominación y proyectos de liberación, desdoblados en luchas por la dominación y luchas por la liberación. Esa realidad Marx la denominó “lucha de clases”, tomando el término “clase” en un sentido muy amplio, el único que cabe en la afirmación estampada en el célebre Manifiesto: “La historia de todas las sociedades hasta nuestros días es la historia de las luchas de clases”.

Esos proyectos contrapuestos y sus respectivas luchas quedan grabados en la memoria histórica de esos pueblos y se expresan en su cultura de diversas maneras. Ello significa que no hay ninguna cultura como expresión de la memoria histórica de un pueblo que pueda ser presentada como pura, como liberadora, sin sombras de opresión. Y al revés, ninguna puede ser presentada como sólo opresora, sin haber conocido en su seno las luchas por la liberación.

Esto nos lleva al tema de estas reflexiones, la política expansiva, opresora, del Estado de Israel y su propia cultura que ha sido estupendamente relatada y expuesta en los diversos, variados y contrapuestos textos que conforman lo que conocemos como la “Biblia”. Allí se exponen con claridad y rotundez los proyectos contrapuestos y sus respectivas luchas.

Cualquier lector de la Biblia ha vuelto muchas veces a la lectura de los Salmos en los que ha podido leer: “Ya tengo yo –Yavéh– consagrado a mi rey en Sion, mi monte santo. Anunciaré el decreto del Señor pues él me ha dicho: Tú eres hijo mío; hoy te he dado a la vida. Pídeme y serán tu herencia las naciones, tu propiedad los confines de la tierra” (Sal 2).

El rey al cual Dios lo hace hijo suyo y le promete la dominación sobre todas las naciones es David y también Salomón. Este rey no debía manifestar piedad ni misericordia sobre sus enemigos, pues “lanzó –el Señor– sus saetas y dispersó a los enemigos: salieron sus rayos y fueron derrotados”. Con semejante apoyo puede el rey exclamar: “Cuando persigo a mis enemigos, los alcanzo y no vuelvo hasta haberlos exterminado. Los derribo y no pueden levantarse, quedan en tierra bajo mis pies” y continúa en su entusiasmo exterminador “los desmenuzo como el polvo de la tierra y los piso como el barro del camino”. Para que no queden dudas de quién se trata, el salmo (Sal 19) termina: “Tú das más y más victorias a tu rey, y muestras compasión con tu ungido, con David y su descendencia para siempre”.

Estos salmos atestiguan una parte de la cultura hebrea, la dominante, la del poder de dominación. Es el proyecto de la monarquía, proyecto imperial, que se sustanciará en la monarquía davídico-salomónica. David en el año mil, aprovechando la ruptura de las fortalezas del sur que impedían el paso hacia el norte, ruptura que logra Saúl mediante la victoria de Micmás, avanza hacia la fortaleza cananea de Jerusalén, a la que transforma en capital del reino recién fundado sobre la derrota de la confederación de tribus.

David somete a los pueblos vecinos, amonitas, arameos, moabitas y edomitas dando cumplimiento a la promesa que, según la historia que escribieron los escribas monárquicos, Dios le había prometido a Abraham: “Haré de ti una nación grande y te bendeciré. Engrandeceré tu nombre, y tú serás una bendición. Bendeciré a quienes te bendigan y maldeciré a quienes te maldigan. En ti serán benditas todas las razas del mundo” (Gn 12, 2-3). A David le sucede Salomón, previa eliminación física de sus hermanos. Los tributos que no existían en la confederación de tribus, ahora no sólo se imponen, sino que son elevadísimos, pues deben servir para sostener el aparato del Estado, el harén del rey y el ejército, para el cual se realizaban levas en las tribus. Se impusieron los trabajos forzados, 30 mil hombres para traer las maderas del Líbano, 70 mil cargadores y 80 mil canteros. Con esa mano de obra se construyó el palacio, el templo, los palacios para las esposas del rey, las ciudades de aprovisionamiento y las fortalezas.

Los judíos que fundaron el Estado de Israel que somete a los palestinos no necesitan, pues, recurrir al cristianismo para inspirarse en su acción genocida. Pero ésa es sólo una parte de la tradición del pueblo hebreo. Falta la otra, que pertenece a las luchas de liberación que fue encarnada por los grandes profetas, sobre todo del siglo VIII aC y sus movimientos. Son Amós, Oseas, Miqueas y también Isaías, aunque ése exprese una corriente reformista.

Miqueas, el profeta campesino del reino del sur –pues a la muerte de Salomón el reino se dividió en reino del norte o Israel y reino del sur o Judá– exclama contra el dominio la monarquía legitimada por el sacerdocio: “Precisamente por sus maldades, Sion va a quedar como un potrero arado, Jerusalén será reducida a escombros y el cerro del Templo será cubierto por el bosque” (Miq 3, 12), mientras Oseas, en la misma época, en reino del norte, hablaba en nombre de Yavéh: “Se han elegido reyes, pero sin mi consentimiento; se han dado jefes sin consultarme” (Os 8, 4).

Miqueas y Oseas expresan esas corrientes proféticas, populares, de base campesina, radicalmente antimonárquicas. Tienen como horizonte la confederación de tribus que se había formado alrededor del 1200 aC, cuando el grupo de Moisés logra penetrar en la Tierra de Canaán y hacer con diversos grupos antimonárquicos, los célebres habiru, diversos pactos que culminan en el Pacto de Siquem (Jos 24) por medio del cual se comprometen a aceptar como único rey al Dios de liberación del grupo de Moisés.
Se conforma, de esa manera, una sociedad antimonárquica, antijerárquica, antitributaria, antimilitar, con una economía solidaria que desechaba las deudas. Es el denominado “reinado de Yavéh” que será el proyecto presente en los movimientos proféticos radicales, que se encontrarán siempre enfrentados con los proyectos de la monarquía y del sacerdocio, claramente aludidos por Miqueas.

En el siglo VI los sacerdotes que habían sido desterrados por los babilonios elaboran en el destierro la nueva sociedad judía-judía cuyos ejes centrales son la prohibición de la comensalidad mixta que implicaba la diferenciación entre animales puros e impuros, la prohibición de matrimonios mixtos, es decir, con una pareja de otro pueblo que no sea el judío; establecía la circuncisión e imponía rigidez en la observancia del sábado.

Cuando los babilonios son derrotados por los persas, en el mismo siglo VI aC, éstos propician la vuelta de los desterrados, quienes quieren imponer las leyes de una sociedad judía pura. El pueblo que había quedado resistió esta imposición. Vuelven a presentarse los dos proyectos antagónicos, el de la pureza sacerdotal expresado en el libro de las Crónicas y en el Esdras/Nehemías, y el popular, que se expresa en hermosos textos como el de Ruth, el de Jonás y el de Ester.

La política del Estado de Israel, en consecuencia, no necesitó “cristianizarse”, no traicionó a “judíos-judíos, esos que prolongan en lo que hacen o piensan los valores culturales judíos”, sino que abreva en una parte de la tradición judía, en la parte dominadora. En la memoria del imperio davídico-salomónico está el germen del proyecto de reconstrucción del “Gran Israel” al que se refiere Gelman, para lo cual es necesario someter a los palestinos, como otrora a los amonitas, arameos y otros. Traiciona a la otra parte, la de la tradición profética. Esto quiere decir, que no hay una cultura pura judía, como no hay una cultura pura cristiana o una cultura pura islámica.

Tanto en el cristianismo como en el judaísmo, como en el islamismo, como en la cultura inca y la azteca o de cualquiera de los pueblos originarios, hay lo que Marx denominó “lucha de clases”, o sea, proyectos dominadores y proyectos liberadores. Lo que se puede decir, desde una óptica de liberación o popular, es que el Estado de Israel se apoya en lo peor y no en lo mejor de su historia, lo mismo que podemos decir de la Iglesia Católica y de otras iglesias.

El mismo horror


Vergüenza

Por Pedro Lipcovich
Hoy, en enero de 2009, la mejor manera de asumir la condición judía es la vergüenza. Vergüenza fáctica, por el genocidio que el Estado de Israel lleva a cabo sobre el pueblo palestino. Vergüenza conceptual, por la grosera identificación de ese Estado con prácticas de las que el pueblo judío ha sido objeto en su historia: el terror sobre la población civil, la negación de los factores básicos para la subsistencia, el gueto.

Pero la mayor vergüenza es la utilización de la memoria de la Shoah –que hubiera querido preservarse como patrimonio sagrado, horroroso, de la humanidad– para justificar políticas que siniestramente la reproducen sobre terceros.

La política del Estado de Israel es antisemita, no sólo porque sus víctimas, los palestinos, son semitas, sino porque responde a los principios del antisemitismo: la negación de derechos a un conjunto humano definido étnicamente, el sostén de privilegios derivados de un supuesto origen racial, el milenarismo. Pero, sobre todo, se atiene a una condición esencial del antisemitismo, que es la cobardía. La acción del antisemita se desarrolla entre dos polos: en un extremo, tiene por requisito la debilidad de su víctima; en el otro, la fuerza de los intereses que lo alimentan: el antisemita siempre fue matón al servicio de un poder dominante.

El proyecto antisemita, hoy encarnado por el Estado de Israel, fracasará, como ha fracasado antes en la historia, porque su lógica, irrealizable, requiere la desaparición total de la población agredida. Las hazañas militares israelíes –que en la última semana mataron más de cien niños, incluyeron la voladura de una escuela sostenida por las Naciones Unidas y causaron la mayor crisis humanitaria en el territorio de Gaza– sólo pueden prosperar bajo el sostén de la primera potencia económica y militar del mundo. El día que Estados Unidos de Norteamérica caiga, se debilite o modifique sus políticas (o quizás antes), Israel deberá enfrentar las consecuencias de los actos de su Estado.

8 gennaio 2009

Voces en contra


Crisis

No nos exporten su crisis.
Absurdo es pensar en el imperio tambaleando por créditos hipotecarios mal dados a los “ninjas”. Jamás un banco otorgó créditos a alguien tan necesitado e insolvente, salvo que se tratara de un inconmensurable negociado que luego pagarían los pueblos.

Nunca hemos sido socios en sus descomunales ganancias y ahora en el sorteo de su miseria tenemos asegurados los premios de despidos y miseria.

El imperio cerró sus fronteras cuando a nosotros el hambre y la recesión nos desesperaban, pero abrió sus puertas a nuestro sudor y sangre transformados en depósitos bancarios en la crisis del 2001.

El FMI nos señalaba, nosotros éramos el país del riesgo, mientras allá era la orgía de la muerte invadiendo territorios ajenos bajo el pretexto de terminar con el “terrorismo”.
Es la historia del padre autoritario, perfecto, inalcanzable, que exige de sus hijos una moral intachable y metas incumplibles y de pronto aparece a la luz su doble vida, un capo de la mafia, un traficante, un violador, asesino de inocentes.

Necesitaron una investigación para enterarse de que su economía está podrida desde el 2007; por favor no crean que antes no, sino que la garrapata no quiso publicar que la voracidad la condujo a la autofagia, después de consumir todo lo que la rodeaba. Se cayeron los disfraces y caretas de siglos. Se rompieron los moldes perfectos de la globalización. El imperio gigante no es creíble. No es cierto que debamos padecer su crisis, sino que si logran hacernos creer esta mentira, le aceptaremos gustosos el obsequio de su decadencia y paliaremos con nuestra hambre su deshonrosa caída.
Eva Marcela
DNI 12.464.585

7 gennaio 2009

"Solución final"


La grotesca ironía de Gaza
Los palestinos que vivían en Ashkelon y los campos de los alrededores –Ashalaan en árabe– fueron desposeídos de sus tierras en 1948, cuando se creó Israel y terminaron en las playas de Gaza.
Por Robert Fisk *
Qué fácil es tapar la historia de los palestinos, borrar la narrativa de su tragedia, evitar una ironía grotesca sobre Gaza que –en cualquier otro conflicto– los periodistas estarían escribiendo en sus primeros informes: que los originales, los legales propietarios de la tierra israelí sobre la que impactan los cohetes Hamas viven en Gaza. Por eso existe Gaza: porque los palestinos que vivían en Ashkelon y los campos de los alrededores –Ashalaan en árabe– fueron desposeídos de sus tierras en 1948, cuando se creó Israel y terminaron en las playas de Gaza.
Ellos –o sus hijos y nietos y bisnietos– están entre el millón y medio de los refugiados palestinos atiborrados en el basurero de Gaza, 80 por ciento de aquellos cuyas familias vivieron una vez en lo que ahora es Israel. Esto, teóricamente, es la verdadera historia; la mayoría de la gente de Gaza no viene de Gaza.
Pero al ver las noticias, uno pensaría que la historia comenzó ayer, que un grupo de lunáticos barbudos islamistas antisemitas surgió de pronto en los barrios bajos de Gaza –una basura de gente destituida sin ningún origen– y comenzaron a lanzar misiles al pacífico, democrático Israel, sólo para encontrarse con la venganza justa de la fuerza aérea israelí. El hecho de que cinco hermanas muertas en un campo en Jabalya tenían abuelos que venían de la misma tierra cuyos más recientes propietarios ahora las bombardean a muerte simplemente no aparece en la historia.
Tanto Yitzhak Rabin como Shimon Peres dijeron allá por la década de 1990 que deseaban que Gaza simplemente desapareciera, cayera al mar, y podemos ver por qué. La existencia de Gaza es un recordatorio permanente de aquellos cientos de miles de palestinos que perdieron sus hogares a manos de Israel, que huyeron o fueron echados por temor o por limpieza étnica israelí hace sesenta años, cuando oleadas de refugiados recalaron en Europa después de la Segunda Guerra Mundial y cuando un puñado de árabes echados a patadas de sus propiedades no le preocupaba al mundo.
Bueno, el mundo debería preocuparse ahora. Atiborrados en los más superpoblados kilómetros cuadrados en el mundo está un pueblo desposeído que ha estado viviendo en la basura y las aguas servidas y, durante los últimos seis meses, con hambre y en la oscuridad, y que han sido sancionados por nosotros, Occidente. Gaza siempre fue un lugar de insurrección. Tomó años para que la sangrienta “pacificación” de Ariel Sharon, que comenzó en 1971, se completara y Gaza no será domada ahora.
La voz más poderosamente política de los palestinos –estoy hablando de Edward Said, no del corrupto Yasser Arafat (y cómo lo deben extrañar ahora los israelíes)– está en silencio y su prédica en gran parte no ha sido explicada por su deplorable y tonto vocero. “Es el lugar más aterrador que he visto”, dijo Said una vez de Gaza. “Es un lugar horriblemente triste a causa de la desesperación y de la miseria en que vive la gente. No estaba preparado para los campos, que son mucho peores que cualquier cosa que vi en Sudáfrica.”
Por supuesto, le tocó a la canciller Tzipi Livni admitir que “a veces también los civiles pagan el precio”, un argumento que no daría, por supuesto, si los estadísticas de las bajas fueran al revés. Por cierto fue instructivo ayer escuchar a un miembro del American Enterprise Institute –repitiendo fielmente los argumentos de Israel– defender el vergonzoso número de muertos palestinos diciendo que “no tenía sentido jugar el juego de los números”. Pero si más de 300 israelíes hubieran muerto –contra dos palestinos muertos– estemos seguros de que el “juego de los números” y la desproporcionada violencia serían muy relevantes.
El simple hecho es que las muertes palestinas importan mucho menos que las muertes israelíes. Es verdad, sabemos que 180 de los muertos eran miembros de Hamas. Pero ¿qué pasa con el resto? Si las cifras conservadoras de la ONU de 57 muertos civiles es correcta, el número de muertos sigue siendo una vergüenza. Descubrir que Estados Unidos y Gran Bretaña no condenan la matanza israelí mientras que culpan a Hamas no es sorprendente. La política de Estados Unidos en Medio Oriente y la política israelí ahora son indistinguibles y Gordon Brown está siguiendo con la misma devoción perruna a la administración Bush que su predecesor.
Como siempre, los sátrapas árabes –pagados y armados en gran parte por Occidente– están en silencio; absurdamente llaman a una cumbre árabe sobre la crisis que (si tiene lugar) nombrará un “comité de acción” para hacer un informe que nunca será escrito. En cuanto a Hamas, por supuesto disfrutarán de la incomodidad de los potentados árabes mientras esperan cínicamente que Israel les hable. Lo que hará. De verdad, dentro de algunos pocos meses, oiremos que Israel y Hamas están teniendo “conversaciones secretas” –como una vez nos pasó con Israel y la aún más corrupta OLP—. Pero para entonces hará mucho que los muertos fueron enterrados y nos estaremos enfrentando a la próxima crisis desde la última crisis.

6 gennaio 2009

BASTA, SPORCHI NAZISTI !!!!!!!!

A Gaza, il popolo eletto manda due carri armati contro due scuole.
I sionisti vogliono la terra promessa dal loro fantomatico dio.
Le vittime dell'Olocausto sono peggio dei loro antichi carnefici.

5 gennaio 2009

Seguimos siendo tierra de saqueo


Oro, hambre, saqueos y complicidades

Por Fernando “Pino” Solanas*
Termina otro año con la tragedia de millones de niños acosados por la pobreza y el hambre, con miles de muertos por desnutrición o enfermedades curables. Un genocidio social evitable que entre 2000 y 2002 se cobró cerca de 100 mil víctimas –según el Indec– y que al final de la década habrá dejado otros 100 mil muertos si continúan las políticas neoliberales. El hambre es un crimen evitable y consentido por una cultura de la hipocresía, cuya violencia cotidiana, silenciosa y sistemática, mata a millones de compatriotas. En este diario, Tato Pavlovsky escribía el 22 de noviembre pasado: “No debe valer más la vida de un desaparecido que la de un niño que muere de hambre, ni de los 27 que mueren por día por causas evitables (...) La indignación debiera ser la misma”. Pero son más quienes lo toleran o miran para otro lado que quienes se rebelan ante estos crímenes aberrantes. A la Argentina le sobran recursos económicos para acabar con esta inmoralidad. ¿Cómo puede haber hambre en un país que produce 134 millones de toneladas de alimentos al año y que tiene inmensas reservas ictícolas, abandonadas a la depredación de las flotas pesqueras extranjeras? ¿Con qué argumento se tolera la desnutrición, cuyas secuelas pueden ser irreversibles, existiendo millonarios recursos minerales, se acumula superávit fiscal y cientos de miles de chicos jamás probaron un durazno o una manzana?

En la Quiaca, el obispo Pedro Olmedo continúa denunciando, con huelgas de hambre y crucifixiones, una desnutrición que afecta al 50 por ciento de la población. Los más desprotegidos son nuestros hermanos aborígenes, con el mayor índice de mortalidad infantil. Están condenados al hambre por el despojo de sus territorios originarios, que les daban el alimento: es el viejo racismo colonial en democracia. En Salta, el gobernador del Frente para la Victoria, Juan Urtubey, permitió arrasar en este año 400 mil hectáreas de bosques nativos y la Legislatura aprobó el desmonte de cinco millones de hectáreas más. Acabo de ver personalmente el sistema de explotación aplicado por los terratenientes: cientos de niños indígenas indocumentados son empleados por 120 pesos al mes para limpiar árboles volteados. Sin agua ni alimentos, expuestos a las alimañas y a leguas del poblado, duermen en el suelo tapados con un nylon.

Entregar los recursos naturales que permitirían terminar con el hambre y la indigencia es la otra cara del crimen del hambre. Para el periódico inglés Minning Journal, la Argentina tiene la sexta reserva de metales del planeta. Dos de sus mayores yacimientos situados en los Andes sanjuaninos y en manos de la Barrick Gold Co., Veladero y Pascua Lama, para la Secretaría de Minería de la Nación (SMN) son “uno de los distritos auríferos más ricos del planeta, con recursos de 40 millones de onzas de oro y mil millones de onzas de plata”. Un tesoro que, a 830 dólares la onza de oro y 11 la de plata, es de 44.200 millones de dólares, mientras su costo de producción desde la extracción al lingote, y a 155 dólares la onza, es de 16.200 millones dólares. En veinte años de vida útil se llevarán un beneficio de 28 mil millones de dólares, 1400 millones por año.

Las corporaciones mineras no tienen obligación de procesar nada en el país; están exentas de casi todos los impuestos y sólo pagan regalías del 1 al 1,5 por ciento porque se les permite deducir los gastos de extracción y flete. Por lo demás, las regalías sólo cuentan para oro, plata y cobre, y se llevan gratis un concentrado metalífero de más de sesenta metales, algunos más valiosos que el oro, como molivdeno, renio o cadmio. No hay control público sobre lo que extraen y exportan y liquidan. Pueden guardar en el exterior el ciento por ciento de las divisas de sus ventas y aquí dejan una contaminación que costará fortunas repararla. Vaciamiento y descapitalización colonial que recuerda a Potosí: se trata de una renta que junto a los hidrocarburos supera los 20 mil millones de dólares anuales y debiera ser destinada a erradicar el hambre y la exclusión social. ¿No debe procesarse a los gobernantes por no cumplir con su deber de cuidar nuestros recursos?

Hay hambre porque no existe la voluntad política de terminar con él. Los gobiernos de la década, lejos de saldar esta deuda, pagaron la deuda externa con el agravante de no haberla investigado. Claudio Lozano demuestra que con siete mil millones de dólares se puede eliminar el hambre infantil y, si se invierte el cinco por ciento del PBI, acabamos con la pobreza. Pero la prioridad de los gobiernos kirchneristas es subsidiar a las corporaciones con 10 mil millones de dólares anuales. El doble discurso se vuelve transparente: los Kirchner hacen política con los derechos humanos y pregonan la distribución de la riqueza, pero la Presidenta decide subsidiar con miles de millones de dólares a las petroleras; otorga impunidad a la delincuencia financiera mediante el blanqueo de capitales y veta la ley de protección de los glaciares. ¿Es que el oro extraído con cianuro por la Barrick Gold Co. es más valioso que las principales reservas de agua dulce del país, condenadas a ser destruidas?

Si el hambre es un crimen, hay víctimas y hay responsables, cómplices, mentores intelectuales: son los dirigentes y economistas que ejecutaron los planes neoliberales causantes de la desocupación, la pobreza extrema y el despojo nacional. Recordemos al FMI, al ejército de gerentes de corporaciones y petroleras, banqueros, exportadores y terratenientes, junto a los Menem, Cavallo, Roque Fernández, De la Rúa, Machinea y tantos otros que hasta hoy sustentan los principales ejes del neoliberalismo, ignorando que su potencial destructivo es tal, que ahora está destruyendo a sus promotores en el corazón del imperio. También es condenable el silencio de aquéllos que saben y callan. ¿Cómo es posible aceptar que magistrados, grandes intelectuales, profesores, filósofos y comunicadores, no denuncien el crimen del hambre y el saqueo de los recursos del país? Pienso en queridos y talentosos compañeros, como varios integrantes de Carta Abierta, que tantas veces hicieron oír sus voces defendiendo las causas de los derechos humanos y la democracia y hoy callan estos latrocinios. ¿Cuántas marchas del hambre harán falta para aceptar que el hambre es un crimen y que el saqueo de los recursos naturales es causa del empobrecimiento?

Es hora de reemplazar el silencio por la denuncia, la inacción por la protesta: salir de nuestras casas para pararnos frente a las gobernaciones y parlamentos exigiendo un cambio de rumbo. Aceptémoslo: el hambre es un crimen de lesa humanidad en tiempos de paz. Sus responsables deberán ser juzgados por el tribunal de los pueblos. No pretendemos ser “destituyentes”; pero cada día que pasa mueren decenas de pibes y esas muertes pesan sobre la conciencia.

4 gennaio 2009

Israele: un Estado nazifascista


Einstein, Israel, Gaza

Por Juan Gelman
El pasado sábado 27, a las 11.30 hora local, 50 cazas de combate israelíes demolieron unos 50 puntos de Gaza en tres minutos. Fue una violación de los Diez Mandamientos y de la santidad del sabbath, pero tal vez no se apliquen cuando de matar palestinos se trata: centenares en esta ocasión y más de mil heridos. Hay diferentes puntos de vista sobre las razones de esta matanza brutal. Tel Aviv asegura que es una represalia por la ominosa práctica de Hamas de lanzar cohetes al territorio israelí. Analistas varios opinan que más bien tiene que ver con las próximas elecciones en Israel, donde todavía es primer ministro –interino y renunciante por corrupción– Ehud Olmert. Los hechos históricos indicarían otra cosa: se trata del nunca olvidado intento de reconstruir el “Gran Israel” echando a los palestinos de su tierra.
Ben Gurion, que inauguró el cargo de primer ministro del flamante Estado de Israel, aceptó la partición de Palestina en territorios israelíes y territorios palestinos que la ONU estableció en 1947. Pero tenía un viejo pensamiento de fondo: en carta a su mujer confió que un Estado judío “parcial” –un proyecto de 1937 del ocupante británico que nunca se llevó a cabo– era sólo un comienzo y que planeaba organizar un ejército de primera y utilizar la coerción o la fuerza para absorber toda la extensión del país (Letters to Paula and the Children, David Ben Gurion, University of Pittsburg Press, 1971, carta de fecha 5-12-37, págs. 153-57). Esto se cumplió con la ocupación militar israelí de los territorios palestinos desde 1967 a la fecha. En el 2006, Tel Aviv se “retiró” de Gaza, a la que impuso un cerco implacable. El triunfo de Hamas en las inobjetables elecciones de ese año disgustó a Israel: un Estado que se dice democrático no tenía por qué respetar la democracia cuando de palestinos se trata.
Olmert es del partido Kadima, una escisión del derechista Likud, del que no se diferencia mucho, como prueban las guerras que sigue desatando. El Likud, a su vez, desciende del Herut, organismo que dio forma política al grupo paramilitar de Menahem Begin, también primer ministro de Israel (1977-1983). Los nombres cambian, pero la contumacia no. En diciembre de 1948, a siete meses de la declaración de independencia de Israel, Begin visitó EE.UU. y causó reacciones dispares. Por ejemplo, la de Albert Einstein, Hannah Arendt, el rabino Jessurun Cardozo y otros 26 destacados intelectuales judíos estadounidenses. Consta en una carta abierta que el New York Times publicó el 4-12-48.
El texto comienza así: “Entre los fenómenos políticos más inquietantes de nuestra época figura la aparición, en el recién creado Estado de Israel, del ‘Partido de la Libertad’ (Tnuat Herut), un partido político estrechamente emparentado con los partidos nazifacistas por su organización, sus métodos, su filosofía política y su demanda social. Fue creado por los miembros y partidarios de la ex Irgun Zvai Lemi, una organización terrorista de extrema derecha y chauvinista en Palestina. La visita actual a EE.UU. de Menahem Begin, jefe de ese partido, ha sido evidentemente calculada para dar la impresión de un sostén estadounidense a su partido y para cimentar los lazos políticos con los elementos sionistas conservadores de EE.UU.”.
Continúa así: “Muchos norteamericanos de reputación nacional han prestado su nombre para acoger esa visita. Es inconcebible que quienes se oponen al fascismo en el mundo entero, muy correctamente informados sobre el pasado y las perspectivas políticas de M. Begin, puedan sumar sus nombres y apoyar al movimiento que él representa”. Señala que es preciso informar a la opinión pública del país sobre el pasado y los objetivos de Begin –“uno de los que han predicado abiertamente la doctrina del Estado fascista”– para no dar la impresión en Palestina de “que una mayoría de EE.UU. respalda a elementos fascistas en Israel”. A continuación menciona la matanza que las fuerzas israelíes provocaron en la aldea árabe de Deir Yassin, “que no había participado en la guerra y que incluso había combatido a las bandas árabes que querían convertirla en su base de operaciones”. Precisa: “El 9 de abril (de 1948), bandas de terroristas (israelíes) atacaron esa pacífica aldea, que no era un objetivo militar, asesinaron a la mayoría de sus habitantes –240 hombres, mujeres y niños–- y dejaron a algunos con vida para hacerlos desfilar por las calles de Jerusalén. Invitaron a todos los corresponsales extranjeros a ver las montañas de cadáveres y los destrozos causados en Deir Yassin”. El texto acusa a Herut de preconizar en el seno de la comunidad judía una “mezcla de ultranacionalismo, misticismo religioso y superioridad racial”, signo indudable de un partido fascista para el cual el terrorismo “es un medio para alcanzar su objetivo de ser un ‘Estado líder’”. Agrega: “Es más trágico aún que la alta dirección del sionismo estadounidense se haya negado a hacer campaña contra los designios de Begin”. Han pasado 60 años desde que se publicó esta carta que Einstein firmó. ¿Habrá perdido actualidad? Muchas cosas cambiaron en Israel desde entonces. Su objetivo central, no.

3 gennaio 2009

No, cara, non è finita

Israele invade la Striscia di Gaza
Scudandosi ancora dietro l'immagine di popolo perseguitato, Israele attacca ed attua tecniche naziste contro il popolo palestinese. Vittima una volta del Holocausto, ora è carnefice ed utilizza gli stessi metodi che ha subito. Sembra che l'umanità non abbia imparato niente. Un' altra volta sono i bambini, le donne e gli anziani ad essere vittime della stupidità umana.

Un popolo che si crede eletto di un dio inesistente attacca vilmente ed umilia un altro popolo che era già insediato in quel luogo da tempi immemori, con la scusa che quel fantasmagorico dio gli aveva promesso quella stessa terra. In nome di questo dogma avviene la politica dell'annientamento. Non c'è più grande stupidità. E sono sempre gli anziani, le donne ed i bambini a pagare. Come se non avessero gli stessi diritti ad avere una terra, una famiglia, una cultura. Come se non fossero essere umani. Per gli israeliani sembra che ci siano alcuni essere umani più umani di altri. "Popolo eletto"...quasi uguale a "razza superiore". Che differenza fa?

E cosa fa il nostro mondo occidentale e cristiano, che si dice predicatore di pace? Niente. Non fa niente. Assolutamente niente. Israele compra in Europa e negli Stati Uniti, è un buon cliente e va difeso. I palestinesi sono poveri, devono essere sostenuti e aiutati, ergo, è meglio che scompaiano. Altrimenti, noi occidentali e cristiani dovremo accettare che questo pasticcio lo abbiamo creato a tavolino per mettere sotto il tappetto le colpe del nazismo e dell'antisemitismo cristiano che, con duemila anni di perversa storia alle spalle, hanno permesso le leggi razziali, i progrom, le separazioni delle famiglie, le discriminazioni, l'annientamento.

No, cari, non è finita la stupidità umana, appena è cominciata un'altra stagione. E non si sa ancora quanto dolore causerà, quante vittime innocenti produrrà, quanta morte verrà, quanti bambini saranno squartati, mutilati, feriti nell'anima e nel corpo. Feriti per sempre. Masticando un odio che non finirà mai.

31 dicembre 2008

Folklore andino actual

La Tigresa de Oriente canta Burundanga


La Tigresa de Oriente canta Perucumbia


My Conejitos - Los conquistadores

ChUnTaro Style

Resistere,resistere,resistere


30 dicembre 2008

Perdita assoluta


La scienza che emigra

Studiano i meccanismi dell’universo, scavano dentro la materia oscura, inseguono raggi X ed emissioni infrarosse, cercano nella volta celeste le risposte alle domande primordiali dell’uomo: da dove veniamo?, chi siamo?, dove andiamo? Cosine così, tra tecnologia e filosofia. Ricerca pura. Un «lusso» per l’Italia, che certe risposte ha smesso di cercarle. Eppure senza alzare gli occhi al cielo si resta indietro in molti campi, perché per osservare stelle e galassie si usano strumenti che hanno applicazioni infinite: nella diagnostica medica, nelle analisi dei materiali, nei controlli di qualità dei prodotti industriali, nella ricerca della contaminazione dei cibi e dell’acqua, nella tecnica forense...

Che deve fare, allora, un giovane astrofisico italiano? Se è bravo ed ha buone presentazioni prende un aereo e atterra a Monaco di Baviera, dove la fisica è un pallino. Garching, cittadina di 16 mila abitanti a nord di Monaco, ha perfino messo nel suo stemma un reattore nucleare, impianto che esiste dal 1954 per fini di ricerca. Attorno al reattore è poi nato un polo tecnologico e dell'innovazione che fa crescere l'industria, arricchisce la Germania, attira l'interesse del mondo.Vista da qui, la fuga di cervelli dall'Italia è un esodo lento e ordinato. Sui 76 istituti sparsi per la Germania, la prestigiosa Max Planck society a Garching ne ha installati 4 (fisica extraterrestre, fisica dei plasmi, astrofisica, ottica quantistica) in un bellissimo multicampus per servire il quale c´è una metropolitana nuova di zecca. Gli italiani sono un centinaio, quasi il 15%, oltre a quelli del Politecnico (sempre a Garching) e degli altri istituti della Max Planck di Monaco. «A ben guardare l’emigrazione intellettuale non sarebbe un dramma, si va all'estero per ampliare i propri orizzonti, acquisire nuove conoscenze. Il problema è che non c’è ritorno», dice Giovanni Cresci, fisico di Firenze in forza all’istituto Max Planck per la fisica extraterreste. Allora, sempre vista da qui, la fuga ha due volti: quello dei «fuggitivi» che di tornare in Italia non hanno più voglia neanche se ce ne fosse la possibilità e quello di chi dà loro «asilo». Nulla di umanitario, ovviamente, questi sono «migranti» d'eccellenza aiutati dalle loro famiglie, ragazzi formati nelle tanto bistrattate università italiane che nella ricca Baviera trovano fior di accademici disposti a valutarli con un unico parametro: il merito.

Oggi il paese della Merkel dà alla ricerca il 2,6% del Pil contro lo 0,9 (che il prossimo anno scenderà allo 0,7) dell'Italia ed entro il 2015 conta di arrivare al 10% del Pil, comprendendo anche istruzione e formazione. Un investimento sul futuro colossale, che impiega in modo rilevante anche le intelligenze dell'Italia.

Benedetta Ciardi è una di queste: vincitrice del Marie Curie Award, prestigioso premio europeo per giovani talenti delle ricerca, astrofisica fiorentina, ha tentato uno sbocco in patria «ma quando ho capito come funzionavano le cose, quando ho visto che un curriculum di tutto rispetto vale per il 10% nella scelta di un ricercatore, quando sai che ogni concorso è una perdita di tempo perché ha un vincitore predestinato, bè scappi». Rientrare? Ci ha provato, all'inizio della sua avventura tedesca, ma invano. Adesso che il suo curriculum glielo permetterebbe non ci pensa proprio: «Gli anni passano, la carriera avanza. Sono al Max Planck da otto anni, ho raggiunto il livello di professore associato con un contratto a tempo indeterminato, lavoro in un ambiente libero dove niente è impossibile. Rientrare è l'ultima cosa che mi passa per la testa». Anche Marcella Brusa, romagnola di Santarcangelo, laureata in astronomia a Bologna, ha avuto, ed ha, nostalgia di casa. «Ma poi pensi alla situazione del nostro paese e ti consideri fortunata: possibile che in Italia le cose non siano mai stabili?, che se cambia un governo cambiano le regole, i punti di riferimento? Troppa incertezza, insomma. Qui, invece, sai in quale ambito ti muovi, cosa puoi fare e cosa no». Di fatto, per chi riesce ad entrare nel giro Max Planck, la ricerca non ha limiti: gli strumenti di osservazione (i telescopi nello spazio) e di calcolo sono il meglio che un ricercatore possa sognare. Le missioni di studio e lavoro all'estero sono all'ordine del giorno.

Gli stipendi? Alti: la prima busta paga di un ricercatore è di 2100 euro al mese, il 50% in più che in Italia, di un associato 3000. I precari (praticamente tutti i ricercatori, dottorandi e post doc) hanno la stessa protezione sociale dei tedeschi. A queste condizioni logico che si smetta di cercare in Italia. Basta adattarsi, e non è sempre facile, alla disciplina bavarese e alla sua maniacale efficienza. È questa l´esperienza fatta da Claudio Cumani, fisico triestino di 45 anni, a Monaco da 15 che lavora come informatico in un istituto di ricerca europeo, conserva la passione per la politica (è stato 9 anni segretario della sezione Ds) ed è presidente del Comites, l´organismo di rappresentanza dei 72 mila italiani residenti nella circoscrizione di Monaco. Cumani sviluppa software di controllo dei ricettori di immagini attraverso i dati dei telescopi. Se telecamere e fotocamere digitali migliorano ogni giorno le prestazioni, è grazie a queste ricerche. «Ho cercato sbocchi nell'industria privata in Italia. Quando leggevano il mio curriculum la risposta era: “Lei è troppo qualificato”. Così mi sono messo il cuore in pace, ho sposato una tedesca e qui sono destinato a restare. Ma non mi sfugge quello che succede in Italia. E mi preoccupa una classe politica che vede la ricerca come spesa improduttiva e una classe docente che pensa solo a se stessa. Qui sto bene, il paese funziona a meraviglia, ai nostri livelli la vita è semplice. Eppure mi rendo conto che non sono più italiano e non sarò mai tedesco».

Augusto Giussani, invece, in Italia aveva centrato il suo obiettivo: dopo il dottorato conseguito in Germania ha vinto un concorso per ricercatore a tempo indeterminato. È un fisico che si occupa della dose e degli effetti delle radiazioni sul corpo umano, radioprotezione, medicina nucleare. All'inizio dell'anno ha lasciato la sua (invidiabile) posizione in Italia per tornare a lavorare all'Istituto di Radioprotezione di Monaco. «In Italia - spiega - manca una cultura scientifica. La ricerca è vista come impedimento. Gli investimenti pubblici fino a qualche anno fa non erano tanto inferiori rispetto alla media europea, quello che faceva e fa la differenza sono gli investimenti privati. Se a questo si unisce il fatto che nell'università, come nel resto della società italiana d'altronde, ogni cambiamento viene interpretato come rischio e non come opportunità, e che tagli e ipotesi di riforma impoveriranno gli atenei, ho preferito lasciare il mio posto a Milano». Per la ricerca molto meglio l’ambiente dinamico e stimolante di Monaco. Del resto da qui con un’ora e mezzo di volo (biglietto low cost a 40 euro) si torna a casa. Sui migranti della scienza il viaggio non pesa più di tanto: invece pesa, come un macigno, sull'Italia.

Non spingere, che c'è spazio per tutti


Meduna. Quella voglia di essere friulani. Per gli «sghei»

Se il Piave mormorasse racconterebbe di acque né calme né placide. Di una terra silenziosa e inquieta che muove verso lo “straniero”. La Marca Trevigiana va a Pordenone, la razza Piave è bastonata dai tempi, anche se il fiume ha un altro nome, il Livenza, e il fiume è importante in questa storia: è un rifugio, un alibi, una speranza impossibile, quella dell’acqua che risale la montagna. La crisi è qui, è arrivata come un tarlo a rodere questi legni, a chiudere mobilifici, a logorare le certezze di un posto ricco, per definizione ma non per sempre. L’elenco delle ragioni per votare Sì, domani, a Meduna di Livenza, due mila e 960 veneti doc che vogliono diventare friulani, è tutto quantificabile, si può mettere in colonna, si tira una riga: «Vivere di là costa 600 euro a famiglia in meno».

Di questi tempi, per soldi si può anche rinunciare ad essere veneti e far finta di essere furlàn. Il fiume e la tessera Il Livenza è limpido, di un blu perduto. Pescoso di trote e cavedani. Vien giù dal Friuli, segna il confine, curva attorno a Meduna (che poi è il nome di un affluente del Livenza) e chiude a Caorle, buttandosi nel mare dei veneziani. Loro dicono: «Siamo a sinistra del fiume, come tutti i friulani». Ecco il rifugio e l’alibi. Tornare a monte. Non c’è storia per questa gente veneta fin dai tempi di Omero (gli Eneti), non c’è accento in questa rivendicazione, «io non capisco niente quando parlano quelli di Paisano», fa Nadia: c’è solo il fiume. E i soldi. La tessera magnetica è piccola come un bancomat, il benzinaio la inserisce e certifica la residenza in Friuli: così il carburante costa 17 centesimi in meno ogni litro. Per un pieno da 60 euro se ne spendono 50. E per un pieno con lo sconto, «per un contributo sulla prima casa di 15 mila euro - la lista è di Marica Fantuz, la pasionaria dei referendari - per un assegno di maternità più robusto (9 mila euro per un parto gemellare), per rinunciare al ticket sulle medicine, per l’assicurazione auto scontata», ecco, per tutto questo si cambia casato.

La crisi
Nadia Saccilotto da 40 anni è nella trattoria Beppa, battezzata dalla suocera che gestiva il ristorante sulla strada fra Motta e Meduna. Adesso è Nadia che prepara la porchetta, la serve, sorride. Faceva novanta coperti a pranzo, due turni da 45 (il completo): quest’autunno apparecchia per 30. «Si fermavano camionisti, operai, tutti: circolavano 4mila lavoratori fra Motta e Meduna. Per i finanzieri c’erano cotechino e purè, ma la multa - se la meritavo - arrivava puntuale». Una volta s’è presa sei mesi con la condizionale: «Mancava uno zero in fattura, una svista». Anche adesso mancano numeri: «Mio figlio Enrico fa il rappresentante » e ogni sera aggiunge un capitolo all’inventario della crisi: «Plastica, legno, mobili: questi chiuduno, quest’altri non spendono, quest’altri ancora sono tutti in Cassa integrazione ». Nadia adora Kennedy (tiene lo spillo sul bavero) e vota la Lega perchè le sembra «che stia facendo qualcosa per la gente». Compreso il voto di domani, non voluto ma cavalcato, ovviamente. È lei che rivela: «Il friulano non lo capisco, parlano chiuso, già a Paisano non si capisce niente». Anche a Paisano la crisi morde, perfino di più. Questi continui referendum non sono migrazioni verso terre fertili ma rivendicazioni di sconti, loro li chiamano «i diriti», lasciando cadere la doppia “t”. Quando si è costretti a fare i conti è insopportabile che a poche chilometri ci sia chi - per solo diritto di nascita - possa pagare meno tasse. Questi sono i tempi, e per Natale è pronto il regalo: 60 mila contratti a termine non saranno rinnovati, si allarma Emilio Viafora, segretario regionale della Cgil. Sulla Tribuna, il quotidiano della Marca, il leader degli artigiani Pierluigi Zambon e l’assessore alle attività produttive Vendemiano Sartor si spronano l’un l’altro a fare la propria parte, sul tema: chi ci mette anima e sangue contro una recessione che toglie fiato al polmone d’Italia? Non è solo la fisiologica scadenza dei contratti: nel 2009 si prevede il 39% in meno di assunzioni “solide”. Non s’investe, non si scommette, nell’ultima stagione le agenzie di lavoro interinale hanno “spostato” quasi sei mila operai in meno.

El fiòl
Quando parlano guardano dritto in faccia, alzano il tono sul finale della frase. «Perché mi fiòl deve pagare 15mila euro in più per farsi la casa? Perché là le scuole sono gratis?». Vincenzo Bidoia detto Cino picchia con il dito sul tavolo del bar e fa domande semplici. Accantoa lui, Mario Griguol ripete il mantra: «Serve il federalismo fiscale». Ne sono convinti tutti, cittadini, sindaci, ovunque. Questo èlo scopo del voto: nessuna radicata convinzionefriulana, ma la voglia di sentirsi uguali al vicino di casa “fortunato”, e -di rinterzo - nutrire il partito del federalismo. Il senatore della Lega Giampaolo Vallardi spera nell’effetto domino, «che trascinerà tutti i comuni di confine». È il massimo risultato, perché all’atto pratico il voto - vinceranno i Sì, per distacco - sarà inutile, in quanto il consiglio regionale veneto non legittimerà mai la secessione (Galan è furioso, «quel comune resterà veneto finche io sarò in vita»). È il passaggio obbligatorio, così come l’accettazione della nuova regione, che offre sponda ai medunesi: il governatore del Friuli Renzo Tondo, Pdl come Galan, tace ma parla per lui il presidente della provincia di Pordenone, Alessandro Ciriani, che si allarga: «Le richieste e gli interessi dei cittadini vanno considerate con favore».

L'uva a bacca nera Al bar Fasan di Mure, frazione di Meduna, Tiziano chiede un caffèe inorridisce quando Luigi lo serve “nudo”: «Noooo, coreto!». Luigi corregge anche questo, mentre Tiziano manda zaffate di un certo pregio, dopo un pomeriggio di rossi corposi e qualche ritocco con la grappa Storica Nera, «roba da meditazione, per quanto intontisce», fa l’oste. È un distillato di uve a bacca nera, scende giù perfida come l’inganno, armoniosa e rotonda, vellutata, ma viaggia in gola a 50 gradi. Tiziano lo sa, per questo prima di rincasare ammazzal’alito col caffè. Corretto, però. «Siamo razza Piave, non vogliamo pagare più degli altri». Al bar sta arrivando Marica Fantuz per “comiziare” davanti a cinque fan. Si è fatta il porta a porta, Marica. Il Livenza mormora: si candiderà a sindaco, monetizzando questo successo. Lei argomenta con grandi e piccoli numeri: «Le imprese in Friuli hanno finanziamenti agevolati, con un tasso fisso del 2%, e molte hanno già traslocato. Andare “per fogli” alla sede della provincia sarebbe più semplice: Pordenone è a 25 chilometri, Treviso è lontano il doppio. Ma lo sapete che una famiglia di Pravisdomini ogni anno ha 600 euro in più da spendere?».

Il paese
C’è il bel campanile, le villette a un piano, un’edicola, due bar,un supermercato: è un paese vero. «No, non importa», suggerisce Katy, frustrando la nostra intenzione di regolare il disco orario: «C’è un solo vigile, e oggi non lavora». Lo sa perché sta in comune, dove il sindaco non si esprime, il vice Gian Franco Spadotto - «l’unico di sinistra in una giunta arlecchino» - insiste sulla neutralità, «prenderà atto dei risultati» e si arrende di fronte gli sghei: «In Alto Adige, in Friuli...arrivano trasferimenti maggiori agli enti locali, e si può riscuotere una grossa parte delle imposte sul territorio, da redistribuire a cittadini e imprese». Per questo Cortina scelse l’Alto Adige (non ci andrà mai,ma intanto da quest’anno agli ampezzani sono arrivati i buoni benzina scontati...). Per questo Sappada votò il passaggio in Friuli. In entrambi casi c’era un richiamo storico (Sappada è geograficamente in Friuli, Cortina è frontiera ladina). «La soluzione politica è avvicinare le condizioni fra le varie Regioni. Altrimenti, a forza di spingersi più in là, finiremo in Slovenia». Qua e là c’è anche chi mostra più convinzione. Emilia Prosdocino è perfino arrabbiata, «fra bollo auto e assicurazione si risparmia un sacco », mentre Siro Ziroldi tardeggia sotto i portici, chiuso dentro il giaccone. È in pensione, la mattina va a spasso, e sta di qua, la domenica va in gita, e va di là. «Siamo già friulani, ho fatto una vita il muratore perfino a Udine, per qualche anno». Perfino a Udine: la gente di paese ha il suo modo di calcolare le distanze. I coniugi De Paoli (Marco e Stefania) proprio ieri erano a Pordenone e «mentre da qui fino a San Donà le strade erano innevate e non si girava, in Friuli l’asfalto era stato pulito in fretta e si circolava». Franco il barbiere che taglia e rade per 11 euro dice che è una cosa seria. L’operaio anonimo che ha due mogli da mantenere, due figlie da far studiare sa che di là «nella busta paga ci sono 100 euro in più, ma non risolvo i mie problemi con queste cavolate». Cino sbatte il bicchierino vuoto sul banco, «ce l’ho su con i friulan...», gli occhi sono lucidi, la grappa brucia, la crisi di più.

29 dicembre 2008

Anno nuovo, guerra nuova


Offensiva di terra al via, l'avanguardia passa il confine

Più di 300 morti negli atacchi israeliani a Gaza.

L'offensiva di terra dopo l'operazione "Piombo fuso" durata tre giorni di bombardamenti aerei, diurni e notturni, è pronta a partire. Lunedì mattina Il settore di frontiera lungo la Striscia di Gaza è stato decretato da Israele «zona militare chiusa».Commando israeliani sarebbero già penetrati nella Striscia anticipando quella che potrebbe essere la fase terrestre dell'operazione, secondo quanto riporta il sito israeliano Debkafile, vicino all'intelligence dello Stato ebraico.Unità speciali israeliane avrebbero colpito numerosi centri di comando e vie di comunicazione utilizzati dalle cellule di Hamas, ostacolandone la reazione; secondo Debkafile tali operazioni dovrebbero intensificarsi nella giornata di lunedì 29, con due obbiettivi principali: segnalare i bersagli principali per le incursioni aeree e aprire la strada ad un eventuale avanzata dei mezzi corazzati.La distruzione delle gallerie che attraversano il Corrodoio Filadelfia - effettuata con bombe a guida laser (sviluppate per colpire i bunker iracheni) - appare come il principale successo dell'operazione, conclude il sito, che si chiede come mai nei tre anni precedenti non si sia fatto ricorso a iniziative simili visto a posteriori la loro fattibilità.Già da domenica testimoni hanno riferito di aver visto decine di carri armati e blindati per il trasporto truppe ammassati in diversi punti del confine con la Striscia mentre il ministero della Difesa ha già richiamato 6.500 riservisti.

Jueces que deben ser juzgados


Cómo tener Justicia con jueces como este!!!?


Una línea de conducta
Néstor Montezanti, quien fue asesor del represor Adel Vilas, afronta un pedido de juicio político presentado por la Unión de Empleados Judiciales. En 2007, la entidad se quejó ante la Corte Suprema por “condiciones de trabajo humillantes y vejatorias” en ese tribunal.

Por Diego Martínez
“La perturbación al orden jerárquico no es tolerable y debe ser sancionada.” Impugnar una designación es “una falta gravísima de respeto al Superior”. “Dejar pasar esa insolencia conduciría a la anarquía.” Tan bellas palabras no fueron escritas a principios del siglo XX por un celador del colegio militar sino en estos días por miembros de la Cámara Federal de Bahía Blanca. El tribunal que declaró inconstitucionales las leyes de impunidad en 1987 es hoy un reducto de empleados aterrorizados y delegados gremiales perseguidos, escenario que derivó en reclamos e impugnaciones. Mientras los trabajadores esperan una respuesta de la Corte Suprema de Justicia, la Unión de Empleados de la Justicia de la Nación presentó un pedido de juicio político ante el Consejo de la Magistratura contra Néstor Montezanti, cara visible de Sus Señorías, quien supo lucir en su estudio un certificado de la “Liga Anticomunista Argentina” firmado por el general Carlos Suárez Mason, comandante del Cuerpo V de Bahía Blanca en pleno apogeo de la Triple A.

Firman la denuncia de la UEJN su secretario general, Julio Piumato, y el de relaciones institucionales y de derechos humanos, Oscar Pringles. Acusan a Montezanti por mal desempeño, violación de los deberes de funcionario público, “una clara actitud antisindical” que en 2007 denunciaron ante la Corte, y “condiciones de trabajo humillantes y vejatorias”. Enumeran abusos de autoridad, prolongación desmedida de la jornada de trabajo, trato despectivo y discriminatorio para con los empleados que desarrollan tareas gremiales (pidió que se excluya a “representantes problemáticamente gremiales” del jurado que analiza exámenes de ingresantes), desequilibrios emocionales que conspiran contra el buen funcionamiento de la justicia, dilaciones y entorpecimientos en causas por delitos de lesa humanidad. Los dirigentes no descartan extender la denuncia a los jueces que adhieren a las decisiones del magistrado.

Como publicó este diario, Montezanti fue reconocido en 1974 en medio del grupo de matones que ocupó la Universidad Tecnológica Nacional y pronto se convirtió en la Triple A de Bahía Blanca. En 1975 el miembro más célebre de esa organización criminal lo propuso como defensor cuando la Justicia lo citó por el asesinato de David Cilleruelo, militante de la Federación Juvenil Comunista acribillado en un pasillo de la Universidad Nacional del Sur. En la causa no consta que Montezanti haya actuado en defensa de Jorge Argibay, que sin abogado y pese a haber disparado ante varios testigos no estuvo un solo día preso. El mismo año el abogado rechazó una oferta de las fuerzas vivas bahienses para asumir como juez federal, cargo que ocupó Guillermo Madueño, quien tres décadas después tiró la toga cuando el Consejo de la Magistratura se aprestaba a juzgarlo por su complicidad con los crímenes de lesa humanidad en Bahía Blanca.

Montezanti no ocultaba entonces su militancia. “Hoy día tendremos que librar nuestra batalla de Obligado, porque si en 1845 la soberanía estaba en peligro, hoy también lo está”, anunció a fines de 1973 en un acto en el Parque de Mayo. En 1987 asesoró al general Adel Vilas, cara visible del terrorismo de Estado en Bahía Blanca, relación que lo obligó a apartarse de las causas de la dictadura. “Es preciso emplear el terror para triunfar en la guerra. Debe darse muerte a todos los prisioneros y a todos los enemigos”, escribió doce años atrás el “Führer”, como lo llaman sus alumnos.

Desde el cadalso
En 2007, como presidente de la Cámara Federal de Bahía Blanca, Montezanti obtuvo el respaldo de sus colegas Angel Argañaraz, Ricardo Planes y Augusto Fernández para ordenar el traslado compulsivo de Sandra Martínez Borda, vocal de la UEJN. Ante un amparo, la Cámara Nacional de Apelaciones del Trabajo ordenó a los jueces dar marcha atrás y respetar el procedimiento que fija la ley de asociaciones sindicales. Lejos de acatar la resolución, la calificaron de “escandalosa”, de “inveterada gravedad institucional” y pidieron la intervención de la Corte Suprema de Justicia para que “restaure el quicio (sic) institucional” y “se paralicen los efectos” de la medida. La Corte no hizo lugar. El mes pasado, la jueza Ana María Etchevers calificó la decisión del cuarteto de “arbitraria e ilegal”, les ordenó reintegrar a Martínez Borda a su trabajo e indemnizarla por daño moral. La noticia sólo circuló de boca en boca porque la Cámara también prohibió que se distribuyan sin autorización comunicados que no provengan de entes oficiales. El 3 de diciembre, en el Colegio de Abogados que funciona en el diario La Nueva Provincia, donde Enrique Heinrich y Miguel Angel Loyola encabezaron reivindicaciones de sus compañeros hasta que durante la última dictadura los acribillaron a balazos, el juez Planes disertó sobre “Libertad Sindical”.

La tensa relación de Sus Señorías con los trabajadores no es nueva. En 2005 la Cámara nombró a una abogada en reemplazo de una prosecretaria licenciada por enfermedad, postergando a personal más antiguo sobre el que no existían reparos, tal como apuntó en su disidencia el juez Luis Cotter. Once empleados y la UEJN impugnaron la acordada pero fueron rechazados, en el segundo caso con el argumento de que “no existen intereses colectivos a resguardar”. El voto de Montezanti y Argañaraz califica a una de las presentaciones como “indecente” y “desvergonzada”, y apunta que los escritos sugieren “un mismo autor intelectual”, cuya caza no tardó en desatarse, según los denunciantes.

Ese mismo año, sin respetar a empleados más antiguos, la Cámara nombró a una pasante en una vacante de escribiente. Diez trabajadores y la UEJN impugnaron la acordada. Una vez más fueron rechazados. “En treinta años de antigüedad en la Justicia jamás he visto que los empleados de un tribunal (...) puedan actuar como fiscales o censores” de una designación, “señalándole a este cuerpo que ha desconocido normas de máxima” y haciendo “expresa reserva de recurrir al más alto tribunal en avocamiento”, escribió Argañaraz y adhirió Montezanti. Se trata de “una falta gravísima de respeto al Superior” y “dejar pasar esa insolencia conduciría a la anarquía”, alertaron. “La perturbación al orden jerárquico no es tolerable y debe ser sancionada”, propusieron, “no exonerando de responsabilidad al ‘patrocinio sindical’ en cada escrito”. Desde su rincón solitario, Cotter destacó que “no puede concebirse que quienes cuestionan respetuosamente lo decidido por el Superior sean pasibles de sanción”.

Cuando la UEJN interpuso un recurso, una prosecretaria propuso a los impugnantes levantarles el apercibimiento a cambio de que no suscribieran el escrito y se disculparan ante los jefes. Cinco se resignaron a hacerlo. Al aceptar una disculpa Argañaraz le propuso a una empleada “una profunda reflexión”. Montezanti adhirió. “No siempre un pedido de disculpas basta para excusar una impertinencia”, escribió. La Corte dejó sin efecto las medidas dispuestas contra quienes se quejaron de las decisiones de sus superiores. Para evitar la reiteración de conflictos por motivos similares la Cámara solicitó que se la autorice a “apartarse del reglamento de Justicia de la Nación y poder nombrar a cualquier agente, aunque no se encuentre en la categoría inmediata inferior a la de la vacante”, destaca la denuncia.

El escrito de Piumato enumera irregularidades en la designación de empleados de la Secretaría de Derechos Humanos del juzgado federal, a quienes la Cámara asigna tareas en supuestas “causas análogas” a las que investigan los crímenes del Cuerpo V y la base naval de Puerto Belgrano. Montezanti también intervino en una causa en la que estaba excusado, relacionada con apropiaciones en el centro clandestino La Escuelita, quitándola de la órbita de la Secretaría ad hoc del juzgado. Pese a que está excusado para actuar en causas por delitos de lesa humanidad por sus consejos a Vilas, responsable de La Escuelita, en aquel caso, además de intervenir, opinó que “la Armada es una institución fundamental” más allá de que “algunos vesánicos la hayan empleado para sus tropelías”. Pese a que no era el tema de debate, Cotter le recordó que “hay cosa juzgada acerca de que la cúpula militar trazó y ejecutó planes criminales que cumplieron todas las fuerzas”, “ninguno de los planificadores o ejecutores ha sido declarado inimputable por vesania”, y “contra la desmemoria y el ocultamiento de la verdad” le aconsejó leer la sentencia del Juicio a las Juntas.

Quienes comparten pasillos con Montezanti & Cía. explican que la denuncia es una muestra ínfima del clima que padecen. Un secretario pidió licencia psiquiátrica luego de recibir tres sanciones en un mes. A quienes recurren sus calificaciones los derivan a la junta médica con la esperanza de que los declaren insanos. Tampoco falta el nepotismo. El hijo de Argañaraz, contador público, es secretario del juez federal Ramón Dardanelli Alsina. Su nuera es relatora del camarista Planes. El hijo de Augusto Fernández es secretario de Derechos Humanos del juez Alcindo Alvarez Canale. Todo queda en familia.

Los empleados esperan que la Corte responda a sus planteos. En marzo, la Cámara le denegó al juez Cotter, tras su licencia por enfermedad, la facultad de reasumir la presidencia. El magistrado planteó el tema a la Corte pero se jubiló sin respuesta. Días atrás, los empleados de la justicia homenajearon al ex presidente del primer tribunal del país que declaró inconstitucionales las leyes de Obediencia Debida y Punto Final. Montezanti & Cía. lo honraron con sus ausencias.

26 dicembre 2008

Este Bush es un zapato...


PERDONO A UN ESTAFADOR, PERO TUVO QUE REVOCAR EL PERDON PORQUE SE SUPO QUE HABIA SIDO COMPRADO
Una más de Bush antes de irse del gobierno
Faltaba un último escandalete para terminar de revelar la ética del presidente norteamericano. Tuvo que dar marcha atrás con su perdón cuando los diarios revelaron que el papá del delincuente había puesto plata en el partido republicano.

Uno de los últimos actos de George Bush como presidente se desmoronó en menos de 24 horas, cuanto tomó la decisión sin precedentes de revocar un perdón otorgado a un vendedor de propiedades de Nueva York que defraudó a cientos de propietarios de bajos ingresos. Isaac Robert Toussie, quien está en el centro de un caso de fraude de propiedades de largo tiempo, era una de las 19 personas a quien Bush perdonó el martes, anulando una sentencia por fraude postal y por mentirle al departamento del gobierno sobre los antecedentes. Pero en la víspera de Navidad, el presidente se vio obligado a revertir su decisión, cuando los diarios revelaron que su padre había donado recientemente casi 30.000 dólares al partido republicano.
Dana Perino, secretaria de prensa de la Casa Blanca, dijo a una conferencia de prensa que la decisión de revocar el perdón, que es inédito en la historia moderna, estaba “basado en información que se conoció más tarde”. Admitió que el perdón no había cumplido con las pautas del Departamento de Justicia y que ni la oficina de consejo de la Casa Blanca ni el presidente sabían que la contribución política del padre de Toussie: “Podría crear una aparente incorrección”.
El New York Daily News había revelado antes, ese día, que el padre de Toussie había hecho su primera donación política en abril pasado, dándole 28.500 dólares al Comité Nacional Republicano. La solicitud de su hijo para recibir un perdón fue presentada sólo cuatro meses después. “En el mejor de los casos, es vergonzoso. En el peor, es un ejemplo extraordinario de la habilidad de la Casa Blanca para estropear el pedacito de autoridad presidencial que claramente tiene”, le dijo a Associated Press Doug Berman, un profesor de derecho de la Universidad de Ohio y estudioso de las decisiones de clemencia presidenciales.
Muchos individuos que le habían comprado casas a Toussie expresaron su ira ante la noticia del perdón. “Los que están políticamente conectados reciben lo que quieren, pero dejan que la gente como nosotros nade o se hunda”, se quejaba Maxime Wilson. “Gracias al presidente por el peor regalo de Navidad que nos pudo haber dado.” Pero después de que llegó la noticia de que el perdón había sido revocado, dice que sintió un sentido de justicia.
Toussie fue demandado por cientos de residentes de Nueva York en 2001 por pergeñar un esquema que impulsaba a los compradores “inexpertos, de bajos ingresos, de barrios carecientes, compradores primerizos, a comprar casas que no podían pagar”. Las casas, en las áreas de clases trabajadoras de Brooklyn, tenían un sobreprecio de hasta un 50 por ciento y a veces el costo de los pagos de la hipoteca estaban ocultos.
Beverly Sanchez, cuya nueva casa de 150.000 dólares fue dañada por las inundaciones, les dijo a los reporteros: “Queríamos el Sueño Americano. Queríamos la casa, queríamos la verja blanca y en cambio no obtuvimos nada más que dolores de cabeza”. Según la demanda, los Toussies también citaban elogios de celebridades negras como Maya Angelou, Whoopi Goldberg y el ex alcalde David Dinkins... ninguno de los cuales hizo tales elogios”. La demanda continúa, pero Toussie se declaró culpable en 2001 de usar documentos falsos para conseguir hipotecas aseguradas por el Departamento de Viviendas y Desarrollo Urbano que inflaba los valores de las propiedades que estaba tratando de vender y recibió una sentencia de cinco meses. En 2002 se declaró culpable de fraude postal.
Exactamente, cómo decidió la Casa Blanca otorgar el perdón en primer lugar no resulta claro. Hasta ahora, Bush utilizó su perdón con moderación y, dado el actual clima económico, es improbable que el presidente hubiera firmado el perdón de Toussie; se hubieran sabido todos los detalles de las donaciones de su padre o del chanchullo por el que estuvo condenado.