9 aprile 2009

TERREMOTO 2


IL TERREMOTO
Nuovo bilancio: 278 morti. Ancora scosse.

"Andate sulla costa, è Pasqua, prendetevi un periodo di vacanze che paghiamo noi. State tranquilli, noi facciamo l’inventario delle case danneggiate e voi vi spostate sulla costa. Sarete serviti e riveriti. Bambini, dite alla mamma di portarvi al mare." l'ennessima pelotudez di Silvio Berlusconi, nella tendopoli di San Demetrio (L’Aquila), 7 aprile. Gli albergatori avvertono che non riusciranno a dare servizio per più di una settimana. "Molto alti i costi e né il governo né le banche ci danno credito e ascolto. Così non possiamo continuare, rischiamo il fallimento".


Uccisi dalla speculazione. Case crollate

di Marco Bucciantini inviato a L'Aquila
Ancora trema e ancora uccide. La terra è nemica, l'uomo vestito di verde si accovaccia davanti ai genitori dei quattro ragazzi ancora sepolti perché deve fare un discorso difficile, e cerca parole appropriate, delicate. Non può trovarle: «Dobbiamo far crollare – chirurgicamente, aggiunge – la Casa dello studente». È necessario per continuare a scavare. È l'ultima scossa, silenziosa, per questa gente annichilita dalla più atroce delle veglie. Sergio Bisti, direttore dell'emergenza di questo Paese sempre in emergenza, torna verso i suoi uomini e studia come fare. Chirurgicamente. La scossa a ridosso delle otto di sera dà una mano a questa intenzione. Padri, madri, fratelli e sorelle nemmeno sembrano sentirla. Gli altri sì.

ANNI PERDENTI
Costruire il più in fretta possibile tutti i metri quadri possibili. Lo imponeva la crisi economica degli anni settanta. La casa come bene rifugio dall'inflazione. Quella dove vivere, quella dove investire o villeggiare. Le case degli anni settanta adesso vanno giù frettolose come sono spuntate. Al numero 79 di via XX settembre c'è un palazzo tagliato in due con la lama. Tirato su nel 1974. «Era fatto a U – denuncia Marzio Cardini, architetto di Frosinone – ma un lato era più corto. Quando è così, la parte più grande fa da base, solida, e quella più leggera da antenna. Al momento della scossa, tutta l'energia si scarica su questo lato più corto, che oscilla senza scampo». Analisi avvalorata dal colpo d'occhio: la parte lunga è indenne, l'altra è sbriciolata. E si è divorata sette vite. Poi Cardini indica il tetto: «Vede? Sono travi ortogonali. Le tegole vanno poggiate di traverso, per diffondere il peso. Queste sono verticali, in pendenza, e sbilanciano tutto il peso sulla struttura». Quel tetto malfatto ha trascinato giù tre piani. «La messa in sicurezza spetta ai padroni di casa», si difende il comune. Questo spiega anche i crolli delle vecchie case del centro. La sola verifica antisismica costa circa 20 mila euro.

LA COSCIENZA NEL CEMENTO
L'Aquila è stata straziata da almeno tre grandi terremoti negli ultimi due secoli. Non sono bastati per imporre l'uso di materiali resistenti alle scosse. «Fosse successo in California o in Giappone, non avremmo avuto vittime», è l'inaccettabile verità di Franco Barberi, presidente della commissione grande rischi. La Prefettura sembra una rovina dei Fori imperiali: «E' stata costruita dopo il terremoto del 1703. Lo sapevamo che era a rischio, la monitoravamo da tempo», si rammarica Renato Amorosi, uno dei tecnici che il comune ha messo intorno a un tavolo per ragionare sui danni. Se la scossa letale fosse giunta di giorno, la Prefettura sarebbe diventata la cassa da morto di decine di dipendenti. Metterla in sicurezza sarebbe costato milioni di euro, e quei soldi i comuni non li hanno. Per beffa, arrivano sempre dopo la tragedia: non per programmare ma per rimediare. Altrove i grandi sismi hanno fatto cambiare leggi e usi. Il Cnr ha testato un anno fa in Giappone, una casa antisismica in legno, capace di resistere all'onda d'urto di magnitudo 7,2 della scala Richter, pari al sisma che uccise, nel 1995, oltre seimila persone. Quella casetta la fanno a Trento (Italy).

La Casa dello studente invece è in via XX settembre al numero 46. Sul lato destro, risalendo il centro, è l'unico edificio sventrato. Si è piegato indietro, sul fianco destro. Dal cemento divelto spuntano i ferri lisci. Da quarant'anni non si costruisce più così. Il calcestruzzo armato ha una resa assai migliore se viene rinforzato dal ferro zigrinato, che prende meglio l'impasto di cemento, sabbia, ghiaia. La Casa dello studente è stata edificata negli anni settanta. Ed è stata ristrutturata nel 1998 e nel 2007. Ma non è mai stata messa in sicurezza. Anche l''Ospedale nuovo era impastato al risparmio. La modernità era tutta nella funzionalità dei reparti e non nei criteri di edificazione. La legge impone solo dal 2008 strutture a norma antisismica: un secolo dal terremoto di Messina. Davanti al numero civico 46 i genitori dei ragazzi si passano i biscotti e si dividono dalla stessa cannuccia un succo di frutta.

L'indagine dei pm: verso il disastro colposo
Accertamenti sui palazzi più nuovi.
Il procuratore: raccogliamo carte per valutare il reato
Era stato costruito ufficialmente con criteri antisismici, ma non ha retto alla scossa di domenica notte ed è stato dichiarato inagibile. Anche la Casa dello studente era un edificio moderno, avrebbe dovuto rispettare le norme di sicurezza relative ai terremoti. E invece è venuto giù seppellendo i ragazzi che ci abitavano. Si concentra soprattutto sugli stabili progettati negli ultimi anni l'inchiesta avviata dalla procura dell'Aquila sul disastro di tre giorni fa.

«Non c'è ancora alcun reato ipotizzato — chiarisce il capo dell'ufficio Alfredo Rossini —, stiamo raccogliendo la documentazione dalla Protezione civile e dagli altri enti che hanno una mappatura dei crolli. Solo quando avremo un quadro chiaro potremo valutare eventuali ipotesi di disastro colposo». alla pera.

7 aprile 2009

Cronaca di una strage annunciata


Sisma a L'Aquila: 207 morti e 17mila senzatetto
Il 'bombardamento' de L'Aquila
di M. Bucciantini e R. Rossi inviati a L'Aquila
Se è vero che anche gli edifici moderni hanno subito danni irragionevoli, ancora una volta si pone il tema del controllo della qualità delle costruzioni. Un terremoto così in California non avrebbe provocato nemmeno un morto. (Franco Barberi, presidente onorario commissione Grandi Rischi, 6 aprile)

Il bombardamento dell’Aquila è stato preparato con cura da Madre Natura. Con duecento colpi di cannone, da dicembre fino all’affondo mortale, domenica notte, alle 3 e 32 e per venticinque secondi: 6.3 gradi della scala Ricther (8/9 di quella Mercalli). Imprevedibile, si dice dei terremoti. Tragedie troppo enormi sulle nostre coscienze per lasciare anche colpevoli. Spesso le frasi fatte sono un rifugio, un alibi: qualcuno l’aveva detto, e non era solo il sismologo che girava con il suo megafono, inascoltato e deriso. Madre Natura aveva sussurrato piano e urlato forte: duecento scosse in tre mesi e mezzo, dunque. In questi paesi non si parlava d’altro. Le locandine sopravvissute - quelle dei giornali in edicola domenica – scrivono le preoccupazioni per il brontolare perpetuo della terra. Duecento scosse e nemmeno un breve servizio nei telegiornali nazionali. I grandi media hanno ignorato questo pezzo d’Italia silenzioso, questo popolo oscuro e colpevole di saper soffrire più di quanto merita.

Una settimana di allarmi
I ragazzi avevano telefonato otto giorni fa, spaventati dall’aria che tremava. Erano in 140 nella casa dello studente e dopo quell’avvertimento - «si sentivano scricchiolare i muri» - più della metà aveva deciso di rientrare dai genitori, anticipando le vacanze pasquali. Chi era rimasto, aveva preso un’agghiacciante abitudine: «Ci incontravamo in piazza del Duomo, senza darci appuntamento: ogni scossa, fuggivamo dalle stanze per trovarci là». Giulia Yakihchuk, «ucraina ormai abruzzese», racconta le sere in piazza a far passare la paura. Telefonando ai vigili del fuoco, cercando informazioni e qualcuno che spiegasse quest’inverno inquieto. «Non ci hanno mai risposto». Esperti, ragazzi, Madre Natura, giornali locali: ecco chi aveva avvisato. Poi la terra è diventata infame e feroce, 150 morti per adesso - chissà quanti altri – e i feriti dieci volte tanto, e 100 mila sfollati. «La più grande tragedia di questo millennio», fa Bertolaso, ancora una volta l’uomo dell’emergenza. In questo rimediare, si può essere fieri: lo spendersi di forze dell’ordine, volontari, gente comune è enorme e commovente. L’Italia che reagisce è sempre alta, nobile, «concorde» come la vuole oggi Berlusconi.

Polemiche
Poi, quando le strade saranno lavate, si dovranno ascoltare i pompieri come Sante, in servizio da diciotto anni, venuto con la squadra di Roma: «Ma che cemento è? Che cemento di merda è?» e indica le crepe sulle fiancate della Casa dello studente. Il luogo simbolico della tragedia, del paese che divora i suoi figli. La provincia dell’Aquila è classificata al massimo grado di allerta per il pericolo sismico. E si raggiunge da poche e non semplici strade. Montagne e valli da presenziare costantemente. Invece tocca raccattare bare e tende e per metà giornata i morti restano stesi in fila nel campo della disgraziata Onna.

Ma adesso tocca a loro, a Maurizio, un quarantenne veneto di Valdobbiadene. Lavora con gli elicotteri del 118. Un alpinista scavato in viso. Sta salendo verso piazza Duomo. Alle otto di mattina ha già tirato fuori cinque persone dalla macerie. Tutte vive tranne l’ultima: una bambina di 10 anni. «Per quattro ore ho scavato a mani nude - dice - tra le i detriti di un palazzo in via XX settembre». Ne sono crollati tre. «I vigili del fuoco sono arrivati dopo un ora e mezza. Erano in quattro, non avevano un piccone, una scala, luci di emergenza. Non erano preparati».

Nonostante le continue denunce. Annarita Tartaglia, insegnante, aveva scritto pochi giorni fa: «Il Convitto nazionale di corso Principe Umberto non è sicuro. L’avevo fatto presente al comune». La struttura adesso è sventrata. Alcuni studenti sono riusciti a uscire in tempo. Altri sono rimasti feriti senza che nessuno li soccorresse. Sono arrivati prima alcuni genitori da Pescara che le ambulanze dall’ospedale. Forse perché anche quello non c’è più. Era stato costruito nel 2002. Con quanto e quale cemento lo stabilirà la magistratura: si è sgretolato come fosse sabbia. Come l’Hotel Duca d’Abruzzo, poco distante dal centro. Si è accartocciato su se stesso. Come i paesi intorno alla città.

Da lontano l’Aquila sembra una città in guerra, fumante e colpita al cuore, vinta, i muri bacati, e poi sventrati su su fino alla cupola abbattuta della vecchia chiesa. Le strade segnate: I volti persi di chi lotta a mani nude contro le bombe: «Sto scavando, sotto c’è mia madre». E sopra di lei almeno dieci metri di detriti.

Sulla casa dei ragazzi ci sono gli occhi fissi di Luigi Alfonsi, 23 anni, che guarda quel cemento “armato” , e lo guarda ancora, crepato, “disarmato”, e quei fili di ferro piegati come fossero giunchi, e promette, lui che studia Ingegneria civile, che è ancora vivo e ha gli occhi piccoli e verdi arrossiti dalla polvere e bruciati dal pianto: «Una casa così non la farò mai, credetemi». Dobbiamo crederci.

Piano casa
di Marco Travaglio
La natura è stata più svelta del governo e ha presentato il suo piano casa. È una fortuna che gli edifici crollati non fossero stati ancora ingranditi del 20-30 per cento, secondo i dettami del Cavaliere e dei suoi corifei, altrimenti il bilancio dei morti sarebbe più cospicuo. E non osiamo immaginare il bilancio dei danni se, nel paese più sismico d’Europa, fossero già in piedi le cinque centrali nucleari e il Ponte di Messina (una delle zone più martoriate da terremoti) minacciati dal governo.

Per capire in che mani siamo, ecco un comunicato della Protezione civile (1° aprile 2009): «Ieri si è riunita all’Aquila, nella sede della Regione Abruzzo, la Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi… per fornire ai cittadini tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane in Abruzzo: attività che viene costantemente monitorata, pur non essendoci nessun allarme in corso». Il vicecapo della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis, filosofeggiava: «Bisogna saper convivere con le caratteristiche dei territori». La «comunità scientifica» confermava «che non c’è pericolo perché il continuo scarico di energia riduce la possibilità di eventi particolarmente intensi». Quanto all’allarme di Giampaolo Giuliani, tecnico dei laboratori del Gran Sasso, su un imminente «terremoto disastroso», Guido Bertolaso si scagliava contro «quegli imbecilli che si divertono a diffondere notizie false», chiedeva una punizione esemplare e denunciava Giuliani per «procurato allarme». Ecco, siamo in buone mani.

6 aprile 2009

TERREMOTO


Sisma a L'Aquila: oltre 150 i morti e 70mila sfollati.
Interi paesi distrutti, migliaia di volontari in marcia.
Case crollate, palazzi lesionati, paesi cancellati come Onna che in pratica non esiste più.
Si presenta così il territorio de L'Aquila dopo la scossa di terremoto di magnitudo 6 Richter, che alle 3,30 di questa notte ha colpito la città e la sua provincia.
Tragico il numero delle vittime: oltre 100 secondo i soccorritori. Ma è un bilancio purtroppo in crescita. Settantamila gli sfollati. Molti i bambini morti, quattro di loro nell'ospedale dell'Aquila.

Il j'accuse della Presidente della Provincia
«La situazione dei Comuni è stata sottovalutata». A sostenerlo è Stefania Pezzopane, Presidente della Provincia dell'Aquila, secondo quanto riporta il sito Anci. Pezzopane ha parlato dal Comune di Onna, uno tra i 26 Comuni più colpiti dal terremoto, piccola realtà di 350 abitanti dove finora si contano 8 vittime e circa 30 dispersi. Il presidente della Provincia è andata nelle aree interessate seriamente dal sisma per registrare il numero delle vittime e riscontrare i danni, «spesso incalcolabili. Intere case sono cadute in pezzi - ha detto - innumerevoli abitazioni frantumate o compromesse. Molti edifici pubblici sono stati danneggiati. L'attività istituzionale pubblica attualmente è bloccata e resterà ferma per giorni. Le istituzioni sono occupate ad affrontare l'emergenza».

La situazione è molto grave, soprattutto nei Comuni del comprensorio dove, oltre alle vittime, sono numerosi i dispersi. La Pezzopane contesta in particolare l'operato di Bertolaso. "Da settimane - racconte - avvertivamo queste scosse. Ci è stato detto che dovevamo rimanere tranquilli. Così tranquilli che siamo rimasti nelle nostre case trasformate in trappole".

Pezzopane racconta di una situazione tragica. «A Onna ci sono otto cadaveri avvolti in lenzuola, nel loro sudario, stesi su un prato. Fa molto caldo. Sembra uno scenario di guerra. Mi dicono di moltissime persone sotto le macerie. Questo è un paese di anziani. Se non arrivano i figli a dire chi è scomparso, magari nemmeno lo si sa». «È una cosa impressionante - aggiunge la presidente della Provincia - anche perchè qui sono tutte case basse, quindi è stata una tragedia inaspettata. In piedi è rimasta qualche casa, ma poche. In piedi è rimasto l'asilo, ad esempio, ma la scuola, no. La scuola è crollata.

Anche il cemento armato ha ceduto. Ora sono davanti a un palazzo in costruzione. È crollato anche questo». «Anche all'Aquila - racconta Pezzopane - il cemento armato ha ceduto. Nel palazzo crollato in via XX Settembre, un palazzo in cemento armato, è morta mia cognata. Sotto le macerie c'è ancora una delle sue due figlie. Non so dire altro. È un incubo».

L'esperto denunciato per il suo allarme
«Confermo: lo si poteva prevedere»
Giampaolo Giuliani aveva detto: «Ci sarà un sisma disastroso». Ora ribadisce: «Loro sapevano»

Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, inviperito martedì 31 marzo si era scagliato contro «quegli imbecilli che si divertono a diffondere notizie false», chiedendo una punizione. Tra gli «imbecilli» c'era Giampaolo Giuliani, ricercatore che, in seguito allo sciame sismico che sta interessando l'Abruzzo da più di un mese, aveva lanciato l'allarme: la regione sarà colpita domenica 29 marzo da un terremoto «disastroso». Giuliani è stato denunciato per procurato allarme. E Bertolaso ha ripetuto che «lo sanno tutti che i terremoti non si possono prevedere». Invece Giuliani ora dopo il dramma conferma: «Non è vero, noi l'avevamo previsto»

LA DENUNCIA: «SI POTEVA CAPIRE»
Oggi, dopo la tragedia, Giuliani parla con amarezza: «C'è il rischio che domani mi mettano in galera - dice - ma confermo: non è vero, è falso, che i terremoti non si possono prevedere. Sono 10 anni che noi riusciamo a prevedere eventi di questo tipo in una distanza di 100-150 chilometri da noi. Da tre giorni - continua- vedevamo un forte aumento di radon, al di fuori della soglia di sicurezza. E forti aumenti di radon segnalano forti terremoti. Questa notte il mio sismografo denunciava una forte scossa di terremoto e ce l'avevamo online. Tutti potevano osservarlo e tanti l'hanno osservato. Poteva essere visto ce ci fosse stato qualcuno a lavorare o si fosse preoccupato. Abbiamo vissuto la notte più terribile della nostra vita, sono sfollato anche io... Questi scienziati canonici, loro lo sapevano che i terremoti possono essere previsti».

ALLARME
Nella notte del 29 marzo c'era infatti stato a Sulmona un terremoto di 4 gradi della scala Richter. Questo e la «profezia» aveva fatto scattare il panico tra i cittadini di Sulmona e dintorni. L'analisi di Giuliani era basata sull'analisi di un gas radioattivo, il radon, che si libera dal sottosuolo quando le faglie vengono attivate: il gas trova una via di fuga giungendo in superficie.
Giuliani aveva dato anche un'indicazione precisa dell'allarme: da lì a poche ore. Il sisma però non era avvenuto. Ma la terra si è scatenata circa una settimana dopo. E ora le polemiche divampano. Anche se, per onestà, occorre dire che un conto è dire «ci sarà un terremoto», un altro è dire con precisione in quale zona colpirà e soprattutto quando. Per evitare di far evacuare migliaia di persone per settimane intere prima che succeda effettivamente qualcosa.

Estrategia fascista



4 aprile 2009

Cumbre gatopardista


El gran circo de Londres
Por Atilio A. Boron
Meses atrás la formidable maquinaria propagandística del imperio alimentaba la ilusión de que la reunión del G-20 en Londres le daría la estocada final a la crisis. Sin embargo, a medida que se acercaba la fecha comenzaron a oírse voces discordantes. Nicolas Sarkozy y Angela Merkel lanzaron baldes de agua fría sobre el inminente cónclave y el anfitrión, el “progresista” británico Gordon Brown, aconsejó bajar las expectativas al paso que un número creciente de economistas críticos e historiadores advertían sobre lo fútil de la tentativa. Pese a ello los ilusionistas y malabaristas del sistema no dejaron de ensalzar la reunión de Londres y tratar de que las tibias medidas que allí se adoptasen fuesen interpretadas por el público como propuestas sensatas y efectivas para resolver la crisis.

Como era de esperar, poco y nada concreto salió de la reunión. Y esto por varias razones. Primero, porque lo que con arrogancia e ignorancia inauditas algunos caracterizaron como Bretton Woods II ni siquiera se planteó la pregunta fundamental: ¿reformar para qué, con qué objeto? Al soslayarse el tema por omisión quedó establecido que el objetivo de las reformas no sería otro que el de volver a la situación anterior a la crisis. Esto supone que lo que la causó no fueron las contradicciones inherentes al sistema capitalista sino aquella “exuberante irracionalidad de los mercados” de la que se lamentaba Alan Greenspan, sin percatarse que el capitalismo es por naturaleza exuberantemente irracional y que esto no se debe a un defecto psicológico de los agentes económicos sino que tiene sus fundamentos en la esencia misma del modo de producción. Segundo: dado lo anterior no sorprende comprobar que el G-20 haya decidido fortalecer el papel del FMI para liderar los esfuerzos de la recuperación, siendo el principal autor intelectual de la crisis actual. El FMI ha sido, y continúa siendo, el principal vehículo ideológico y político para la imposición del neoliberalismo a escala planetaria. Es una tecnocracia perversa e inmoral que percibe honorarios exorbitantes (¡exentos del pago de impuestos!) y cuya pobreza intelectual la resumió muy bien Joseph Stiglitz cuando dijo que el FMI está poblado por “economistas de tercera formados en universidades de primera”. ¿Y de la mano de estos aprendices de brujos se piensa salir de la crisis más grave del sistema capitalista en toda su historia? No hay en esto un ápice de exageración: esta crisis es la manifestación externa de varias otras que irrumpen por primera vez: crisis energética, medioambiental, hídrica. Nada de esto había en la depresión de 1873-1896 o en la Gran Depresión de los años treinta.

En su entrelazamiento estas crisis plantean un desafío de inéditas proporciones, frente al cual las recetas del FMI no harán sino profundizar los problemas hasta extremos insospechados. Tercero: dada esta situación el tema es demasiado grave para dejarlo en manos del G-20 y sus “expertos”. Por eso el presidente de la Asamblea General de la ONU, Miguel D’Escoto, dijo que lo que se necesitaba no era un G-20 sino un G-192, una cumbre de todos los países, y la convocó para junio de este año. El G-20 trata de cooptar a varios países del Sur con la esperanza de robustecer el consenso para una estrategia gatopardista de “salida capitalista a la crisis del capitalismo”: cambiar algo para que nada cambie. Pero no hay posibilidad alguna de capear este temporal apelando a las recetas del FMI, y los países invitados a Londres, entre ellos la Argentina, lo mejor que podrían hacer es denunciar con serenidad pero con firmeza la inanidad de las medidas allí adoptadas y que dentro del capitalismo no habrá solución para nuestros pueblos ni para las amenazas que se ciernen sobre todas las formas de vida del planeta Tierra.

2 aprile 2009

Murió Alfonsín


Reflexiones sin demagogia

Por Osvaldo Bayer
Tengo 82 años y nací justo tres semanas antes que Alfonsín. Es decir que viví todos los mismos tiempos históricos. La Década Infame durante la niñez, el golpe del ‘43 a los 15 años y el primer peronismo a los 18. Y todo lo demás. Las tristes realidades argentinas pero siempre las esperanzas al comenzar de nuevo.

¿Qué pienso de Alfonsín? Empecemos por el lado bueno. Es uno de los pocos presidentes a los que no se le puede reprochar ningún negociado ni enriquecimiento en provecho propio. Eso ya es algo, en la Argentina.

En lo demás tal vez sea muy duro, pero es que viví parte de mi vida en Alemania, principalmente en la posguerra, y tal vez esperé de Alfonsín –después de la dictadura de la desaparición– una política parecida a la del posnazismo en Alemania, donde el pueblo alemán demostró haber aprendido, por fin, la lección para siempre. Nunca más ni el militarismo ni las guerras ni el racismo ni el totalitarismo.

Cuando regresé de mi exilio pensé que la Argentina iba a iniciar el mismo camino de autocrítica, luego de la larga cadena de dictaduras militares y del haber sido escenario de la “Muerte argentina”, como se conoce en el exterior al sistema de la desaparición de personas, la tortura bestial de los prisioneros, su muerte final –como el ser arrojado con vida desde aviones al río– y el robo de sus niños.

No, no fue así. Empezó el tire y afloje. Mi primera decepción fue cuando Alfonsín y su partido no propugnaron la comisión bicameral investigadora de los crímenes militares –como tendría que haber sido– sino que cargó esa responsabilidad en una “comisión de notables” elegidos a dedo. Algunos de los cuales habían sido colaboracionistas de los dictadores o, por lo menos, sonrientes concurrentes a audiencias de los verdugos. Bien, sí, algo hizo la llamada Conadep porque por lo menos se recogieron acusaciones. Pero no se cumplió con la investigación a fondo que podría haber tenido –por su responsabilidad– una comisión bicameral. Para luego pasar al juzgamiento de los responsables mayores.

Se hizo entonces el juicio a los comandantes, pero limitado a eso, a los responsables pero no a los centenares de ejecutores. Y esos responsables fueron a parar a “countries” cercanos a un penal militar, entre jardines y con la visita diaria de sus familias. Luego, el levantamiento de carapintadas y el presidente que va en helicóptero al cuartel a “parlamentar” con los que volvían a levantarse con sus armas contra el poder elegido por el pueblo. En vez de resistir con el pueblo, no, fue a parlamentar. De ahí salieron las humillantes palabras para todos los que estábamos en Plaza de Mayo dispuestos a defender la democracia hasta sus últimas instancias, que quedarán para la historia de las renuncias argentinas: “La casa está en orden”, “Felices Pascuas”. Y de inmediato las leyes que avergonzarán para siempre al Congreso Nacional, de obediencia debida y punto final. Votadas por los representantes de la Unión Cívica Radical.

En otras palabras: libertad incondicional para todos los uniformados de la picana eléctrica y la desaparición. La democracia se había puesto de rodillas ante los criminales desaparecedores. Eso fue imperdonable. Como lo fue también un hecho de ese gobierno: el mantenimiento en la cárcel hasta cumplir con sus condenas de los presos políticos que habían sido condenados por los jueces de la dictadura. Yo los visité hasta bien entrado el año ’88. Fui, me acuerdo, con la actriz noruega Liv Ullmann a Devoto. Allí estaban, eran cuatro. Y nos juraron su inocencia y nos relataron las torturas bestiales a que habían sido sometidos por esos “jueces” de la dictadura a los que el gobierno de Alfonsín no dejó cesantes como tendría que haber hecho.

Y el otro acto que nos llenó de tristeza y pesimismo fue la brutal represión ordenada por el gobierno radical contra los invasores de La Tablada. En vez de seguir el consejo del jefe de policía de aquel entonces, de sitiar el cuartel y rendirlos por hambre, envió nada menos que al peor represor que había actuado en Mar del Plata, autor de la trágica Noche de las Corbatas, que llevó a la desaparición de todos los abogados de derechos humanos de esa ciudad. Ese señor general invadió el cuartel de La Tablada con bombas de napalm, gases y fuego cruzado de ametralladoras. La masacre fue evidente: murieron soldados que se hallaban en el cuartel, guerrilleros y hasta se dieron el lujo los militares de haber hecho “desaparecer” a unos cuantos de los jóvenes invasores. La comisión de derechos humanos de la OEA criticaría después abiertamente al gobierno de Alfonsín por ese ataque y por haber sido los acusados mal juzgados, sin los resguardos pertinentes.

Y, para no extenderme, el final. El haber abandonado el gobierno cinco meses antes de terminar su mandato, para dejarle el “muerto” económico a Menem. Ningún estadista elegido por el pueblo debe hacer una cosa así. Tiene el deber de demostrar su sentido de la responsabilidad hasta último momento. Por algo el pueblo, después de Alfonsín, cambió de rumbo y volvió a votar al peronismo. Y tuvimos que aguantar diez años a Menem y su saqueo por el Pacto de Olivos, un arreglo de comité que acentuó el personalismo en nuestro país.

No logramos, después de la dictadura de la desaparición, la democracia que deberíamos haber implantado tras las trágicas enseñanzas de nuestro país tan humillado. Escribo esto para llamar a la realidad y no mentirnos en un falso “respeto por los muertos”. Debemos pensar también en los otros muertos, en aquellos que dieron su vida por más justicia en una democracia. Pensar que, desde aquel diciembre de 1983, no hemos cumplido con el principal mandato de una auténtica democracia: un país sin niños con hambre, un país sin villas miseria, un país sin desocupados.

Frases famosas


En boca cerrada no entran moscas:

“La sangre derramada no será negociada.”
Rodolfo Ortega Peña

“Estamos recurrando la provincia de Buenos Aires.”
Eduardo Duhalde

“Aquí no necesitamos muchas inteligencias sino muchos corazones, porque el justicialismo se aprende más con el corazón que con la inteligencia.”
Eva Perón

“General, si usted quiere que votemos una escoba, nosotros votamos una escoba.”
José Ignacio Rucci a Perón en julio del ’73

“Les hablé con el corazón y me contestaron con el bolsillo.”
Juan Carlos Pugliese, ministro de Economía de Alfonsín

“No trate de economizar sangre de gauchos. Este es un abono que es preciso hacer útil al país. La sangre es lo único que tienen de seres humanos esos salvajes.”
Domingo Faustino Sarmiento

“Los intelectuales argentinos suben al caballo por la izquierda y bajan por la derecha.”
Arturo Jauretche

“Los Estados Unidos parecen destinados por la providencia para plagar la América de miseria a nombre de la libertad.”
Simón Bolívar

“Menem es más que Perón. Es el viejo sueño del canillita campeón.”
Tata Yofre

“Quiero utilizar una frase que no me pertenece, que pertenece ya a todo el pueblo argentino: ¡Nunca más!.”
Julio Strassera

“De la Sota, en Córdoba, es como un monarca: mitad mono, mitad garca.”
Luis Juez

“Los buenos policías no tienen legajos limpios.”
Aldo Rico

“Lo dijo él, que es sindicalista, negro y peronista, pero también lo dijo gente como nosotros.”
Elisa Carrió

“Me llevo en mis oídos la más maravillosa música, que es para mí la palabra del pueblo argentino.”
Juan Domingo Perón

“Gobernar Catamarca es más fácil que dirigir Chacarita.”
Luis Barrionuevo

“Con la democracia se come, se educa, se cura.”
Raúl Alfonsín

“Declaro a la corrupción delito de traición a la patria.”
Carlos Saúl Menem

“Los desaparecidos son eso, desaparecidos; no están ni vivos, ni muertos; están desaparecidos.”
Jorge Rafael Videla

“Si hubiera usado más el cerebro y un poco menos las piernas, no estaría en esta situación.”
María Julia Alsogaray

“Yo robo para la corona.”
José Luis Manzano

“La Argentina es un país condenado al éxito.”
Eduardo Duhalde

1 aprile 2009

Uno specchio per il futuro


In Italia centomila senza fissa dimora. La metà sono diplomati.

di Claudia Fusani
Sono per lo più italiani, hanno all’incirca 40 anni, il 30 per cento è diplomato e il 7 per cento laureato, il 13 per cento ha un lavoro fisso o comunque è attivo nel mercato del lavoro (74%), il 70 per cento legge un quotidiano. Eppure sono clochard, senza fissa dimora. Poveri barboni. Una volta, adesso non più. Avrà molte sorprese il Viminale quando nel 2010 avrà il primo censimento nazionale dei cosiddetti barboni, così come stabilito dal disegno di legge sulla sicurezza già approvato al Senato e all’esame della Camera. A cominciare dal numero: le stime delle organizzazioni di volontariato parlano di un fenomeno che in Italia riguarda 70-100 mila persone, quasi lo 0,2 per cento della popolazione, una percentuale che ci affianca agli Stati Uniti dove gli homeless sono una realtà quasi “ordinaria”.

Un primo assaggio di questa realtà arriva grazie allo studio di due ricercatori della Bocconi (Michela Braga e Lucia Corno) e della Fondazione De Benedetti che la notte del 14 gennaio 2008 (dati elaborati e diffusi nel gennaio 2009) hanno fatto il censimento di chi dormiva non in abitazioni proprie, quindi panchine, stazioni, sottopassi ma anche campi nomadi e strutture di volontariato. La rilevazione ha fotografato una popolazione di circa 4mila adulti privi di una casa: 408 erano in strada, 1.152 nei dormitori e circa 2.300 in baraccopoli o edifici dismessi. Quattromila, quindi, nella sola città di Milano, un dato che proiettato a livello nazionale arriva a 70-100 mila.

L’ultimo censimento disponibile - del 2001 - parlava di circa 17 mila persone su tutto il territorio nazionale, lo 0,03 della popolazione. Numeri che dicono da soli quanto il fenomeno sia cresciuto in meno di dieci anni. La fotografia scattata dai ricercatori della Bocconi smonta pezzo dopo pezzo l’iconografia tradizionale del clochard come individuo che rifiuta il mondo e lontano dal tessuto delle reti sociali. A cominciare dalla nazionalità: gli stranieri sono la netta maggioranza (67%) nelle baraccopoli, diventano il 60 per cento nei dormitori e il 44 in strada. Per gli italiani è una scelta obbligata, sono diventati poveri per problemi legati al lavoro o alla famiglia (separazioni). Per gli stranieri, invece, è una «prosecuzione» naturale della loro condizione di immigrati.

Lo studio è stato presentato ieri in un convegno organizzato dall’Italia dei Valori. Nello Formisano e Ahmad Gianpiero Vincenzo, italiano convertito all’Islam e consulente per il partito di Di Pietro per gli affari sociali, hanno presentato un disegno di legge in due punti - utilizzo del miliardo e 300 milioni dei fondi Gescal; autorecupero tramite cooperative sociali dei 4 mila immobili confiscati alle mafie - che mette in primo piano il problema degli homeless. Una realtà, denuncia la Caritas, «che non più essere considerata marginale e che invece questo governo punta solo a controllare senza aiutare». Una fetta di popolazione «senza casa ma non per questo senza speranza».

Una sera da cani


Francia, i lavoratori sequestrano manager dell'azienda
Non è sfuggito alla rabbia dei lavoratori nemmeno il re del lusso, Francois -Henri Pinault, proprietario di un gruppo che spazia da Gucci fino alla casa d'asta Christies. Circa 100 lavoratori infuriati hanno preso d'assalto la macchina del miliardario mentre lasciava una riunione nella sede del suo gruppo PPR. Un'ora più tardi, la polizia è riuscita a liberarlo.

A lui, tutto sommato, è andata bene. Passeranno invece la notte in fabbrica i quattro manager della Caterpillar, rinchiusi da ore nello stabilimento di Grenoble. Martedì mattina, gli operai hanno presi in ostaggio, il direttore dell'azienda, Nicolas Polutnick, il responsabile delle risorse umane, il capo del personale e un altro funzionario. È successo dopo che il gruppo produttore di macchine per costruzioni, che ha 2500 dipendenti, ha annunciato il licenziamento di 733 persone. «Li tratteniamo nell'ufficio del direttore e stiamo discutendo con loro per riaprire i negoziati. Non li lasceremo partire», ha aggiunto Benoit Nicolas, sindacalista della Cgt.

La strategia di difesa dei lavoratori, però, non sembra destare troppe preoccupazione. Pare che Pinault, durante l’ora di sequestro in auto, abbia continuato a parlare tranquillamente al telefono, mentre intorno centinaia di persone lo assediavano. La casa madre di Caterpillar, dagli Stati Uniti, invece ha fatto sapere che mantenere il sito di Grenoble è una «priorità assoluta», esprimendo rammarico per l'azione di una «piccola minoranza».

In realtà lo stato d’animo dei lavoratori francesi non sembra così minoritario: oltre ai casi di oggi, nelle ultime tre settimane, la stessa sorte è toccata all'amministratore delegato di Sony France, Serge Foucher, trattenuto per tutta la notte dai suoi dipendenti all'interno dell'impianto di Pontnox-sur-l'Adour, e a Luc Rousselet, direttore della filiale francese dell'azienda chimica americana 3M è restato bloccato per oltre ventiquattr’ore nella fabbrica di Pithivers.

28 marzo 2009

Obesità mentale


Berlusconi, il vecchio

di Roberto Cotroneo
Però qualche domanda bisognerebbe farsela. Perché dopo l’intervento di ieri di Berlusconi al congresso della Pdl ci sono alcune cose che stridono tra loro. Ogni volta che definiamo Silvio Berlusconi un uomo dell’antipolitica, un disco rotto che ripete sempre le stesse cose, uno che si occupa soltanto dei suoi affari e lo fa con assoluta determinazione, un narcisista che fa gaffe su gaffe, che ricorre alla chirurgia estetica in modo evidente e grottesco. Che non ha niente in cui una persona con un minimo di buon senso possa riconoscersi, e parlo anche di persone di destra.

Ogni volta dicevo che si incomincia questo discorso c’è un politico, un sociologo, un analista politico di fine lettura, un giornalista attento ai fenomeni di massa che ti rimprovera: "nessuno di voi ha capito Berlusconi, perché Berlusconi è uno che intercetta l’elettorato, perché Berlusconi è una sorta di rabdomante, uno che trova l’acqua nei deserti, perché Berlusconi è uno che vince sempre, e se vince un motivo ci sarà". E soprattutto: "perché Berlusconi è la modernità, è uno che ha trasformato in vecchio tutto quello che c’era prima; non solo ha spazzato le ceneri del vecchio centro destra, ma ha messo in una vetrinetta antica l’intera sinistra".

Va bene. Non si è capito nulla, e forse le cose stanno proprio così, ma il Berlusconi di ieri non è uno che intercetta, ma è uno che è rimasto uguale al paese del 1994, è uno che torna ancora a dire che questa sinistra non cambierà, è uno che – in un mondo profondamente cambiato da allora – usa gli stessi stilemi, gli stessi luoghi comuni e agita gli stessi fantasmi di quando scese in campo, di quando entrò in politica. E allora? Se vince con questo armamentario, se le armi sono sempre le stesse non vuol dire che lui è moderno, che lui è il futuro, e non lo abbiamo capito. Ma vuol dire che probabilmente esiste un elettorato di centro destra, quel 51 per cento a cui aspira Berlusconi, che è ancora più vecchio del suo leader, che è più ignorante, che pensa ancora alla sinistra come a qualcosa di cattivo.

Forse non è Berlusconi l’elemento modernità, ma Berlusconi è soltanto un po’ meno vecchio dei suoi elettori, che sono culturalmente e socialmente decrepiti. Invecchiati con le sue televisioni. Intercettati da sua Emittenza, come veniva chiamato un tempo, nel modo più prevedibile possibile. Altro che modernità.

Forse per disinnescare Berlusconi bisognerebbe fare in questo modo. Continuare a far passare un messaggio, vero, non di propaganda: Berlusconi è vecchio, e sono vecchi tutti quelli che stanno accanto a lui. Non è il nuovo, è il vecchio. E ieri questa vecchiaia politica e culturale si è vista tutta.

27 marzo 2009

Testamento biologico inutile


Il testamento biologico non esiste più.
La volontà personale non è più vincolante.
Esulta la Chiesa.

Con 150 voti a favore 123 contrari e 3 astenuti il ddl sul testamento biologico passa l’esame del Senato. Hanno votato a favore Pdl, Lega e Udc, contrari Pd e Idv. A favore, in dissenso dal loro gruppo, per ragioni diverse, hanno votato i senatori del Pdl Ferruccio Saro, Lucio Malan, Laura Bianconi, Marcello Pera e Antonio Paravia. Nell’opposizione voto di dissenso dal gruppo dai senatori Pd Claudio Gustavino ed Emanuela Baio. Ora il testo passa all’esame della Camera.

Pera ha votato contro perchè, secondo lui, non era necessario legiferare su questa materia, visto che «dall'articolo 2 della Costituzione si ricava il divieto all'eutanasia e dall'articolo 32 si ricava il divieto all'accanimento terapeutico». Di Baio e Gustavino, senatori teodem del Pd, invece hanno dato il loro via libera al ddl: la prima sostiene di averlo fatto perché «il testo afferma in modo chiaro il valore principe della vita anche nel momento in cui è in condizioni di difficoltà». Gustavino lo apprezza perché «non lascia alcuno spazio all'eutanasia».

Di certo, entrambi non sono d'accordo con le parole dette in Aula dalla capogruppo dei democratici, Anna Finocchiaro, secondo la quale questo ddl «è fondato sul tradimento e su parole ingannevoli». Spiega la Finocchiaro: «Il suo titolo dice “Disposizioni in materia di dichiarazioni di volontà anticipate”, e dunque gli italiani sono portati a credere che chi esprimerà una propria volontà, sia essa quella che chiede di essere mantenuto in vita artificialmente il più a lungo possibile, sia quella di finire la propria vita naturalmente, questa volontà sarà rispettata. Non è così: quelle dichiarazioni di volontà – prosegue Finocchiaro – non sono vincolanti, potranno essere comunque disattese e il tradimento arriverà nel momento della maggiore debolezza, quando non ci sarà più la possibilità di dire “no” e dire “sì”».

«Voi – incalza la capogruppo Pd – vi state arrogando il diritto di sostituirvi a ciascun uomo, di scambiare la sua volontà con la vostra. Nessuno, niente, vi autorizza salvo la vostra prepotenza. Non vi autorizza la Costituzione, che state allo stesso modo tradendo e non vi rendete conto, proprio voi che vi chiamate Popolo delle libertà, (la vostra, suppongo) di quanto il pensiero cattolico democratico seppe, in quell'articolo 32 della Costituzione, difendere la libertà e la dignità umana (così intimamente connesse da non poter essere scisse) contro l'orrore e la violenza della volontà di Stato nell'imposizione di pratiche sanitarie sui corpi».

Il testo approvato in Senato, infatti, porta con sè un emendamento dell'Udc, che cancella, di fatto, la vincolatività delle dichiarazioni anticipate di trattamento (dat) per i medici. Secondo il relatore Raffaele Calabrò si trattava di «tener conto delle valutazioni del medico» visto che ci possono essere progressi della medicina che vano presi in considerazione e ha definito il testamento biologico «non rigido» e sottoposto alla valutazione del medico. Una modifica, che per il senatore del Pd, Ignazio Marino, avrà una sola conseguenza: quella che qualsiasi dichiarazione del malato sarà «ormai del tutto priva di senso». Inoltre, un altro emendamento approvato all'articolo 4 prevede che le dichiarazioni anticipate di trattamento hanno validità per un periodo di tre anni e non più di 5 anni, come era stato deciso in Commissione Sanità. Infine, le Regioni dovranno assicurare assistenza domiciliare per i soggetti in stato vegetativo persistente, come previsto dall'articolo 5 del ddl.

Un presidente operaio


Berlusconi: «Chi è licenziato si trovi qualcosa da fare»
Se Silvio Berlusconi fosse in cassintegrazione cercherebbe «un'altra possibilità, una attività diversa, magari in un negozio o una cosa commerciale».

Il presidente del Consiglio lo dice mentre visita il termovalorizzatore di Acerra. «Non starei lì, avendo la cassintegrazione a non fare nulla», spiega il premier «cercherei di fare qualcosa».Ieri aveva esortato i disoccupati: «Chi è stato licenziato si trovi qualcosa fare, io non starei con le mani in mano...». «Io spero comunque che si faccia di tutto affinchè non si lasci nessuno a casa - ha aggiunto - Anche gli imprenditori si devono inventare qualcosa».

26 marzo 2009

25 marzo 2009

Para no ser cipayo


Coloniaje mental
Es siempre perentorio libertar a la política, a la escuela, al colegio, a la Universidad, de todo coloniaje mental, porque de tal sumisión resulta en nuestros países la entrega de su economía, de su política, de su cultura. (Documento liminar. Reforma Universitaria. 1918.)

Por Proyecto Sur
La actual crisis mundial no es meramente económica o financiera; manifiesta un cambio de época que cierra el ciclo histórico de la Revolución Industrial y la Edad Contemporánea. Su magnitud y naturaleza obliga a pensar respuestas creativas ante este colapso, que evoca las grandes crisis de 1873 a 1895 y la de los años treinta. También ahora se trata de una crisis de sobreproducción por carencia de demanda, cuyo origen se sitúa en la polarización de la riqueza mundial: el 20 por ciento de los sectores más ricos concentran el 87 por ciento de los ingresos.

La globalización neoliberal ha exacerbado durante las últimas décadas esta polarización, gestando una inmensa masa de población sobrante que supera los dos mil quinientos millones de personas en el planeta. Nuevos polos económicos como China e India comenzaron a disputar los mercados, que hasta los ochenta dominaban Estados Unidos, la Unión Europea y Japón, planteando condiciones de sobreproducción al no complementarse con una redistribución de la riqueza, para garantizar la demanda internacional correspondiente. Esa sobreproducción llevaría a los capitales financieros que no encuentran oportunidades de inversión en la economía real a volcarse a la especulación sin límites.

Durante más de veinte años, la economía mundial crece sobre la base ficticia de una valorización financiera basada en papeles pintados –acciones, compras a futuro, primes o subprimes, hedge funds y similares– carentes de todo respaldo: hacia 1983 el monto total de activos financieros disponibles era equivalente al producto mundial; pero hasta fines de 2007 había crecido en un 1800 por ciento, gracias a esa especulación. La resistencia de Estados Unidos a aceptar su declinación como líder económico, financiero y militar del sistema imperialcapitalista se traduce en una gigantesca deuda que desintegra el supuesto respaldo de una poderosa economía a esos papeles pintados. A comienzos de 2008, la suma de su deuda pública y externa superaba los 21 billones de dólares –casi dos veces el PBI de 13 billones–, además de la deuda privada de la población, de otros 14 billones: 35 billones equivalentes al 50 por ciento del PBI mundial, que en el 2007 rondaba los 60 billones.

La implosión de septiembre de 2008 transparenta esa descomunal farsa; porque los valores reales de los diversos papeles pintados son varias veces menores: como ejemplo, altos ejecutivos admiten que, en pocos meses, los activos del Citigroup se redujeron al 10 por ciento.

El carácter civilizatorio de la crisis se vincula con los impactos de la Revolución Científico-Técnica, en tanto las tecnologías de avanzada requieren un 75 por ciento menos de tiempo de trabajo humano para el grueso de las tareas en las diferentes áreas de actividad económica y social. La filial de Ford en Argentina es ilustrativa: su gerente declaraba con orgullo que, gracias a los robots, estaban produciendo con dos mil quinientas personas más de lo producido en los años setenta con doce mil trabajadores: lo que se denomina reconversión tecnológica salvaje. El tema es que los robots no se cansan, no paran para comer, no hacen huelgas, pero tampoco compran automóviles; ni hablar de las posibilidades de compra de los miles de trabajadores desplazados.

Expandida a todas las áreas industriales, los servicios, las comunicaciones, las finanzas, las cargas portuarias, el sector rural y otras áreas –dado su carácter invasor–, la reconversión salvaje se acelera en los últimos veinte años. Sin embargo, esa disminución del tiempo de trabajo no se resuelve necesariamente desplazando personas: la alternativa es bajar la jornada laboral y retener al conjunto de los trabajadores con salarios dignos. Esta última opción se impuso ante la crisis del treinta y en especial entre 1945 y 1973, cuando la jornada bajó masivamente desde las 72 horas semanales de principios del siglo XX a 40 horas: un descenso del 45 por ciento, que coincidió con los más altos niveles de crecimiento de la economía internacional. Si estamos ante una crisis de sobreproducción por carencia de demanda, la clave es una redistribución en gran escala de la riqueza y no el aporte de cuantiosos fondos a los principales bancos y corporaciones responsables del desastre, sumado a despidos en masa: vano intento de apagar el fuego con gasolina.

En este contexto deben evaluarse las decisiones del gobierno sobre el Tren Bala y Aerolíneas Argentinas. Un proyecto nacional y de integración latinoamericana autónoma, desde una visión crítica al coloniaje mental –a la idea de nuestra incapacidad congénita– obliga a concebir alternativas exactamente inversas a las del kirchnerismo y los partidos opositores de derecha. Se trata de superar el predominio del modelo agro-minero-exportador, que tiende a dejarnos fuera de la historia. Porque si Argentina y América latina no abordan el desarrollo de conocimientos y tecnologías de punta están condenadas a producir velas de sebo cuando ha llegado la electricidad.

Frente al Tren Bala, que endeuda al país por treinta años e impone una dependencia tecnológica con Francia, se ha planteado el Tren para Todos, con producción local de locomotoras, rieles, vagones y todo el instrumental necesario, lo cual crearía decenas de miles de puestos de trabajo legítimos, además del efecto multiplicador en la producción de insumos y en las economías del interior. En el caso de Aerolíneas, es irracional endeudarnos en más de 3000 millones de euros a favor de la Airbus europea y reforzar la subordinación tecnológica, con la compra de aviones bajo la extorsión espuria de Marsans. De ser así, la estatización de la fábrica aeronáutica de Córdoba la convertiría en un mero taller mecánico de mantenimiento.

En contraste, proponemos un sistema provisorio de leasing, durante el tiempo requerido para abordar la coproducción con Embraer de Brasil y Enaer de Chile, junto a otras naciones del continente, utilizando el capital disponible en la reconstrucción efectiva de nuestra industria estatal aeronáutica: un proyecto orientado a desarrollar el potencial científico-técnico de América latina, como condición ineludible de su soberanía. Dentro del marco de Unasur esto permitiría incorporar a Aerolíneas en la creación de Líneas Aéreas Latinoamericanas –provista por aviones latinoamericanos–, a fin de cubrir las rutas internacionales. Para aquellos afectados por el coloniaje mental que duden de esta posibilidad, cabe recordarles que la empresa pública Invap –dependiente de la Comisión Nacional de Energía Atómica y la provincia de Río Negro– le ha ganado licitaciones internacionales a la Siemens (a pesar de sus coimas), a la General Atomic y a otras corporaciones de similar envergadura: mientras Obama lanza la consigna buy american, el gobierno proclama compre francés.

La historia exhibe con cifras inapelables el papel de las inversiones y los capitales financieros externos en Nuestra América. Luego de una década de Alianza para el Progreso, en 1969 los cancilleres latinoamericanos demostraron al presidente Nixon que por cada dólar invertido en el continente, Estados Unidos se había llevado tres. En una reunión episcopal realizada en México, los obispos denunciaron que América latina había pagado entre 1981 y 1990 la suma de 418.000 millones de dólares, sólo en concepto de intereses, por una deuda inicial de 80.00 millones. El saqueo respaldado por el FMI y el Banco Mundial durante los noventa multiplicó varias veces esos montos, con las privatizaciones, el tratamiento de la deuda o la fuga de capitales: la deuda con el Club de París y acuerdos semejantes son parte de este proceso.

Si el comportamiento delictivo de estos capitales financieros llevó al derrumbe de Wall Street y de las economías de la Unión Europea y Japón, si el financista Madoff le robó los ahorros al propio Henry Kissinger, imaginemos sus actividades en este continente. Razones que obligan a revisar la legitimidad de la deuda y las privatizaciones en América latina, como lo están haciendo Venezuela, Ecuador y Bolivia, con la complejidad propia de estos desafíos, enfrentando al coloniaje mental sin dobles discursos.

Marcha por la memoria


DOS MARCHAS SE SUCEDIERON EN LA PLAZA DE MAYO PARA CONMEMORAR LOS 33 AñOS DEL GOLPE
Una plaza que demandó justicia
El repudio al golpe militar y el reclamo por la aceleración de los juicios a los represores fue el pedido unánime. Decenas de miles de personas acompañaron la convocatoria de los organismos de derechos humanos y la del Encuentro Memoria, Verdad y Justicia.

“Despertemos a la justicia con ruido, con silbidos, con cantos”, propuso la chica desde el escenario y abajo, en la Plaza de Mayo, la gente respondió con lo que tenía más a mano. Dos flaquitos que sostenían una pancarta la apoyaron en el suelo para aplaudir; el morocho del bombo hizo sonar el parche como en la cancha, y casi enseguida otros le siguieron el ritmo con las manos. Petardos, redoblantes, batucadas, cantitos. En el 33 aniversario del golpe del ’76, miles de personas reclamaron masivamente que se aceleren los juicios a los represores. Hubo dos marchas, una convocada por los organismos de derechos humanos y otra que reunió a las organizaciones de izquierda. Así, se hicieron dos actos con discursos muy diferenciados, durante una jornada en la que se pudo ver gente marchando a la plaza toda la tarde. Los primeros manifestantes llegaron al escenario montado junto a la Pirámide de Mayo a las tres y media, y cuatro horas más tarde todavía los últimos grupos seguían tratando de que se hiciera espacio para acercarse al lugar.

Clase media, trabajadores que fueron con sus sindicatos, piqueteros llegados en trenes desde el conurbano, militantes universitarios, gente sin adscripción a ningún grupo y militantes que se encolumnaron con su partido. Como todos los años, se volvió a ver esa mezcla: sobre la avenida de Mayo las columnas de las organizaciones sociales y políticas se formaron siguiendo el esquema acordado trabajosamente de antemano para la organización de la jornada, mientras por las veredas, saliéndose de ese orden, los manifestantes sueltos desbordaban el lento avance de las columnas. Como todos los años, también, se volvió a ver que la movilización es elegida por muchos padres para llevar a sus chicos a conocer una marcha del 24. Otro de los datos salientes es la cantidad de jóvenes que siempre logra reunir el repudio a la dictadura.

Los organismos

La primera de las marchas fue convocada por los organismos de derechos humanos. Organizada por H.I.J.O.S, Madres Línea Fundadora, Abuelas, Herman@s, el Centro de Estudios Legales y Sociales (Cels), la Asociación por los Derechos Humanos (APDH), el Serpaj y el Medh, entre otros, la actividad estuvo precedida, el lunes, por un recital frente a los Tribunales para reclamar a la Justicia por la demora en los juicios por violaciones a los derechos humanos.

Los organismos cuestionaron que a seis años de haberse anulado las leyes de Punto Final y Obediencia Debida “sólo haya 44 condenas”. Recordaron que “526 genocidas esperan el juicio oral”, pero por la lentitud de los procesos “192 represores ya murieron”, mientras otros 47 continúan prófugos. “Numerosos juicios se han reabierto desde que las leyes de Obediencia Debida y Punto Final fueran declaradas inconstitucionales en el 2001, que el Congreso Nacional las anulara por ley en el 2003 y que la Corte Suprema ratificara este camino en el 2005”, reconocieron desde el escenario, donde un grupo de Madres de Plaza de Mayo leyó un documento consensuado. “Pero ¿cuántos decenios serán necesarios para condenar a todos los genocidas por todos los compañeros? Ya llevamos demasiados años exigiendo justicia. Todos los poderes del Estado tienen la responsabilidad de acelerar los procesos que se llevan contra los autores de crímenes de lesa humanidad y terminar con las consecuencias de los indultos”.

En esta edición, la entrada a la plaza de la marcha fue encabezada por una escuadra de bailarinas de La Chilinga, la escuela social de percusión y danza fundada por Daniel Buira, el baterista de Vicentico. Vestidas de blanco de la cabeza a los pies, unas cincuenta chicas bailaron al ritmo de la batucada. Atrás fue la tradicional bandera con las fotos de los desaparecidos y las columnas de los organismos. Siguieron las organizaciones sindicales –la CTA con sus gremios, la Secretaría de Derechos Humanos de la CGT, la UOM Quilmes– y los movimientos sociales y políticos. Las organizaciones K tiñeron de celeste este tramo de la marcha: la Juventud Peronista, el Movimiento Libres del Sur, el Movimiento Evita, La Cámpora, el Frente Transversal, Nacional y Popular fueron algunas de ellas, casi todas con imágenes de Eva Perón en sus pancartas. También hubo agrupaciones que no integran el kirchnerismo, como el Encuentro por la Democracia y la Equidad –del intendente de Morón, Martín Sabbatella–, Proyecto Sur –de Pino Solanas–, el Partido Comunista y la UCR.

Los sueltos
Guillermo, su mujer y sus dos hijos fueron de los “sueltos” de la marcha. “Vivimos en La Plata y este año decidimos venir a marchar acá”, contó él. ¿Por qué? “Pensamos que la plaza venía de ser ocupada por otra manifestación, que no tuvo nada que ver con lo que queremos sino con la idea de instalar la pena de muerte. Me parece que se vienen tiempos difíciles”, definió. Simón, de 14 años, llevaba puesta una remera con el reclamo de aparición con vida de Julio López; dijo que para él, ir a la marcha era “una forma de aprender”.

También Claudia, responsable de la murga infantil Los Zumbados, dio ese sentido a la movilización. “Teníamos ganas de venir hacía mucho”, relató. Viajó desde Moreno con 30 de los chicos. “Todos tienen ya una idea porque el tema del golpe se trata en los colegios, pero es importante que puedan venir y ver esto”, aseguró.

El Encuentro

A los reclamos de la primera marcha siguieron los de la segunda, convocada por el Encuentro Memoria, Verdad y Justicia, que reúne a trescientas organizaciones sociales y políticas. Los partidos de izquierda, sus movimientos sociales, los estudiantes de la Federación Universitaria de Buenos Aires aportaron las columnas más numerosas de esta movilización.

El Encuentro llevó en su cabecera la consigna “Basta de impunidad y represión” y difundió un documento con duras críticas al gobierno. “Desarmar la impunidad requiere de mucho más que discursos, requiere de una decisión política que el gobierno no tiene”, señalaron allí. La Asociación de ex detenidos desaparecidos, la Liga Argentina por los derechos del hombre, el Centro de Profesionales por los derechos humanos fueron algunos de los que se ubicaron en la cabecera compartida con hubo dirigentes del Partido Obrero, el Movimiento Socialista de los Trabajadores, el PTS, la Corriente Clasista y Combativa y la Federación Universitaria de Buenos Aires (Fuba), entre otros.

“A pesar de lo que dice el gobierno, el 95 por ciento de los genocidas están libres”, plantearon en el texto que leyeron sobre el mismo escenario de la Plaza de Mayo. De los condenados o procesados, “la mayoría siguen en escandalosas condiciones de detención en countries o dependencias militares”. Las organizaciones también criticaron “el tarifazo, los despidos”, “las cifras ridículas publicadas por el Indec” y “el pago de la deuda externa” como señales de que el gobierno pretende “salir de la crisis sin tocar a los verdaderos responsables”.

El reclamo por la desaparición de Julio López, el rechazo a los pedidos de mano dura, el rehusarse a tener una mirada policíaca de los problemas sociales fueron puntos muy presentes en la jornada.
Además de los cientos de carteles con la foto de López que llevaron los manifestantes a las marchas, hubo pancartas que contestaron los recientes reclamos por la pena de muerte. “Mientras piensan cómo matarnos, nosotros ya vivimos condenados a muerte”, decía una bandera escrita a mano con toda la impronta del conurbano. En otra también manuscrita se leía: “cuando se habla de pena de muerte, la humanidad retrocede en cuatro patas”.

24 marzo 2009

1976 - 24 de Marzo - 2009


A 33 años del inicio del genocidio en Argentina.

ABUELAS DE PLAZA DE MAYO: Quedan 400 nietos apropiados

Las Abuelas de Plaza de Mayo, a 33 años de la instauración del golpe de Estado más sangriento de nuestra historia y a 26 del retorno a la democracia, lamentablemente debemos seguir con nuestra búsqueda. Todavía nos falta restituir la identidad a 400 de nuestros nietos, todos ellos apropiados por el terrorismo de Estado.

Nuestros nietos son adultos y probablemente muchos ya sean padres, por lo que la violación del derecho a la identidad se está transfiriendo a la siguiente generación, es decir a nuestros bisnietos, a quienes también tenemos que restituirles la identidad.

Desde nuestra fundación venimos sembrando memoria y reclamando, junto al resto de los organismos, verdad y justicia. Tratamos de plasmar esto día tras día –visitando escuelas, organizando actividades de formación, denunciando ante la Justicia– para que nunca más la sociedad argentina vea violados sus derechos más fundamentales. Educamos para la defensa de los derechos humanos y somos las mayores promotoras del derecho a la identidad.

En lo que se refiere a nuestro trabajo en el mundo, como hace 20 años, cuando logramos que se incorporaran dos artículos a pedido nuestro en la Convención de los Derechos del Niño, ahora mismo estamos bregando para que toda la experiencia sobre identificación genética y forense que hemos acumulado en estas tres décadas sea tomada y protocolizada por las Naciones Unidas para casos de desaparecidos en otros países.
Consideramos que es necesario y urgente continuar luchando para que los juicios contra los represores de la dictadura se aceleren de una vez y que sean públicos. Debemos tener en cuenta que si fuera por el Código Penal y por los jueces “procesistas”, los juicios seguirían parados. Hay que seguir presionando para que “los tiempos de la Justicia” no terminen de cerrar, nuevamente, ese círculo de impunidad que tanto nos costó derribar.

Nuestra lucha ha sido siempre por más democracia, por más garantías, por más derechos humanos. Y así debe seguir siendo. Los organismos de derechos humanos, ayer, hoy y siempre, hemos exigido justicia y no ajusticiamiento. Tan es así que los genocidas tienen el derecho a un juicio justo y a una legítima defensa, derecho que negaron brutalmente a nuestros hijos e hijas. Que quede claro: no queremos, nunca más, un Estado que asesine.

A 33 años del horror, tenemos que caminar juntos cantando nuestro amor por la vida, por una sociedad para todos y no para pocos, por la memoria de nuestros desaparecidos, por los hombres y mujeres que aún no conocen su verdad y su historia –”esclavos del alma” los llamamos nosotras–, que esperan por su libertad.

21 marzo 2009

Un altro "pelotudo" pericoloso


Alfano: crociata anti YouTube
«Appena i tecnici del governo Berlusconi troveranno il modo di intervenire nella difficile realtà del web, arriverà una nuova legge per contrastare gli abusi sempre più frequenti su Internet. Come in Youtube ad esempio. Vogliamo intervenire». Così il ministro della Giustizia Antonino Alfano, stasera a Genova durante un incontro pubblico del Pdl, ha risposto a un bambino della classe 5 B della scuola elementare Brignole Sale di Albaro.

Il bambino lo interrogava sulla possibilità di interventi specifici contro gli eccessi presenti nel web, in particolare sul più famoso sito di condivisione video, Youtube. «Il nome stesso di rete - ha detto il ministro Alfano - rimanda a una maglia difficile da controllare, ma stiamo lavorando sul tema».

19 marzo 2009

Un "pelotudo" pericoloso fuori di testa


Gli studenti dell'Onda sono dei "guerriglieri e verranno trattati come guerriglieri".

Lo ha detto il ministro della Pubblica Amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta, al termine di una conferenza stampa a Palazzo Chigi tenuta insieme alla collega della scuola, Mariastella Gelmini.
A chi faceva notare al ministro che nella scuola la protesta sta montando, il ministro ha risposto: "non vedo molta protesta, vedo ogni tanto delle azioni di guerriglia da parte della associazione Onda. Ma vedo - ha aggiunto - che nelle votazioni degli organi di rappresentanza degli studenti l'Onda non esiste. Sono un democratico e quindi credo molto più al voto che alle azioni azioni di guerriglia. L'Onda non l'ho vista nelle recenti elezioni degli studenti - ha insistito Brunetta - quindi sono dei guerriglieri e verranno trattati come guerriglieri".
Forse copiando il sistema argentino della scomparsa forzata, forse col sistema "Guantànamo", forse con le fucilazioni di massa imparate da Cadorna o Badoglio. O forse a questi eretici li convertirà con le torture ed con i sistemi dell'Inquisizione. Io mi domando: da dove è nato questo mostro in miniatura?

Risposte alle parole del Ratzinger


Aids, il Papa: «I preservativi non combattono l'epidemia, ma aumentano i problemi»
«Grandissima preoccupazione» è stata espressa oggi dal ministero degli Esteri francese per «le conseguenze» sulla lotta contro l'Aids delle parole del Papa Benedetto XVI sull'uso del preservativo. Ieri il pontefice, in visita pastorale in Africa, aveva detto che «l'epidemia di Aids nel continente non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi aumentano i problemi».

Il Papa aveva indicato come unica strada efficace quella di un rinnovo spirituale e umano nella sessualità.

«Se non spetta a noi dare un giudizio sulla dottrina della Chiesa - ha aggiunto il portavoce del ministero degli Esteri, Eric Chevallier - riteniamo che frasi del genere mettano in pericolo le politiche di sanità pubblica e gli imperativi di protezione della vita umana».

Il Papa aveva ricordato che la Chiesa cattolica fa tanto in Africa contro l'Aids. «È una tragedia che non si può superare solo con i soldi, non si può superare con la distribuzione di preservativi, che anzi aumentano i problemi». Serve invece, secondo il Papa, un comportamento umano morale e corretto ed una grande attenzione verso i malati: «soffrire con i sofferenti».

Critiche sono anche venute dalla Germania. I preservativi hanno un «ruolo decisivo» nella lotta all'Aids: qualsiasi altro mezzo sarebbe «irresponsabile» hanno detto i ministeri tedeschi della Sanità e dello Sviluppo in un comunicato congiunto commentando così le parole del Papa su questo tema.

Critiche dalle Ong britanniche alle dichiarazioni di papa Benedetto XVI sul preservativo e l'Aids. Secondo l'associazione di beneficenza cristiana Christian Aid infatti, le parole del papa rischiano di seminare «confusione in Africa, nei Paesi dove la Chiesa cattolica ha un'influenza importante».

«Le parole del papa mandano un messaggio che crea confusione in un continente come l'Africa, dove la chiesa cattolica è molto importante. La nostra posizione - ha spiegato la Melby alla AFP - è che l'astinenza è una parte importante nell'insieme delle misure, ma che non è l'unico modo per combattere la diffusione del virus dell'Hiv».

Dello stesso parere Mohga Kamal-Yanni, esperta di Hiv e Aids dell'organizzazione di beneficenza Oxfam. «La disponibilità dei preservativi per combattere l'Hiv è assolutamente cruciale», ha detto la Kamal-Yanni all'agenzia francese, aggiungendo: «Se vogliamo evitare nuovi casi di infezione tra i giovani, dobbiamo aumentare la diffusione dei preservativi».

Intanto il Vaticano conferma la posizione della Chiesa sull'uso dei preservativi contro l'Aids. «La Chiesa - si legge in una nota della Santa Sede in risposta alle polemiche sollevate dalle parole del Papa - concentra il suo impegno non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore».

In serata arriva anche la presa di posizione della Ue. Il preservativo «è uno degli elementi essenziali nella lotta contro l'Aids e la Commissione Ue ne sostiene la diffusione e l'uso corretto» lo afferma il portavoce del commissario Ue agli aiuti umanitari Louis Michel.

17 marzo 2009

Condena los condones


EL PAPA INICIA SU GIRA POR AFRICA CON UNA CONDENA A LOS PRESERVATIVOS. CONTINÚA CON SU PREDICA IGNORANTE E INHUMANA.
"El SIDA no puede resolverse con la distribución de condones, que incluso agrava los problemas"
El papa Benedicto XVI estimó que el problema del SIDA "no puede resolverse" con la "distribución de preservativos", ante la prensa en el avión que le lleva a Yaundé (Camerún), donde iniciará su primera visita a Africa.

Fue la primera vez que Benedicto XVI habló expresamente sobre el uso de condones, aunque sí dijo que la Iglesia Católica está al frente de la lucha contra el SIDA y que el Vaticano alienta la abstinencia sexual para evitar la extensión de la enfermedad.

"Es una tragedia que no se puede superar con la distribución de condones, que, al contrario, agravan el problema", dijo el pontífice en declaraciones a la prensa a bordo del avión papal en vuelo hacia Yaundé, capital de Camerún.

Benedicto XVI indicó como único camino eficaz el de una renovación espiritual y humana en la sexualidad.
Algunos sacerdotes y monjas que trabajan con víctimas del SIDA en Africa, el continente más afectado por la pandemia, cuestionaron la oposición de la Iglesia al uso de preservativos.

La gira de Benedicto XVI por Africa durará siete días y lo llevará a Camerún y Angola.