19 febbraio 2009

Un'altra battuta stupida e gratuita

Ennessima gaffe di Berlusconi sui desaparecidos

Ricordi, sig. Berlusconi, che i “voli della morte” in Argentina, durante 1976 e 1983, portavano oppositori, persone selvaggiamente torturate e poi drogate per essere buttate vive in mare ai fini di farle scomparire.
Apra bene le orecchie, sig. Berlusconi, non si permetta mai più di far le sue solite battute stupide sui nostri desaparecidos. Lei non ha la statura necessaria né i meriti per farlo impunemente. Noi ci rifiutiamo di sopportare passivamente la sua ironia da cabaret sui tragici eventi che hanno portato alla scomparsa forzata di 30.000 persone in Argentina. Rifiutiamo energicamente questo modo banale di ottenere una facile risatina da parte del pubblico per mantenere la sua immagine "simpatica".
Forse la sua leggerezza facendo queste barzellette infantili viene dalla sua partecipazione alla P2 con la tessera 1816. Chissà se sia un residuo dei giorni in cui Lei, forse, ridacchiava con Licio Gelli sugli stessi eventi, visto che il suo venerabile maestro fu uno degli assessori dell’ammiraglio Massera, ideatore dei voli della morte.

Ricordi, sig. Berlusconi, che durante tutta la durata della dittatura militare in Argentina, l’ambasciata italiana fu chiusa con transenne per evitare l’ingresso delle persone che vi cercavano rifugio. Una vergogna che non dimentichiamo. Ricordi, sig. Berlusconi, che se l’Italia si è guadagnata un posto speciale nel cuore degli argentini fu semplicemente per come hanno agito alcuni funzionari italiani, in modo totalmente personale e disubbidendo “ordini superiori”, facilitando rifugio e conforto ai rifugiati argentini, rischiando pesantemente vita e carriera. Sono queste persone, che agendo in silenzio e con modestia, resteranno sempre nella nostra memoria collettiva; non Lei che, per appartenere alla Logia P2, potremo considerare complice del genocidio perpetrato dai militari in nostro Paese.

Recuerde sr. Berlusconi que los “vuelos de la muerte” en Argentina, durente 1976 y 1983, llevaban opositores, personas salvajemente torturadas y drogadas para ser tiradas vivas al mar para hacerlas desaparecer.
Abra bien las orejas, sr. Berlusconi, no se permita más decir sus chistecitos estúpidos sobre nuestros desaparecidos. Usted no tiene la estatura necesaria ni los méritos para hacerlo impunemente. Nosotros nos negamos a soportar pasivamente su ironía de cabaret sobre los trágicos eventos que llevaron a la desaparición forzada de 30.000 personas en Argentina. Rechazamos enérgicamente este modo banal de obtener fáciles risitas del público para mantener su imagen "simpática".
Posiblemente la ligereza que Ud. usa diciendo estos chistecitos viene de su participación en la P2 con el carnet 1816. Quizás si no sea un residuo de los días en que Ud., posiblemente, comentaba alegremente estos eventos con Licio Gelli, visto que su venerable maestro fue uno de los asesores del almirante Massera, creador de los vuelos de la muerte.

Recuerde, sr. Berlusconi, que durante toda la duración de la dictadura militar en Argentina, la embajada italiana estuvo cerrada con vallas para impedir el ingreso de las personas que allí buscaban un refugio. Una vergüenza que no olvidamos. Recuerde, sr. Berlusconi, que si Italia se ganó un lugar especial en el corazón de los argentinos fue simplemente por como han actuado algunos funcionarios italianos, en modo totalmente personal y desobedeciendo “órdenes superiores”, facilitando refugio y conforto a los refugiados argentinos, arriesgando pesadamente su vida y su carrera. Son estas las personas, que actuando en silencio y con modestia, quedarán para siempre en nuestra memoria colectiva; no usted que, por pertenecer a la Logia P2, podremos considerar cómplice del genocidio perpetrado por los militares en nuestro país.

18 febbraio 2009

Otro chistecito del Berlusca


El miembro 1816 de la logia masónica P2 sigue su saga de pelotudeces gratuitas (?). Con un cinismo rayano en la taradez mental...

"HABLÓ IRONICAMENTE DE LOS VUELOS DE LA MUERTE"
Las Abuelas de Plaza de Mayo están ofendidas por los dichos de Berlusconi
La presidenta de Abuelas de Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, dijo que las abuelas se sienten "ofendidas" por los dichos del primer Ministro italiano, Silvio Berlusconi, ya que "habló irónicamente de los vuelos de la muerte" de desaparecidos argentinos, durante un encuentro político en Cerdeña.

"Las abuelas estamos ofendidas, sobre todo porque para los argentinos ha habido siempre desde Italia una gran solidaridad, tanto de parte de los gobiernos anteriores como de parte de la Justicia", manifestó Carlotto.
La titular de la agrupación de derechos humanos dijo haber recibido de parte de un medio italiano la copia de las palabras pronunciadas por Berlusconi en Cerdeña el fin de semana.
Según la prensa de ese país, Berlusconi se refirió a la etapa de los llamados `vuelos de la muerte' como "bellas jornadas, los hacían descender de los aéreos".

Carlotto consideró a la misma como "una frase sumamente lesiva para el sentimiento de los argentinos en general y de los familiares en particular", ya que "habló irónicamente de los vuelos de la muerte".
La titular de Abuelas anticipó que los organismos "vamos a reaccionar", y que se presentarán ante la Secretaría de Derechos Humanos, la Cancillería, y la Embajada de Italia en Argentina.
"Vamos a pedir que Berlusconi aclare o rectifique sus dichos; y si se queda en sus trece, recibirá nuestro repudio",señaló.

De todas maneras, Carlotto dijo que "no sorprenden" las palabras de Berlusconi, ya que "siempre tiene esa cosa payasesca de usar términos irónicos y tangencialmente muy ofensivos. A nosotros nos duele muchísimo que él se arrogue el derecho a la ofensa", dijo.

17 febbraio 2009

Giustizia di regime


«Si va verso una giustizia segreta e non controllabile dai cittadini e questo non è certo positivo per un Paese democratico. Oggi è proprio un giorno buio per la giustizia italiana».«È l'ennesimo strappo oltre a quello dello strumento delle indagini anche al diritto di cronaca». «Inoltre si crea un regime di terrore verso la pubblicazione». «Ora i giornalisti dovranno andare in giro sempre con l'avvocato...».

Giustizia oscurantista e segreta
Questi i punti principali del Ddl:

GRAVI INDIZI DI COLPEVOLEZZA - Il Pm potrà chiedere l'autorizzazione a intercettare solo in presenza di "gravi indizi di colpevolezza". Nelle indagini di mafia e terrorismo basteranno "sufficienti indizi di reato". La richiesta dovrà essere autorizzata da un Gip collegiale del capoluogo del distretto. Ma il giudice dovrà poi compiere una sua valutazione autonoma del caso.

VIA IL MAGISTRATO CHE PARLA TROPPO - La toga che rilascia «pubblicamente dichiarazioni» sul procedimento che gli viene affidato ha l'obbligo di astenersi. E dovrà essere sostituito se iscritto nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d'ufficio. Il suo nome non potrà essere citato.

OMESSO CONTROLLO, ARRESTO FINO A UN ANNO - Il ddl prevede l'arresto fino a un anno e l'ammenda da 500 a 1.032 euro per pubblici ufficiali e magistrati che omettano di esercitare «il controllo necessario ad impedire la indebita cognizione o pubblicazione delle intercettazioni.

DIVIETO DI PUBBLICAZIONE - Per i media le indagini diventeranno 'top secret'. Non si potranno più pubblicare gli atti dell'indagine preliminare, neanche l'iscrizione nel registro degli indagati di qualcuno, o quanto acquisito al fascicolo del Pm o del difensore, fino al termine dell'udienza preliminare. Anche se gli atti non saranno più coperti da segreto.

NO A NOMI E IMMAGINI DEI PM - Il ddl prevede lo stop alla pubblicazione di nomi o immagini di magistrati "relativamente ai procedimenti e processi penali a loro affidati", salvo che l'immagine non sia indispensabile al diritto di cronaca.

CARCERE PER I GIORNALISTI - Torna il carcere per i giornalisti. Con due emendamenti approvati in extremis è prevista la pena da uno a tre anni per chi, "con volontà di dolo", pubblica intercettazioni per le quali sia stata ordinata la distruzione o relative "a conversazioni o flussi di comunicazione riguardanti fatti e circostanze o persone estranee alle indagini di cui sia stata disposta l'espunzione". Aumentano anche le sanzioni per gli editori, fino a 370mila euro per chi pubblica violando gli obblighi di legge.

REATI INTERCETTABILI - Sul punto la legge attuale cambia poco. Potranno essere intercettati tutti i reati con pene superiori ai 5 anni, compresi quelli contro la Pubblica Amministrazione; ingiuria; minaccia; usura; molestia; traffico-commercio di stupefacenti e armi; insider trading; aggiotaggio; contrabbando; diffusione materiale pornografico anche relativo a minori.

INTERCETTAZIONI AMBIENTALI - Si potranno usare le "cimici" solo per spiare luoghi nei quali si sa che si sta compiendo un'attività criminosa. Unica eccezione per i reati di mafia, terrorismo e per quelli più gravi.

LIMITI DI TEMPO - Non si potrà intercettare per più di 60 giorni: 30 più 15 più 15. Per reati di criminalità organizzata, terrorismo o minaccia col mezzo del telefono si può arrivare a 40 giorni prorogabili di altri 20.

PROCEDIMENTO CONTRO IGNOTI - Le intercettazioni potranno essere richieste solo dalla parte offesa e solo sulle sue utenze. L'opposizione contesta il fatto che non si possa più intercettare nei casi di violenza sessuale perchè le indagini richiedevano intercettazioni di tipo esplorativo per l'individuazione dei responsabili. Potranno essere acquisiti però documenti relativi al traffico telefonico per capire chi fosse presente sul luogo del delitto.

ARCHIVIO RISERVATO E DIVIETO DI ALLEGARE VERBALI AI FASCICOLI - Le telefonate e i relativi verbali saranno custodite in un archivio presso la Procura. I procuratori avranno il potere di gestione e controllo dei centri di intercettazione e di ascolto.

DIVIETO DI UTILIZZO IN PROCEDIMENTI DIVERSI - Le intercettazioni non potranno essere usate in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte. Salvo i casi di mafia e terrorismo.

STOP A RIPRESE TV - Non si potranno più fare riprese tv nelle aule giudiziarie, a meno che tutte le parti non siano d'accordo.

16 febbraio 2009

La legge della cosca



Per Marco Travaglio - da Voglioscendere.it
"Buongiorno a tutti.
Partiamo da qua: dalla relazione della Corte dei Conti all'inaugurazione dell'anno giudiziario della giustizia amministrativa che, se siete interessati, potete trovare sul sito cortedeiconti.it.

E' una relazione agghiacciante per quanto riguarda il sistema della corruzione in Italia e per quanto riguarda gli sperperi del denaro pubblico nei settori delle consulenze, della sanità, dei rifiuti.

Si parla di enormi quantità di denaro pubblico che se ne vanno: noi continuiamo a pompare i soldi delle nostre tasse dentro un acquedotto bucato, pieno di buchi, una specie di groviera e i soldi escono a tutti i livelli senza arrivare quasi mai a destinazione.

Se voi leggete questo rapporto e poi leggete di che parlano i giornali e i politici, vi rendete conto del perché questo acquedotto, se non si cambiano radicalmente le cose, è destinato a perdere sempre più acqua e noi siamo destinati a non vedere più alcun risultato rispetto agli enormi sforzi che siamo chiamati a fare contribuendo alle spese di uno Stato che ormai non esiste più.

Perché i giornali, preso atto di quello che dice la Corte dei Conti, dovrebbero, in un paese normale e serio, registrare dichiarazioni allarmatissime dei politici e del governo ma soprattutto dell'opposizione con delle proposte concrete per tamponare questa enorme emorragia di soldi pubblici che fa dell'Italia il Paese più corrotto dell'Occidente, come ha detto anche l'ambasciatore americano Spogli lasciando l'Italia - “Paese corrotto” -, come dicono tutte le ricerche internazionali, come dice un grande giornale tedesco in questi giorni che ha definito l'Italia “stivale putrido”.

Invece, non c'è traccia anche di un minimo tentativo di rimediare a questa drammatica denuncia della Corte dei Conti, anzi si sta lavorando per praticare altri fori e voragini nell'acquedotto dei soldi nostri.Soprattutto, si sta lavorando per cercare di impedire in tutti i modi che le forze dell'ordine e la magistratura riescano a scoprire chi pratica questi fori e chi succhia i nostri soldi dalla conduttura.

14 febbraio 2009

La UNESCO en la ESMA


LA UNESCO CREO EN LA ESMA EL CENTRO INTERNACIONAL DE PROMOCION DE LOS DERECHOS HUMANOS
Un espacio mundial para cultivar la vida
Del acto participaron el canciller Jorge Taiana, el ministro de Educación, Juan Carlos Tedesco; de Justicia, Seguridad y Derechos Humanos, Aníbal Fernández; el pianista Miguel Angel Estrella; Nora Cortiñas, de Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora; Hebe de Bonafini, de la Asociación Madres de Plaza de Mayo, y la presidenta de Abuelas, Estela de Carlotto. “En medio de tanto dolor, tanta tragedia, desolación y muerte, estas mujeres de pañuelo blanco reconstruyeron la dignidad del país”, las elogió la Presidenta. Luego ponderó “la labor incansable, inclaudicable, infatigable de estas mujeres que siguen buscando en cada uno de los nietos”, y destacó que se trata de los nietos “de todos los argentinos”.

La creación del Centro Internacional para la Promoción de Derechos Humanos, que funcionará en el ex predio del mayor centro clandestino de detención de la Armada Argentina, se aprobó por el voto unánime de los miembros del Consejo Ejecutivo de la Unesco el 13 de octubre pasado. Su objetivo central es “promover la profundización del sistema democrático, la consolidación de los derechos humanos y la prevalencia de los valores de la vida, la libertad y la dignidad humana”. También “la investigación científica en relación con la desaparición forzada de personas, la tortura y el exterminio”.

Carta de un padre nuevo


Textual
Esta carta la escribió Antonio Domingo García, cuando se enteró de que iba a tener a su primera hija. “Para saber quiénes eran mis padres pueden leer esa carta”, dijo ayer Juliana García Recchia, cuando anunció la recuperación de su hermana.

23/V/1973
Querida Juliana, o querido Ezequiel:
Hace unos pocos días que sabemos, mamá (¡qué lindo que suena mamá!) y yo de tu existencia, de que estás entre nosotros. Sos muy poca cosa; tan poca, que todavía ni tenés cerebro. Sin embargo, no te imaginás todo el bien que nos traés, todo lo que ya te queremos. Hoy estoy en una jornada con chicos y chicas de 3º comercial del Pío XII. Uno de los pocos momentos tranquilos que hay, y por eso estoy escribiendo. Un poco para pensar mientras corre la lapicera. Quiero contarte un poco de tus padres. De cómo somos, qué sentimos.

Beatriz y yo somos bastante despelotados. Vivimos a las corridas, viéndonos poco, o al menos no todo lo que quisiéramos; no porque andemos detrás del coche o del departamento, como andan casi todos. Sino simplemente, o grandemente, porque pensamos que nuestra vida para adentro no sirve. Que si vivimos, vivimos para los demás, para el hermano. Pese al egoísmo que tenemos adentro y que nos jode y no nos deja ser todo lo entregados que quisiéramos. En esa vida hacia fuera se conjuga todo nuestro ideal, aquello por lo que nos sentimos mutuamente atraídos, y que hizo que comenzáramos a caminar juntos. Ese amor hacia el otro, un amor-teórico en un principio, cuando los dos lo canalizábamos dentro de la Iglesia se fue transformando en algo más concreto: el amor al otro hoy y aquí pasa por al amor político, por el compromiso con el pueblo, con el explotado, con el pobrerío, con esos millones de hombres que sufren por un mundo mejor aquí, en la Argentina y en esta querida América latina, la Patria Grande. Ese amor concreto al pueblo se hace real en el peronismo, que abrazamos al principio con muchas dudas, y del que ahora, por suerte, es imposible salir, porque es parte de nosotros.

Ese compromiso justifica las corridas, los afanes, el trabajo de cada día o los días gloriosos como el 17 de noviembre del ’72 o este 25 de mayo que se avecina. Ese compromiso es, o quiere ser total, de cada cosa de nuestra existencia, desde compartir el tiempo o la guita, hasta estar dispuestos a dar la vida así, bien en concreto, por esa Patria nueva, la Patria Justa, libre, soberana: socialista. Esa patria para todos.
Esas cosas son nuestra vida hasta ahora; una vida en el fondo feliz pese, repito, a todas las jodas. A la rutina, principalmente.

Y en ese momento hasta ahora de los dos, aparecés vos, hijo, o hija, en el momento justo (y pienso en el significado de Ezequiel: enviado por Dios, con todo lo simbólico que contiene). Nuestra vida quiere abrirse, decía. Si queda entre los dos se agota, se marchita. Sin la apertura de esa vida éramos algo incompleto. En lo profundo, éramos dos que enfrentábamos las cosas. Ahora somos TRES (no más, ¿no es cierto?). Nuestro amor se abre, florece, da frutos.

Te das cuenta, querido/a, todo lo que significás, toda la inmensa alegría que nos venís a traer. No es casual que a partir de vos tu mamá y yo nos sentimos mucho mejor, plenificados. Sé que no van a faltar dificultades. Que el hombre viejo, egoísta, no desaparece así nomás en un tipo jodido como yo. Que muchas veces vamos a extrañar la comodidad del ser-dos. Pero pese a todo eso sos muy bienvenido/a. Sos aquello que nos hizo llorar juntos a mares, muy abrazados, cuando tomamos conciencia de que estabas. Aquello que nos hace brillar los ojos, o besarnos sin sentido. Aquello, en fin, que nos hace salir la dicha por la lapicera, porque adentro ya no hay más lugar.

Gracias por venir, hijo/a. Gracias a Dios que te envía. Que nosotros no te fallemos. Que podamos cumplir con lo que debe ser: ayudarte para que seas PERSONA, HOMBRE-PARA-LOS-DEMAS. Que nunca tengas que avergonzarte de nosotros. Que no te defraudemos. Que sigamos hasta el fin.
Con todo el orgullo y el amor que rebosa en este momento, tu padre. Antonio

Se recuperó la nieta nº 97

Otra hija de desaparecidos recuperó su identidad
Las Abuelas de Plaza de Mayo con enorme alegría queremos dar a conocer el encuentro y restitución de la identidad de otra hija de desaparecidos. Se trata de la hija de Beatriz Recchia y Domingo García, desaparecidos en 1977.

Los padres
Antonio nació el 15 de marzo de 1947 en la ciudad de Buenos Aires. Hizo la escuela primaria como pupilo en un colegio en González Catán y el secundario en el Colegio Marín en San Isidro. Se recibió de maestro y ejerció la docencia. Después, comenzó a cursar el Profesorado de Historia y Geografía.
Beatriz nació el 17 de mayo de 1949 en Florida, zona norte del gran Buenos Aires. Cursó sus estudios primarios en la Escuela Nº 10 de Munro y el secundario en un colegio religioso, en el barrio porteño de Belgrano. Estudió para ser maestra jardinera y ejerció como tal en el Jardín Jean Piaget.
Se conocieron en un taller de Historia. Desde los grupos católicos pasaron a la militancia en barrios. Se casaron en enero de 1972. Juliana, la primera hija, nació el 30 de diciembre de 1973.
Ambos militaban en la organización Montoneros. Sus compañeros los conocían como "Tina" y "Nito" o "Sebastián". Durante un breve lapso también los llamaron "Inés" y "Rogelio". Fueron secuestrados en su domicilio de Villa Adelina el 12 de enero de 1977. Antonio fue asesinado durante el operativo y sepultado al día siguiente como NN en el Cementerio de Boulogne. En 1978 la policía bonaerense confirmó oficialmente a la familia el destino de los restos. Beatriz estaba embarazada de cinco meses al momento del secuestro. Pensaban llamar Ignacio al bebé que esperaban si era varón. La joven fue vista por sobrevivientes en el CCD "El Campito" de Campo de Mayo. Allí nació su hija en el mes de mayo de 1977.

LA HIJA DE ANTONIO DOMINGO GARCIA Y BEATRIZ RECCHIA ES LA NIETA 97 IDENTIFICADA POR LAS ABUELAS
“Fue un embarazo que duró 32 años”
El caso se resolvió a través de una causa judicial a cargo de la jueza Sandra Arroyo Salgado, quien debe definir la situación de los apropiadores. La joven conoció ayer a su hermana, Juliana García Recchia.
Por Victoria Ginzberg - Página12


Los ojos cansados pero brillantes de Juliana García Recchia decían casi todo. Sus lágrimas y su risa, el resto. Por la mañana había visto a su hermana. La había abrazado. Y había esperado 32 años para eso. “Yo recuerdo la panza de mi vieja. Yo tocaba a mi hermana a través de la panza. Ese contacto físico... no hay palabras. No puedo creer que nos hayan robado esto, que nos hayan robado 32 años”, dijo en la casa de las Abuelas de Plaza de Mayo. Así se anunció la identificación de la hija de Antonio Domingo García y Beatriz Recchia, que hasta ayer estaba desaparecida.

El 12 de enero de 1977, efectivos del Ejército vestidos de civil irrumpieron en la casa en la que vivían García y Recchia en Villa Adelina. El era maestro y ella maestra jardinera y se habían conocido en un taller de historia. Participaban de grupos católicos, de allí pasaron a militar en barrios y luego en la organización Montoneros. Los vecinos de su casa de Villa Adelina relataron que en el operativo hubo unos treinta militares y que se produjo un tiroteo. García fue asesinado y enterrado como NN en el cementerio de Boulogne. Recchia, que estaba embarazada de cinco meses, fue secuestrada y llevada al Campito, el centro que funcionó en Campo de Mayo. No hubo más noticias de la mujer y de la niña que parió en cautiverio. En la vivienda de Villa Adelina también estaba Juliana, de tres años, la hija mayor del matrimonio, que fue entregada a su abuela materna ese mismo día. La hija menor, que nació en una maternidad clandestina, se convirtió en el caso 97 resuelto por las Abuelas de Plaza de Mayo.

La identificación se hizo a través de una causa judicial que está a cargo de la jueza federal de San Isidro Sandra Arroyo Salgado, quien ordenó un análisis de sangre sobre una joven que los abogados de Abuelas señalaron como posible hija de desaparecidos. El resultado del estudio de ADN realizado por el Banco Nacional de Datos Genéticos del Hospital Durand llegó el jueves y ayer Juliana y su hermana se enteraron de que había dado positivo.

“Soy la persona más feliz del mundo. Los mejores momentos de mi vida tienen que ver con los nacimientos, con los nacimientos de mis hijas y con el de mi hermana. Mi hermana nació hoy, cuando supo que era hija de Antonio Domingo García y Beatriz Recchia. Fue un embarazo de 32 años que tuvo mi vieja y fuimos varios los parteros. Esto es una búsqueda de todos”, dijo Juliana, rodeada de mircófonos, con la voz quebrada pero segura. Estela Carlotto, al abrir la conferencia de prensa, había señalado que se trataba de “una historia de perseveraciones, de Abuelas y de nietos que buscan a sus hermanos y se buscan a ellos también”. Este caso volvió a dejar en evidencia el rol activo en la búsqueda de sus hermanos que tienen los hijos de desaparecidos: Juliana trabaja desde hace años en Abuelas de Plaza de Mayo. “Me desespera haber perdido esos 32 años con mi hermana, me desesperan que las abuelas y los otros familiares no tengan esta posibilidad del encuentro; mis cuatro abuelos no la tuvieron porque se murieron en el camino. Tenemos que encontrarlos a todos.”

A pesar de sentirse como en el aire (“No caigo, no caigo”, les decía a todos), Juliana fue clara en pedir que los detalles del encuentro con su hermana fueran preservados. Solicitó, además que no se difundiera el nombre con el que la joven vivió estos 32 años (N. de R: por eso no se mencionan aquí ni ese dato ni la identidad del apropiador). “Cada uno debe hacerse cargo de las cosas que hizo”, se limitó a decir cuando le preguntaron por la situación de los apropiadores. Carlotto agregó: “Un apropiador es un delincuente. Acá y en cualquier lugar del mundo”. Arroyo Salgado deberá expedirse sobre el tema.

Juliana se tomó un momento para reclamar por los cuatrocientos casos de hijos desaparecidos que siguen sin saber quiénes son: “A veces siento que estamos jugando a las escondidas. Que en el caso por caso no vamos a poder llegar a todos. Acá hubo un genocidio, un plan sistemático de apropiación, no podemos seguir por el caso por caso. Hay que pensar qué hacemos. Hay una generación entre el ’75 y el ’80 cuya identidad está en duda”.

11 febbraio 2009

Ci provano sempre


Un fascismo senza divisa
Dopo la morte di Eluana Englaro e i provvedimenti del governo in materia di sicurezza
Testimonianza di Massimo Ottolenghi (Torino - 1915), decano dell’Ordine degli avvocati di Torino

Situazione triste e allarmante quella in cui versa il nostro Paese: sono angoscianti le analogie con le vicende che io, testimone ultranovantenne, ho già vissuto sotto il fascismo, e che oggi non posso e non devo tacere.

La grave crisi finanziaria si presenta di nuovo come occasione per scardinare lo Stato di diritto. E offre la tentazione di svincolare il potere da qualsiasi ostacolo e controllo conclamando, nel caso di Eluana Englaro, il trionfo di un’invocata legge naturale o divina in spregio alle sentenze definitive dei supremi organi giudiziari.

La crisi si presta a individuare come nemici la Costituzione e i “diversi”, che appaiono come la fonte di tutti i guai, mentre il Parlamento è costituito da rappresentanti designati dalle segreterie di partiti anziché essere eletti dal popolo, così come era costituita la Camera delle Corporazioni durante il Fascismo.

Inoltre, con i nuovi provvedimenti avviati dal governo, la giustizia viene spogliata dal potere di avviare le indagini su notizie di reato; potere che viene invece conferito alla polizia giudiziaria, soggetta direttamente all’esecutivo. Nel contempo la polizia, depotenziata di mezzi, viene umiliata dal controllo di costituende ronde di volontari designati dai partiti: una nuova milizia costituita da squadre di tifosi e di facinorosi così come è accaduto sotto il Fascismo. E per controllare l’opinione pubblica e trasformare l’informazione in propaganda, non sarà più permesso divulgare prima del processo i contenuti delle intercettazioni sebbene messe a disposizione delle parti.

Si tende infine a trasformare i cittadini in delatori, a cominciare dai medici, che ora sono indotti a denunciare gli immigrati irregolari, in violazione dei loro principi deontologici. Mancano solo i capifabbricato e la taglia sui diversi. Non occorre neppure la marcia su Roma né il Concordato: bastano un nuovo uomo della Provvidenza e un Papa re.

Guardiamo anche sotto il tappetto


Bestie dalle due parti
Ricordare i massacri delle foibe senza menzionare i crimini di guerra commessi dagli italiani in Jugoslavia è guardare la storia con un solo occhio. Così facendo si continua ad alimentare la divisione dei popoli e l’odio razziale ed ideologico. Sempre c’è uno che lancia la prima pietra. Nel nome della civiltà non possiamo essere orbi. La violenza chiama sempre la violenza. (continua) (Fare click qui per leggere tutto l'articolo)

9 febbraio 2009

«Ora basta!»



L'appello con un invito a partecipare

Sabato 21 febbraio, alla manifestazione pacifica contro i provvedimenti del Governo sul caso Englaro, lanciato da Lorenza Carlassare, Andrea Camilleri, Furio Colombo, Umberto Eco, Paolo Flores d'Arcais, Margherita Hack, Pancho Pardi, Stefano Rodotà.

«La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa la vita appartiene solo a chi la vive. Il decreto legge di Berlusconi, trasformato in disegno di legge dopo che il presidente Napolitano, da custode della Costituzione, ha rifiutato di firmarlo, vuole sottrarre al cittadino il diritto sulla propria vita e consegnarlo alla volontà totalitaria dello Stato e della Chiesa. Rendendo coatta l'alimentazione e l'idratazione anche contro la volontà del paziente, impone per legge la tortura ad ogni malato terminale.

Al governo Berlusconi che ha ormai dichiarato guerra alla Costituzione repubblicana, è dovere democratico di ogni cittadino opporre un fermo “Ora basta!”.

Per dire sì alla vita e no alla tortura, per dire sì alla Costituzione e no al progetto di dittatura oscurantista, per dire sì al Presidente che sostiene la Costituzione contro chi la viola, la svilisce, la insulta, chiediamo a tutti i democratici di auto-organizzarsi per una grande e pacifica manifestazione, senza bandiere di partito, solo con la passione e l'impegno civile di liberi cittadini,
a Roma, a piazza Navona, sabato 21 febbraio alle ore 15».

Lutto



Eluana Englaro se ne è andata con dignitá, lasciando la destra aggressiva in mezzo ad una seduta inutile.


Finisce cosí un lungo processo per far valere i diritti a scegliere liberamente di non sottopporsi a cure od a accanimento terapeutico. Eluana esce e si libera dell'altro accanimento: quello della manipolazione ed istrumentalizzazione politica ed ecclesiastica. Si libera degli avvoltoi che non hanno riguardi in confronto del dolore e delle scelte di una famiglia e che fanno i propri conti con l'audience che ottengono con le loro dichiarazioni. Per questa destra di Luna Park oggi tutto è valido per ottenere consensi che servano a far la scalata alla presidenza del Paese. Eluana lascia un Paese governato da balordi che si arrogano il diritto di decidere sulla volontá altrui, sul corpo altrui, sulla vita e sulla morte altrui. Noi restiamo qui, a convivere con questi mostri, con questi sciacalli, con questi cinici che ci governano ma che hanno dimostrato non avere rispetto per la volontá e sentimenti delle persone.

Eluana, buon viaggio.

8 febbraio 2009

El judío que se odia a sí mismo


Soledades

Por Juan Gelman
No se trata de “la soledad de dos en compañía”, que tanto le pesaba a Campoamor, sino la del que nada contra la corriente. La lista de esas soledades puede ser muy larga en este mundo cada vez más deshumano. La de los judíos no israelíes disconformes con las políticas de Tel Aviv es una de ellas. Se conoce la trampa: quien critica la matanza de Gaza –un ejemplo– es antisemita y el judío que lo hace es “un judío que se odia a sí mismo”. Siendo así, quien denuncia las matanzas de las dictaduras africanas corre el riesgo de ser tildado de racista.

Anders Carlberg, presidente de la comunidad judía de Gotemburgo, Suecia, ha señalado un aspecto del problema: “Las pequeñas comunidades judías típicas del norte de Europa se encuentran en un dilema. A pesar de su identificación con Israel, y su certeza de que tiene derecho a proteger a sus ciudadanos de ataques que ponen en riesgo sus vidas, muchos judíos europeos se sienten incapaces de justificar el bombardeo de escuelas y de las áreas urbanas densamente pobladas de Gaza con base en el principio de la defensa propia. La inocencia de la niñez es universal y compartimos la responsabilidad por los niños del mundo con el resto de la humanidad” (Ha’aretz, 16-1-09). ¿Qué les queda a esos judíos europeos? El silencio de una conciencia turbada.

Esto no significa que son justificables los incendios de sinagogas que se produjeron en distintos países. No deja de ser cierto, sin embargo, que los más de 1300 muertos de Gaza, en su mayoría civiles y sobre todo niños, son el resultado de una decisión del gobierno de Olmert y que esa decisión abrió el espacio para que tuvieran lugar esas manifestaciones en el marco de un sentimiento generalizado de repudio. Cabe preguntarse quién es entonces el responsable de estas acciones verdaderamente antisemitas.

Tel Aviv repite su válido argumento: la invasión a Gaza fue la respuesta al constante repiqueteo de los misiles que Hamas envía al sur de Israel. Lo dijo también Barack Obama: “Si alguien lanzara cohetes sobre mi casa donde mis dos hijas duermen cada noche, yo haría todo lo que está a mi alcance para que eso se termine”. Le respondió el periodista francés Michel Collon: “¿Proteger a sus hijas? ¡Cómo lo comprendo! Pero, para ser totalmente correcto con ellas, ¿no debería usted contarles la historia de esa casa? ¿Decir que usted se la robó a los propietarios? ¿Y también el jardín y todos sus alrededores? ¿Y que usted obligó al antiguo propietario a vivir en la casilla del perro? Pues exactamente eso es lo que ha hecho Israel robando a los palestinos sus casas y sus tierras y forzándolos a vivir en campos de refugiados” (
www.michelcollon, info, 13-1-09). Mientras continúe el cerco de Gaza, donde l,5 millón de personas se consumen literalmente de hambre y sed, el pueblo palestino será un pueblo agredido.

El escritor francés Jean-Moïse Braitberg debe haber entrado en la categoría de “judío que se odia a sí mismo”: dirigió una carta al presidente de Israel para pedirle que el nombre de su abuelo Moshe –gaseado en Treblinka en 1943– sea retirado del Memorial de Yad Vasehm erigido en memoria de las víctimas de la Shoá. “Le solicito que acceda a esta demanda –dice la carta– porque lo que sucedió en Gaza y, en general, la suerte destinada al pueblo árabe de Palestina desde hace 60 años, a mi juicio descalifica a Israel como centro de la memoria del mal infligido a los judíos y, por ende, a la humanidad entera” (Le Monde, 28-1-09).

Sir Gerald Kaufman, miembro veterano del Partido Laborista inglés, exigió en un debate de la Cámara de los Comunes sobre Gaza que Londres impusiera un embargo de armas a Israel. Fundamentó así su demanda: “Mi abuela yacía enferma en la cama cuando los nazis entraron en su casa y un soldado alemán la mató a tiros. Mi abuela no murió para darles cobertura a los soldados israelíes que matan abuelas palestinas en Gaza. El gobierno israelí actual explota impiadosa y cínicamente el sentimiento de culpa de los gentiles por la matanza de judíos en el Holocausto para justificar las muertes de palestinos que causa” (
www.noquarter.usa.net/blog, 18-1-09). Sir Gerald, que recibió una educación judía y sionista ortodoxa durante su niñez en Polonia, señaló que la alegación de que muchas de las víctimas palestinas eran militantes era idéntica “a la de los nazis” y agregó: “Supongo que los judíos que lucharon en el ghetto de Varsovia habrían sido motejados de militantes”.

La tragedia de Gaza no tiene un cese a la vista. Benjamin Netanyahu –-posible triunfador en las elecciones israelíes del 10 de febrero próximo–- manifestó que la ofensiva contra Hamas “no había ido demasiado lejos” y que “no habrá más alternativa que derribar al régimen de Hamas en Gaza”. Está claro.

7 febbraio 2009

Marginados que se van...


...porque eran vírgenes, y se llevan consigo todo su bagaje cultural. Los gobiernos son insensibles y la humanidad queda renga.
Marubos y mayorubas
Por Sandra Russo
Repaso mi cuaderno de notas y encuentro el mapa que hizo Débora Arisi, brasileña, antropóloga, ojos bien abiertos y celestes. A un costado de la carpa donde mujeres indígenas hacían un homenaje a la tierra ofreciéndole semillas, estábamos conversando con Jorge (léase yogyi) y Waki, jefes marubo y mayoruba, respectivamente. Son dos de las comunidades más grandes de la Amazonia, donde viven casi 300 etnias distintas. Un rato antes, yo estaba sentada en una de las gradas, con un aparatinho, así decía el locutor, del que “salían las voces de las traductoras”. El mío no andaba, y es que fallan muchas veces. Una mujer joven, con la cara limpia, se paró delante de mí para leer mi credencial, que decía “Imprensa”. Mi nombre y mi medio habían estado escritos con birome roja, que se fue destiñendo lluvia tras lluvia.
–¿Prensa? –me preguntó, sin saber mi idioma.
–¿Cómo? –yo estaba distraída con el aparatinho.
La mujer rubia sonrió, me agarró la mano y la estrechó con fuerza. Una manera cordial de obligarme a acercarme, porque el sonido ambiente obligaba a gritar.
–Soy Débora Arisi, soy antropóloga. Yo vivo con los marubo, de la zona del Javarí. Están en problemas, graves problemas. ¿Puedes hacerles una nota?

Le dije que sí. Tiró de mi mano y allí fui, siguiéndola por esa enorme tienda llena de indios de atavíos o desnudeces muy bellas. Llegamos a una tribuna en la que decenas y decenas de caras pintadas de rojo y negro nos miraron. Tenían las mejillas pintadas de negro y el rojo les tapaba la frente y los contornos de los ojos, como un antifaz.
–Ella es periodista de un buen periódico argentino. Va a hacerles una nota sobre la hepatitis –les dijo en un brasileño muy cerrado.
Las decenas y decenas de caras rojas y negras dejaron ver lo sepia de los dientes. Me sonrieron. Será una escena difícil de olvidar.
–Jorge, vamos afuera para poder hablar. Y Waki, tú también.
Mientras salíamos, me susurró:
–Waki es un jefe mayoruba muy importante.

El primero en hablar fue Jorge. Débora estaba tan nerviosa que no me traducía, más bien me repetía textualmente lo que Jorge iba diciendo. Y cada tanto me arrebataba el cuaderno en el que yo tomaba notas, y hacía listas explicativas, dibujos de plantas y mapas de diferentes regiones de la Amazonia. “8.544.444 ha”, leo ahora. Eso es la Amazonia.

Los marubo y los mayoruba son las principales etnias de la terra indígena vale do javari. La integran, según anotó Débora, os povos marubo, mayoruba, matis, kanamari, kalina, korubo. En las aldeas marubo de Lameirao, en los años ’80 entró el virus de la hepatitis. Todos ellos. A, B, C y Delta. Empezaron a morir.
En las riberas del río Javarí viven cerca de 3700 personas. Según Jorge, el 80 por ciento de ellas contrajo alguno de los virus. Jorge tiene los ojos enrojecidos. Hace apenas unas horas, desde un puesto cercano a su aldea, su hermano le dijo que tres de sus parientes están vomitando sangre. Ellos saben que es el principio del fin. Morirán sus parientes, como murió el 26 de enero Edilson Kanamari, un líder de 43 años, de hepatitis Delta.

No les llevan vacunas. La infraestructura sanitaria brasileña no llega a ellos. La piden a gritos. Han pasado, en estos años, a darles una dosis. Pero no llegan para la segunda o la tercera. De modo que esas 3700 personas no están inmunizadas, como podrían estarlo, como lo está la gente en las ciudades. Y esas personas que mueren de hepatitis no sólo se llevan su vida con ellos. Se llevan lo que queda de sus pueblos. Se llevan lo que sobrevivió a la selva y a la conquista. Jorge y Waki anuncian la inevitable extinción de los marubo y los mayorubas.

¿Qué piden? ¿Qué necesitan para garantizar la continuidad de sus linajes? Heladeras. Corriente eléctrica y heladeras donde guardar las vacunas ellos mismos o el puesto sanitario que necesitan. En 1996 creyeron que todo se terminaba. Ese año murieron 39 mayorubas de hepatitis en la aldea de Lobo. El virus, dicen, entró por Perú. Todas estas etnias vivieron siglos sin conocerlo.

Débora volvió a arrastrarme de un brazo hasta un enorme mapa de la Amazonia que estaba colgado en la carpa. Me mostró la región y dónde viven unos y otros. Las distancias son bestiales. Pocos pueblos tienen barcos con motor. Los otros usan el peque peque. Tardan cuatro, ocho, diez días para llegar a alguna parte a pedir ayuda. Ella está vacunada. Pero la malaria fue imposible evitarla. La contrajo cuando hacía poco que había llegado. Nombra a otro antropólogo que Jorge y Waki conocen, un tipo que vive en la selva porque está haciendo un trabajo sobre poesía mayoruba. Ya tuvo más de veinte malarias. De modo que en esta charla al costado de la carpa donde se lleva a cabo una actividad del Foro Social Mundial, la Amazonia se me entreabre de otra manera. Como un territorio abandonado, misterioso, algo que guarda lo secreto de lo virgen. Un territorio que todavía es la casa de muchas etnias aisladas que todavía no han sido “descubiertas”. Los korubo fueron “contactados” recién en 1996.

Pero también es un territorio al que van imantadas personas como Débora o el antropólogo poeta, gente con vocaciones rotundas, gente que vive su apostolado laico viviendo en tiendas precarias en la selva, ganándose la confianza de los pintados de rojo y negro recién cuando logran hablar su lengua. En la selva se habla el idioma de la selva. Y se aprende el brasileño para poder protestar.

6 febbraio 2009

L'ombelico sporco

In un Paese che si guarda costantemente l'ombelico è bene sentir parlare un giornalista che analizza con dettaglio la nostra realtà, e ci mostra come non siamo i migliori del mondo ma nemmeno i migliori di questa piccola parte del pianeta.
L’Italia contro se stessa
Pubblicato giovedì 4 dicembre 2008 in USA - Alexander Stille
[The New York Review of Books]
Gianni Alemanno, con un passato neofascista alle spalle, è stato eletto sindaco di Roma a fine aprile, due settimane dopo il ritorno al potere di Silvio Berlusconi e della sua coalizione con una consistente maggioranza ottenuta alle elezioni politiche nazionali. In seguito la stampa internazionale ha dato molta importanza alla folla di giovani neofascisti che ha fatto il saluto romano sui gradini del Campidoglio. Ma forse ancor più importante è stata la contemporanea parata di tassisti romani che suonavano trionfalmente il clacson, in giubilo non tanto per l’elezione dell’ex “bullo di quartiere” quanto per la sconfitta dell’amministrazione di centro-sinistra che aveva proposto di ampliare il numero delle licenze dei taxi. E’ risaputo che i taxi sono difficili da trovare a Roma. Il tentativo di migliorare i trasporti in città però andava contro gli interessi dei possessori delle licenze, che per i tassisti rappresentano un qualcosa di sicuro in un mondo incerto.

La celebrazione dei tassisti ci mostra un paese in conflitto con se stesso, paralizzato, malfunzionante, arrabbiato, pauroso, intensamente insoddisfatto. ma che non vuole intraprendere la via di un qualsivoglia cambiamento che minaccerebbe il delicato tessuto di privilegi di questo o quel gruppo protetto.

Un paese come l’Italia che è allo stremo a causa di un’imposizione fiscale pesante, ma che rimane in silenzio quando Berlusconi blocca la vendita della compagnia aerea nazionale, l’Alitalia, nonostante questa versi, come contribuente, in stato finanziario addirittura emorragico; un paese che detesta il governo, ma che si aspetta di avere un’educazione e un’assistenza sanitaria gratuita e che cerca vantaggi dalle opportunità offerte da un vasto sistema di patronato politico; un paese che si aggrappa al suo alto standard di vita e al suo welfare generoso, ma che fantastica di cacciare milioni di lavoratori stranieri che oggi producono qualcosa come il 10% del Prodotto Interno Lordo. La presenza lavorativa dei lavoratori stranieri è tuttavia la sola realistica speranza per il mantenimento del sistema pensionistico italiano in un paese in cui la popolazione diventa di anno in anno sempre più anziana. (continua. Fare click qui per leggere l'articolo completo)

Tra razzismo e nazismo

Tra l'indifferenza popolare passa il DDL sulla sicurezza. Una norma razzista che porta l'Italia agli inizi degli anni '30.
Vince Maroni il "Cattivo": medici 'spie' e permesso di soggiorno a punti

Che essere in regola sul territorio italiano fosse praticamente una lotteria, gli immigrati l'avevano capito da un pezzo. Ma ora che il governo ha introdotto il permesso di soggiorno a punti, nessuno ha più dubbi: la loro vita è appesa a un filo. Già, perché i punti si perdono non solo se si viola una legge. Te li tolgono anche se non parli bene italiano o se non hai raggiunto un buon livello di integrazione. E con questi presupposti, non sarà una passeggiata farsi largo tra le paure degli italiani.

Ora sarà il governo a stabilire nel dettaglio le modalità di applicazione della legge, ma il disegno tracciato dalla Lega è questo, basato tutto «sull'impegno a sottoscrivere specifici obiettivi di integrazione, da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno». Non c'è neanche bisogno di dirlo: se arrivi a zero, te ne torni a casa.

È solo una delle pagine nere della nostra povera Italia scritte giovedì mattina al Senato. L'altra riguarda un divieto, una norma di civiltà. Quella per cui nessun medico che si fosse trovato a curare un immigrato senza permesso di soggiorno lo avrebbe potuto denunciare. Un'elementare difesa del diritto alla salute che ora, grazie ad un emendamento della Lega votato da 156 senatori, non c'è più. Non sono bastati i 132 voti contrari dell'opposizione, nemmeno l'unico astenuto avrebbe cambiato le cose. La follia securitaria è cieca, anche di fronte a chi è malato.

Contro la decisione della maggioranza, si leva un coro d'indignazione. Il Pd, che ha votato contro, si stupisce, per usare le parole di Anna Finocchiaro «che non si colga che si è superato il passo che distingue il rigore della legge dalla persecuzione». Al ministro Maroni, presente in Aula per festeggiare la vittoria della sua linea «cattiva», la Finocchiaro ricorda che «se un medico ora potrà denunciare un immigrato, allora il germe della paura porterà queste persone a non andare più negli ospedali per partorire o se avranno una malattia la nasconderanno. Questo – conclude la senatrice Pd – non è rigore, ma produce il timore di essere perseguitati». «Vergognoso» è l'aggettivo che usa anche Walter Veltroni, secondo il quale sotto c'è «un'idea inumana, un'idea sostanzialmente razzista, per me del tutto inaccettabile».

Insomma, la «cattiveria» che Maroni aveva minacciato contro gli immigrati è diventata puro razzismo. Morena Piccinini e Pietro Soldini della Cgil non hanno dubbi: «Sono razzisti gli emendamenti approvati al Senato nel pacchetto sicurezza, dalla tassa aggiuntiva per i lavoratori regolari che chiedono il rinnovo del permesso di soggiorno, nonostante lo stesso presidente Berlusconi avesse dichiarato di non condividerla, alla sostanziale sollecitazione ai medici a denunciare cittadini irregolari che accedono alle cure, per arrivare al soggiorno a punti. La Cgil – aggiungono i due dirigenti sindacali – denuncia l'imbarbarimento politico, culturale ed etico del governo e della maggioranza parlamentare che non esercita solo un' azione persecutoria verso i cittadini migranti, ma arriva a ledere la dignità e responsabilità dei medici e di tutto il personale sanitario rispetto ad un principio fondamentale del giuramento di Ippocrate qual è il segreto professionale».

Indignate le Acli, secondo le quali, spiega il presidente Andrea Olivero, «non si favorisce la sicurezza e la legalità producendo leggi ingiuste e inapplicabili. Non si possono introdurre nell'ordinamento giuridico principi contrari a quelli dichiarati e praticati nella vita professionale di medici e operatori sanitari». Duro il giudizio anche della Cei: «I medici aiutano le persone che soffrono, non so come faranno in questa situazione a difendere la loro professionalità: compito di un medico è quello di assistere chi soffre senza guardare alla religione, al colore della pelle o se è un condannato a morte».
Anche il senatore teodem del Pd, Luigi Bobba, si chiede «che razza di coerenza hanno i cattolici del Pdl che, da una parte, sulla dolorosa storia di Eluana Englaro fanno a gara ad intervenire e, dall'altra, se ne restano in silenzio e votano senza esitazioni un provvedimento indecente come questo». L'unica speranza, resta l'obiezione di coscienza. Un medico, Gino Strada, fondatore di Emergency, si dice certo che «anche di fronte all'inciviltà sollecitata da una norma stolta prima ancora che perversa, i medici italiani agiranno nel rispetto del giuramento di Ippocrate, nel rispetto della Costituzione e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Nel rispetto, soprattutto, di chiunque si rivolga a loro avendo bisogno di un medico».

Medici Senza Frontiere , che ha lanciato la campagna «Siamo medici e infermieri. Non siamo spie», si appella ora alla Camera dei Deputati perché riveda la decisione del Senato. L'associazione dei medici dirigenti esprime la sua «profonda disapprovazione» e si dice costretta «ancora una volta a constatare la preoccupante superficialità che il governo non perde occasione di dimostrare nei confronti dei problemi della salute e della sanità di questo Paese».

5 febbraio 2009

El cipayismo en números


ARGENTINA DE REMATE

MALARGÜE - Mendoza: 250.000 hectáreas (equivalente a 12 veces la superficie de la Capital Federal),compradas por empresarios de Malasia, con gente adentro, además de miles vendidas y ofrecidas a capitales chinos y españoles.
Vendidas: 500.000 hectáreas.
En venta: 800.000hectáreas.

DIQUE DE LAS CARRETAS - SAN LUIS: 40.000 hectáreas compradas por empresarios italianos.
En venta: 850.000 hecs.

SAN JUAN
: 2.000.000 de hectáreas en venta, más del 20% de la provincia incluyendo la frontera con Chile.

CATAMARCA: Se venden campos del tamaño de la isla Gran Malvinas a U$S 8.- la hectárea (el precio de un 'BigMac' en EEUU)
Vendidas: 100.000 hectáreas a un grupo holandés.
En venta: 1.600.000 hectáreas.

EL DORADO - MISIONES: 172.000 hectáreas de la selva Paranaense (única en el mundo), taladas por la empresa ALTO PARANÁ, propiedad del grupo ARAUCO de Chile.

FORMOSA, CHACO Y CORRIENTES: 1.400.000 hectáreas en manos de capitales australianos.

PTO. GRAL. SAN MARTIN - SANTA FÉ: tierras compradas por EEUU. Se han desplazado monumentos históricos nacionales.

ENTRE RIOS:
Vendidas 100.000 hectáreas.
En venta 150.000 hectáreas.

SGO. DEL ESTERO, TUCUMÁN Y LA RIOJA:
Vendidas: 120.000 hectáreas.
En venta: 1.300.000 hectáreas.

SALTA:
2.400.000 hectáreas en venta, entre ellas se encuentra la finca JASIMANA en el corazón de los valles calchaquíes, equivalente a 65 veces la superficie de la Cap. Fed.
En total, en venta y vendidas 13.000.000 de hectáreas, equivalente a la superficie de Cuba.

PATAGONIA: Se vendieron tierras que incluyen lagos, ríos, fronteras, animales, aún en zonas de seguridad.

USHUAIA, TIERRA DEL FUEGO: 100.000 hectáreas de bosque (el más austral del mundo), compradas por una corporación de EEUU que intenta talarlas. Cada planta tarda decenas de años en crecer debido a las condiciones climáticas.

LAGO ROSARIO - CHUBUT: 20.000 hectáreas compradas y cercadas por alemanes, que incluían la reserva de Naturales Mapuches más grande del país, que fue desplazada y despojada de las mejores pasturas para alimentar ganado.

SANTA CRUZ: las estancias ( 80.000 hectáreas), Monte León, Don Aike, El Rincón, y Sol de Mayo (cordillera) ,comprada por el terrateniente Douglas Tompkins de EEUU, quién pretende apoderarse de las reservas de agua potable más puras del planeta, formadas por la cuenca de los hielos continentales Patagónicos, que desembocan en su mayoría en el río más caudaloso de Patagonia (Rio Santa Cruz). Douglas Tompkins, reclama a través de su empresa (THE PATAGONIA LAND TRUST) que el gobierno de la provincia renuncie a estos lugares, quedando finalmente regidos bajo leyes de EEUU.

En la ARGENTINA hay vendidas y en venta 16.900.000 hectáreas a extranjeros. Si a eso le sumamos el proyecto de privatizar bancos como el Nación, que hoy tienen en sus manos 14.500.000 hectáreas de chacareros endeudados, podrían pasar a manos extranjeras un total de tierras vendidas e hipotecadas de 31.400.000 hectáreas. Para compararlo en dimensiones, algo así como TODA LA PROVINCIA DE BUENOS AIRES en manos de capitales extranjeros.

En nuestro país hay quienes limpian las cabeceras de puente, las lustran y les crean las posibilidades a los extranjeros para apropiárselas, debiéramos comenzar un registro de estos cipayos traidores a la patria.

NOTA: La venta de tierras a extranjeros en EEUU, está sumamente restringida, por ser considerada un insumo estratégico.

4 febbraio 2009

Le sei bugie sul caso Englaro

Ecco come stanno le cose
di Luca Landò
Partirà da domani o venerdì la progressiva riduzione dei nutrienti per Eleana Englaro, la donna che da 17 anni è in stato vegetativo permanente e che ora è ricoverata nella clinica «La Quiete» di Udine. Lo ha detto il neurologo che segue Eluana Englaro, Carlo Alberto Defanti. «Il protocollo - ha detto Defanti - è partito nel momento del ricovero e prevede che la quantità di nutrienti venga ridotta dopo tre giorni».
Intanto secondo il sottosegretario Roccella la clinica La Quite non avrebbe i requisiti. Questo dopo una discussione con l'assessore alla Salute del Friuli Venezia Giulia, Wladimir Kosic. Ecco la realtà:

1. «Eluana soffrirà»
Il cervello di Eluana è stato irrimediabilmente compromesso la notte del 18 gennaio 1992 quando la sua auto slittò sul terreno ghiacciato e andò a sbattere contro un muro. L’incidente lasciò intatte le parti del cervello che controllano le funzioni fisiologiche primarie, come la respirazione e il battito cardiaco, che si trovano nel cosiddetto tronco encefalico. I danni più gravi riguardarono invece la corteccia cerebrale, una sorta di “cuffia” che avvolge il cervello e nella quale vengono elaborate funzioni più complesse come la parola, la visione, la percezione del dolore ma anche la fame e la sete. Quando i medici della clinica di Udine inizieranno a ridurre progressivamente l’idratazione e l’alimentazione artificiale, Eluana non si accorgerà di nulla, così come è da 17 anni che non avverte né fame, né sete, né dolore.

2. «Potrebbe risvegliarsi»
Dire che Eluana si possa riprendere dalla situazione in cui si trova (stato vegetativo permanente) è come dire che il treno su cui viaggiamo deraglierà sicuramente o che la casa in cui ci troviamo crollerà tra cinque minuti: tutto è possibile, ma le probabilità che simili eventi accadano sono talmente basse da non poter essere prese in considerazione ai fini delle nostre decisioni (altrimenti non viaggeremmo sui treni o non abiteremmo dentro case).

3. «È come Terry Schiavo»
Eluana è stata definita la Terry Schiavo italiana, con riferimento alla giovane americana su cui si è accesa una violenta battaglia giuridica. Come scrive Maurizio Mori nel suo libro («Il caso Eluana Englaro», Pendragon Editore), «l’analogia è corretta per quanto riguarda l’aspetto clinico (in entrambi i casi si parla di stato vegetativo permanente), è invece sbagliata per quanto riguarda i risvolti giuridici». La vicenda di Terri Schiavo divenne una “caso” per via della fortissima divergenza tra i famigliari. Il marito asseriva che lei non avrebbe mai voluto restare in stato vegetativo e chiedeva la sospensione dell’alimentazione e idratazione artificiali; al contrario, il padre, la madre e il fratello della donna sostenevano che quella non era la volontà di Terri.«Il caso Eluana - ricorda Mori, che ben conosce la famiglia - non ha mai presentato alcun contrasto tra i famigliari. Anzi, la situazione è diametralmente opposta: i genitori Englaro sono perfettamente concordi circa la sospensione dei trattamenti».Il caso Terri Schiavo, semmai, insegna un’altra cosa: l’autopsia eseguita subito dopo la morte della donna rivelò che il cervello si era irrimediabilmente atrofizzato al punto da pesare soltanto 615 grammi (circa la metà del normale). Quell’esame stabilì senza ombra di dubbio che le sue condizioni erano «irreversibili e che nessun tipo di terapia o cura riabilitativa avrebbero potuto cambiare le cose», come disse il dottor John R. Thogmartin, patologo del sesto distretto giudiziario della Florida che condusse l’autopsia.

4. «Morirà di sete»
Dicono: interrompere l’idratazione e l’alimentazione artificiale ad Eluana è come togliere il pane e l’acqua a una persona. L’analogia fa effetto ma è sbagliata: si tratta infatti di trattamenti sanitari che richiedono un intervento del medico sia per quanto la modalità di somministrazione (nel caso di Eluana un sondino nasogastrico) sia per il tipo sostanze inserite (non un frullato di frutta preparato in cucina ma una miscela di proteine, vitamine e quant’altro indicate dietro rigorosa prescrizione medica). Se si decide di interrompere ogni forma di accanimento terapeutico, come in questo caso, è giusto sospendere anche questi trattamenti artificiali.

5. «È un omicidio»
Maurizio Gasparri, presidente dei Senatori PdL, ha detto ieri che «è iniziato l’omicidio di Eluana», frase che si accompagna a quella di Enrico La Loggia, vicepresidente del Gruppo PdL alla Camera («A Udine si sta per compiere un vero e proprio omicidio») e a quella del cardinale Barragan («Fermate quella mano assassina»). Infine l’associazione cattolica «Scienza & Vita», lo scorso anno, ha lanciato un appello che iniziava con queste parole: No alla prima esecuzione capitale della storia repubblicana».
Prima di usare simili espressioni, pronunciate al solo scopo di stimolare emozioni e attirare attenzione, sarebbe bene riflettere su alcuni punti: 1) l’articolo 32 della Costituzione dice che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Proprio di recente, una donna a cui si è prospettata la necessità di amputare un arto, ha deciso di rifiutare l’intervento anche se questa scelta le è costata la vita; 2) il padre di Eluana ha percorso tutto l’iter del nostro sistema giudiziario prima di ottenere l’autorizzazione a interrompere i trattamenti artificiali di alimentazione e idratazione che da 17 anni tengono in vita il corpo di Eluana. I giudici hanno riconosciuto: a) che il padre ha svolto il ruolo di tutore delle volontà della figlia (che non avrebbe voluto vivere in condizioni di stato vegetativo); b) che i trattamenti artificiali di alimentazione e idratazione sono trattamenti medici e, come tali, rientrano in questo caso nella fattispecie di accanimento terapeutico; 3) l’omicidio, il più grave dei reati, è punito con le pene più alte: il medico che interrompe, dietro volontà del paziente o del suo tutore, una situazione di accanimento terapeutico non è punito dalla legge; al contrario, lo sarebbe se si ostinasse a curare il paziente contro la sua volontà (abuso di ufficio).
4) a parte la scelta di ignorare il dramma di una famiglia (ma anche quello di altre 2500 nella stessa condizione) gli esponenti di Scienza & Vita hanno deciso di non riconoscere la figura dei giudici della Corte di Appello e della Corte di Cassazione che hanno sentenziato sul caso Englaro. La condanna capitale in Italia è infatti vietata dalla Costituzione (art. 27): cosa intendevano sostenere gli autori dell’appello, che in Italia i giudici non rispettano la Costituzione?

6. «Si tratta di eutanasia»
La Cei ha detto ieri che «togliere idratazione e alimentazione ad Eluana è eutanasia».Va notato come nella frase, ripresa dalle agenzie, manchi l’aggettivo “artificiale”: come spiegato sopra, l’alimentazione e l’idratazione artificiali sono, in questo caso, trattamenti sanitari e, dunque, da interrompere per volontà del padre che, come riconosciuto dalla legge, rappresenta quella della figlia. L’eutanasia viene praticata in alcuni Paesi, l’Olanda ad esempio, per alleviare le sofferenze di pazienti terminali. La morte viene indotta con la somministrazione, prima di un sedativo, poi di una sostanza che blocca il battito cardiaco o interrompe la respirazione: è dunque un intervento attivo che viene effettuato dietro volontà del paziente e dopo la decisione di un giudice. Eluana non è una paziente terminale: non ha un male che la consuma giorno dopo giorno. Nessuno, inoltre, ha mai parlato di interrompere il suo battito cardiaco ricorrendo a farmaci. Eluana si trova invece in una situazione vegetativa permanente che si protrae nel tempo solo per i trattamenti di idratazione e alimentazione artificiali. Secondo quanto detto dal padre e dai giudici dopo 12 anni di valutazione del caso, questi trattamenti sono stati sempre effettuati contro la sua volontà.

Ma guarda come sto tremando!


Il potere che va alla testa


Coerente col suo passato

Ecco la storia. Surreale. Dicono ci sia un ex sindacalista che ha fatto carriera. Quando era sindacalista i lavoratori li difendeva (si fa per dire). Adesso li licenzia. A ferragosto è toccato (per la seconda volta) a quello che aveva denunciato gli incidenti ai treni. (Per comodità lo chiameremo Dante). Sotto il sole d'agosto a Dante è arrivata una lettera: falsità e procurato allarme, a casa. Peccato che fosse il suo mestiere denunciare i rischi perché Dante è un Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. La vicenda si trascina e, nella sua magnanimità, l'ex sindacalista si è anche detto disponibile a revocare il licenziamento in cambio dell'abiura più totale. Dante ha deciso: niente da fare, la mia dignità non ha prezzo. E intanto un'inchiesta che conferma le denunce va verso la conclusione rischiando di ribaltare le certezze dell'ex sindacalista.

Ma la notizia succosa è un'altra. Dicono sia accaduto qualche giorno fa. Dicono che un altro Rls, visto l'ennesimo treno spezzato, abbia denunciato la scarsa manutenzione. Si tratta di un "gran rompicoglioni", uno che sta lì (pensate un po') a contare i morti sul lavoro, a chiedere che i giornali ne parlino almeno quanto del Grande Fratello.

Lo chiameremo Marco. Ebbene, Marco ultimamente ha scoperto le agenzie di stampa. Le tempesta di comunicati e ogni tanto riesce a farseli pubblicare. Bene. Accade che per un errore l'agenzia lo definisca Rls delle Ferrovie.

Appena letto il lancio l'ex sindacalista va su tutte le furie. Ne chiede subito la testa. Lo fa cercare dagli stessi sindacati: "Dove lavora questo Marco? Lo voglio subito licenziare". Fa chiamare tutti, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Ma niente, nessuno lo conosce.

Finalmente qualcuno lo informa. "C'è stato un errore, Marco non lavora nei treni. Non lo possiamo licenziare". Dicono che l'ex sindacalista si sia messo a piangere....

In Italia si può torturare


Sicurezza, il Pdl «cattivo». Passa anche la tortura
Prima per due volte manca il numero legale, poi quando a votare sono arrivati, una delle prime cose che hanno fatto è bocciare l’emendamento che avrebbe introdotto nel nostro codice penale il reato di tortura. Con 123 sì, 129 no e 15 astenuti, la proposta dei senatori radicali, che fanno parte del gruppo Pd, Marco Perduca e Donatella Poretti è stata respinta.

Insomma, sicurezza sì, ma come pare a noi, sembra dire la maggioranza. Il crimine di tortura, evidentemente, non rientra nelle prerogative del governo. Anche perché raramente a compierlo sono lavavetri, immigrati clandestini o prostitute. Peccato che introdurre questo reato nel codice penale sia un obbligo: ce lo impone l’Onu da 22 anni a questa parte. Per questo, l’associazione Antigone, per voce del suo presidente Patrizio Gonnella, annuncia che «denunceremo il governo italiano agli organismi internazionali».

Quella di mercoledì in Senato è una giornata da ricordare. La discussione sul decreto sicurezza sarebbe dovuta cominciare alle 9 e mezza. Ma al centrodestra, sempre pronto a sbandierare belle parole sulla sicurezza, non deve premere troppo passare dagli intenti ai fatti. Per ben due volte, infatti, è mancato il numero legale. Prima sulla lettura del processo verbale, poi addirittura al voto.A chiedere la verifica dei presenti in Aula sono stati i senatori del Pd, insospettiti da tutti quegli scranni vuoti. Indignata la capogruppo Anna Finocchiaro: «Sulla questione della sicurezza hanno fatto una campagna mediatica straordinaria e poi non vengono neanche a votare. La domanda a questo punto è: ma di che cosa stiamo a parlare se per due volte manca il numero legale? Il tema della sicurezza – prosegue la Finocchiaro – è stato usato in tutti i modi, elettorale, strumentale, propagandistico. È stato predisposto dal governo e dalla maggioranza come se fosse la panacea di tutti i mali. Ci hanno messo dentro il più puro distillato di ideologia in particolare sulla questione dell'immigrazione».

Oltre a non votare, comunque, i senatori della maggioranza non sanno fare bene nemmeno i conti. Partito Democratico e Italia dei Valori in Aula hanno di nuovo denunciato la mancanza di copertura finanziaria al decreto. Secondo il senatore Idv, Luigi Li Gotti, infatti, i costi inizialmente previsti nel testo del ddl «lieviteranno a causa della riformulazione del reato di clandestinità», che ora riguarda anche tutti quelli che soggiornano illegalmente in Italia. Non ha dubbi nemmeno il senatore Pd Giovanni Legnini: «Ieri - ha spiegato Legnini - la commissione Bilancio aveva dato parere favorevole con il no di Pd e Idv ma il dato fornito dalla Ragioneria dello Stato è palesemente falso. Non ho timore a dirlo – ha aggiunto – perchè i soggiornanti vengono indicati in 3.660 unità. Poichè il dato è chiaramente sottostimato si pone un problema serio».

Il giudizio del Pd sulle misure della maggioranza in materia di sicurezza è perentorio: «È un provvedimento che noi non condividiamo – spiega il vicepresidente dei senatori Pd Luigi Zanda – non stanzia le risorse necessarie e poi è molto ideologico come dimostrano le norme sull'immigrazione che non prevengono il fenomeno, ma aggravano soltanto le pene». Unico terreno su cui si è trovato l’accordo è l’antimafia: è passato infatti l’emendamento che inasprisce il carcere del 41bis. «All'interno di un ddl che riteniamo sbagliato e al quale daremo il nostro voto contrario – spiega Anna Finocchiaro – come Pd abbiamo contribuito a migliorare l'articolo 34 che inasprisce il carcere duro per i mafiosi».

2 febbraio 2009

¿El 3000 nos encontrará unidos o dominados?


EL INVESTIGADOR WALTER PENGUE DEBATE SOBRE AGRICULTURA, MEDIO AMBIENTE Y ECONOMIA
“Se está perdiendo la soberanía alimentaria de los pueblos”
Lleva años estudiando en el ámbito académico tópicos que recién ahora salen al debate público: los problemas ecológicos de la producción agropecuaria, el consumo, la crisis alimentaria, la economía y los costos naturales. “La Argentina es un gran territorio que no estamos sabiendo ocupar ni monitorear, ni manejar”, advierte.

Por Walter Isaía y Natalia Aruguete
–¿Cuál es la relación entre la crisis alimentaria en algunos países y la crisis financiera internacional?
–La población mundial tiene unos 6600 millones de habitantes. Existen modelos agrícolas que alimentan a esa población, prácticamente al 30 por ciento cada uno. Uno de esos modelos es la agricultura industrial que provee a los países desarrollados y a las grandes ciudades de los países en desarrollo, como la Argentina, Brasil, etc. Allí sí puede pensarse en una crisis alimentaria, vinculada con el flujo de alimentos y con el consumo en esos escenarios. Pero hay una gran parte del mundo que tiene una agricultura menos intensiva, de base campesina, de modelo agroecológico y desarrollo local de los productos que no vio pasar la crisis.

–¿Por qué no los afectó?
–Porque esa agricultura está vinculada con la gente: el intercambio es entre personas y no entre puertos y fluyen a través de sistemas de intercambio diferentes de los de los traders cerealeros, que son los que suben el precio de los alimentos y crean las crisis. Lo que se está perdiendo, en realidad, es la seguridad y la soberanía alimentarias de los pueblos. Si dejamos que el intercambio siga estando en manos de los grandes comercializadores de alimentos sí vamos a una crisis, pero de apropiación. La agricultura de base campesina podría triplicar su producción con apoyo tecnológico aplicado. Podríamos nutrir a muchos mediante una agricultura más independiente. Pero muy pocos se dedican a investigar para esos productores.

–¿Es posible diferenciar las reglas de juego entre las grandes comercializadoras y los pequeños productores y campesinos?
–Necesitamos más Estado que intervenga en los mercados, apoyando a las pequeñas economías de desarrollo agrícola y de pequeños y medianos productores, cuya producción apunta más a los mercados locales que a la exportación. Lo que hay que discutir es que las retenciones de los productos que se exportan no las terminen pagando los agricultores. Porque los traders lo único que hacen es tomar lo de los agricultores.
(continúa) (leer el artículo completo clckando aquí)

Feliz cumpleaños, hermano


A pesar de la distancia y de los años, no te olvido, hermano. Que los cumplas feliz rodeado de los tuyos...y que el fueye no deje de sonar.

Una historia vieja de 40 años


HILDA

Los camiones del ejercito comenzaron a llegar a Lules y Bella Vista a la madrugada. Los habitantes se despertaron en la oscuridad fresca con un ronroneo de motores macabro. La sinfonìa de la invasiòn alcanzò el punto culminante cuando en la esquina de la plaza un tanque aplastò el ùltimo perro pila, extinguiendo una raza de perro americano, feo y sin pelo, que habìa resistido por màs de quinientos años las maldiciones de los blancos.
Las òrdenes secas que se oian a travès de las ventanas entrecerradas hicieron que los empleados de los ingenios se vistieran ràpidamente para ver què sucedìa. Los ruidos trajeron hasta sus dormitorios penumbrosos la amenaza que se cernìa sobre la cabeza de quièn osara asomarla afuera. Asì, hablando en voz baja, movièndose cautelosamente en la oscuridad de su cobardìa, esperaban la resurrecciòn de un orden que se habìa desequilibrado. "No era posible", pensaban, "que los obreros se tomaran estas libertades".
En el '67, una lucha en la cùspide del poder, hizo que un dictador militar "nacionalizara" los ingenios azucareros. Un poco por los precios bajos del mercado, otro poco porque se esperaba --ya se estaba negociando—una indemnizaciòn jugosa, la oligarquìa local seguìa el juego y se mantenìa a la espectativa de los acontecimientos. La poblaciòn interna de los ingenios, como el tercero en discordia, vio que era la oportunidad esperada para romper el yugo de la explotaciòn que sufrìa desde hacìa tantos siglos.
Una madrugada, una sombra pasò por encima de una pirca baja. Se agachò apenas en el campito de arvejas que bordeaba el ingenio Nuñorco, asomò la cabeza en la oscuridad, avanzò dos o tres pasos y largò un silbido lloròn, de pàjaro macho malherido. Otras sombras, en estricto silencio, saltaron las piedras seculares. La Tierra estaba calladita y habìa dado orden a las piedritas de ni moverse. La invasiòn al ingenio habìa comenzado. De Bella Vista, de Lules, de Nuñorco llegaban las familias. Con sus cacharros brillantes, con banderas multicolores al viento fresco de la mañana, izadas en ramas altas y flexibles. Las mujeres, con sus culos redondos, envolvìan en su cuerpo a las guaguas que dormìan con un ojo abierto, sabedoras que participaban de una resistencia que se continuaba en los siglos.
Durò apenas siete dìas la ocupaciòn. Se trabajò con horario y turnos fijos: los hombres defendiendo con palas y machetes las picadas entre el cañaveral, arreando brazadas de caña dulce al galpòn del trapiche. Las carpas de lonas agujereadas hormigueaban de ollas de mate cocido y locros picantes que daban calor al cuerpo y fuerza a las conciencias. A la hora del crepùsculo, casi igual a lo que los pueblos hacìan desde mil años atràs, casi sin quererlo, como algo que pertenece a lo màs ìntimo del ser, los ojos giraban hasta consagrarse en el sol, ese disco naranja brillante que descendìa detràs de las cumbres del Aconquija. Para ganar confianza y sentirse hombres de nuevo, mancomunados en una dignidad que creìan haber perdido hace siglos.
Noguès hijo era hombre de negocios y buscador de riquezas. Su pròstata cancerosa no lo dejaba tranquilo en las noches. El fantasma de su padre, desde las alturas de un retrato a tamaño natural, le echaba en cara su debilidad para mantener el orden y la disciplina en los lìmites de su propiedad.
Muchos años atràs, Noguès padre habìa importado desde Buenos Aires un mastìn negro y enorme que mantenìa oculto y medio hambriento. En su casa de mil habitaciones se escuchaban, de noche, ruidos y lamentos que parecìan venir desde otros mundos. Los ecos de los cerros no muy lejanos daban una reverberancia lùgubre a esos rumores apagados y los peones empezaron a transmitir de boca en boca, la leyenda de que el viejo Noguès tenìa un pacto con el Diablo y se transformaba en un perrazo negro que mataba a dentelladas a quien le era enemigo.
En la època de las revueltas populares del '30, los primeros cadàveres destrozados dieron veracidad a la historia y el viejo aprovechò para limpiar de sindicalistas y socialistas su feudo diciendo: "Tengo un familiar que se ocupa de los que quieren hacerme daño. Nadie podrà jamàs hacerme daño porque mi familiar sabe todo y destrozarà incluso a los que piensen mal". A partir de ese momento el perrazo fue dejado en libertad para que esparciera un terror atàvico entre la poblaciòn. Ya no hubo màs tranquilidad en las noches: se fabricaron de apuro puertas màs resistentes y creciò la presencia de crucecitas bendecidas sobre las cunas de los niños. Cada tanto, algùn peòn castigado era ofrecido como sacrificio y su cadàver mutilado y desfigurado aparecìa al amanecer en la plaza para ratificar que el poder no podìa ser discutido.
Un dìa, el perro amaneciò colgado de una rama, a la vista de todos. Degollado y desventrado, goteaba la ùltima sangre al sol naciente demostrando a los temerosos de que el Diablo tambièn puede morir. Y fue tambièn el fin del viejo Noguès: al mediodìa las llamas de su casa iluminaban el cañaveral y el humo oscurecìa el cielo. La familia fue respetada, pero del viejo no se encontraron ni los huesos. Una semana màs tarde, el ejèrcito entrò a sangre y fuego en los pueblitos sublevados: no quedaron màs que algunos viejos y niños para contar la masacre con recuerdos velados y confundidos.
Ahora, Noguès hijo, espantado por los recuerdos y viendo que la historia es una rueda que repite infinitamente los mismos giros; temblorosamente, bajo los ojos desafiantes de su padre en el retrato, a las doce de la noche hizo la primera llamada:
--Haceme el favor, Pelado. Una situaciòn como èsta vos sabès bien que va en contra de la Patria. Sì, el gobierno y yo somos la Patria. Son todos subversivos. Ahora quieren plata en vez de los vales y vienen con no sè què carajo de derechos sindicales y autogestiòn-- hizo un silencio, escuchando --Què superiores ni ocho cuartos. Què querès ? Un decreto? Te lo hago fabricar en cinco minutos. Dale, andà y arreglame el quilombo. Ya sabès que conmigo no hay problemas. Una mano lava la otra, no ?

Hilda Guerrero, chola grande y corajuda, habìa sabido leer. Y en unos papelitos que se encontrò en la ruta principal que va de Tucumàn a Catamarca, comprendiò palabras como sindicato, lucha contra el patròn explotador, salario y desproporcional riqueza. La foto de Evita siempre estuvo pegada en una alacena en su rancho de adobe, con una florcita debajo. Ella decìa que habìa sabido leer y escribir gracias a ella, que le habìa mandado maestros a ese caserio perdido en las montanas. Y se largò a hablar, y ya no la pudieron parar. Con un papelito explicaba què era eso del capitalismo.
--Ven esta hoja de papel ? Bueno, esto representa tooodita la producciòn del ingenio. Segùn el patròn, estos son los costos de maquinaria-- y cortaba un pedacito chiquito --Esto son los costos de la mano de obra, o sea nosotros—y cortaba otro pedacito chiquito-- y esto son los sueldos de los tècnicos y cortaba otro pedacito, apoyàndolos suavemente en el piso de tierra apisonada –Esto otro son los costos financieros, que segùn èl se lo comen vivo-- y cortaba un trozo màs o menos grandecito --Y esto son los costos de venta y distribuciòn del azùcar, màs el transporte a la ciudad-- y cortò el ùltimo pedazo de la hoja.
Mostrando en alto el trozo que quedaba, gritaba:
--Ven esto, lo ven ? Es màs de la mitad de la hoja conque empezamos. Esta es la ganancia que se mete en el bolsillo el muy hijo de puta. Y quièn mueve las màquinas y quièn corta las cañas y quièn deja las manos dentro de los rodillos de los trapiches y quiènes son los boludos que tienen que gastar su sueldo en los almacenes de èl ? Nosotros. Este pedacito chiquito que se ve aqui somos nosotros. Mil trescientos veinte tipos somos ese pedacito chiquito. Y sin contar los niños y los viejos. Ahorita los militares han nacionalizado los ingenios. Quiere decir que son del pueblo. Los ingenios son nuestros. Los patrones no quieren que se trabaje para crear una falta de azùcar en el mercado y conseguir mejores condiciones para la indemnizaciòn. Los ingenios deben volver a trabajar porque de nosotros nadie habla. A nosotros nadie nos pregunta què queremos o còmo estamos. A nadie le importa si a nosotros nos pagan con vales y no sabemos què es el dinero. Debemos ocupar las tierras y hacerlas producir. Para demostrar que los patrones estàn de màs. Para demostrar que el azùcar puede ser màs barato de lo que lo estàn vendiendo. Para hacer valer nuestros derechos de pobladores y de trabajadores. Debemos ocupar los ingenios hoy mismo.

Hilda Guerrero corrìa entre las cañas, esquivando las balas. Su culo redondo y pesado, orgullo de su juventud, era ahora un peso imposible que le impedìa la fuga. Sus compañeros caìan a su lado como marionetas a las cuales se les habìa roto el hilo que coordinaba sus movimientos. Que ridìculas las posiciones de la muerte ! A Juan Candòn se le partiò la cara y la mandibula cayò en un surco mostrando los dientes al Sol y èl siguiò corriendo con una boca enormemente abierta al espanto. A Hermenegildo Santillàn le silbò una bala bajito, casi un susurro cuando le penetrò el pulmòn. El viejo Tolentino siguiò su carrera de rengo con un brazo que se le alargaba dentro de la manga hasta caer fofo al suelo.
Ella continuaba a correr, sabiendo que ese mal sueño de anoche se estaba haciendo realidad. Maldecìa la hora en que, dejando de lado un presentimiento infausto, se puso la pollera colorada. Ahora era el blanco preciado de todos los fusiles del Quinto Regimiento de Infanterìa. Zum, silbaban a cada instante las avispas del infierno; zum, hacìan estallar las cañas; zum, volaban triunfantes las alas negras en el amanecer claro.
Al pasar la pirca que dividìa el cañaveral del campito de arvejas, la pollera colorada fue bandera al viento. Unos ojos grises, de oficialito porteño con aires de europeo bien nacido, apuntaron despacito, como sabiendo medir el tiempo que se tarda en revolear una pierna sobre siglos de piedras amontonadas. El Sol estaba naranjeàndose de nuevo en medio del retumbòn del disparo y las nubes quedaron suspendidas navegando en contra del viento. Hilda Guerrero abriò los brazos y cayò abrazada a las matas de vainas finitas.
Viò el còndor allà en lo alto y sintiò el volar de la mosca azul. Quiso en el ùltimo instante, como cuando era niña, imitar la sonrisa dulce de Evita. Pero se le quedò a mitad de camino, en una mueca donde la boca sonreìa y los ojos se abrìan asombrados a la eternidad.

Los caminos y senderos de Tucumàn estàn llenos de cruces de palo con florcitas de papel marchito. Los patrones de siempre lograron imponer sus condiciones en las tratativas con el gobierno militar. No faltaron las cuñadas, ni los primos, ni los amigos comunes que mediaran en la rencilla. Al fin y al cabo, todos ellos se sentaban en la misma mesa para las fiestas familiares. Los patrones lograron una indemnizaciòn por la falta de ganancia mientras durò el tira y afloja; la devoluciòn de la totalidad de las propiedades; tasas de interès preferencial para remodernizar las plantas productivas; el resarcimiento total de los daños que habìa ocasionado el intervento del ejèrcito y la instauraciòn de la Ley Marcial en todo el territorio para contrarrestar alguna otra posible sublevaciòn.

En los ingenios quedò otra màquina incorporada al plantel de producciòn: con un simple cable se la puede enchufar a la red elèctrica y con un potenciòmetro se puede regular la cantidad de voltaje a aplicar a los que todavìa se empecinan en cuestionar el orden constituido. Noguès estaba contento, se sentìa libre del pesado vìnculo que lo habìa atado a su padre toda la vida: ahora, la tecnologìa moderna de los militares deshacìa la leyenda que su padre habìa creado con el Familiar.