17 ottobre 2008

Defiéndase de las mentiras


La política internacional tiene un extraño destino: en general es despreciada por la gran prensa, salvo en momentos de grandes convulsiones. Sin embargo, se usa y se abusa de ella para dirimir las grandes polémicas nacionales. Argumentos decisivos parecen ser sacados de casos a los que solo los supuestos "especialistas" parecen tener acceso y comprender el significado, alegando que "en México funcionó", que "el modelo chileno es el mejor", que "en Corea del Sur fracasó" o que "Turquía probó que el gobierno tiene razón".

Es lo que se puede llamar "embustes internacionales", para darle un nombre. Cuidado por tanto con todos -economistas, editorialistas, "politólogos", sociólogos, analistas internacionales-; infórmese, no dé nada por establecido como si hubiese argumentos de autoridad, desconfíe -sobre todo desconfíe-, busque verificar con sus propios medios. Piense, siempre piense.

Para sorprenderse menos con lo que acontezca, van aquí algunas indicaciones, que pueden ser útiles para que cada uno piense con su propia cabeza, para que la prensa sirva para emancipar y no para alienar a las personas.

1.- Cuando un gobernante diga que "no hay otro camino posible", puede
tener la seguridad que, tratándose de la acción de los hombres, siempre
hay otro. A falta de argumentos a favor suyo, él desea afirmarse,
mistificando.

2.- Cuando ministros de economía, presidentes de bancos centrales y
cualquier otra caterva hagan previsiones, pida primero cuentas de las previsiones que
hicieron el año anterior, para saber si tienen derecho a seguir ocupando
nuestro tiempo.

3.- Cuando lea que México, Chile, Argentina -o cualquier otro país- es el
modelo a seguir, alternativamente utilizados conforme el columpio los
lleva para arriba o para abajo, desconfíe. No espere que México, Chile o
Argentina se desplomen para ver que era una forma de desviar la atención
del análisis concreto del país en cuestión.

4.- Cuando lea que ahora la economía va a crecer sin interrupciones,
cambie inmediatamente de lectura y de columnista. La década pasada se pasó
con esa cantaleta de la "nueva economía" y cuando ella mostró que de nueva
tenía apenas el nombre, se cambió de asunto, sin que nadie rinda cuentas
de los embustes que había prometido.

5.- Ponga los ojos firmes sobre lo que acontece en los Estados Unidos. No
porque sea modelo para algún otro país, sino porque nada de importante en
el mundo de hoy puede ser comprendido fuera de la hegemonía norteamericana
y, por tanto, lo que pasa allá cuenta mucho para todo el mundo.

6.- Pero no espere nada bueno procedente de allá, por lo menos mientras
ellos continúen pensando que deben dar lecciones - teóricas y prácticas-
al mundo de cómo se construye una buena sociedad -sentimiento reforzado,
infelizmente, con los atentados del 11 de septiembre, alienándolos
más todavía sobre el por qué de los sentimientos negativos que inspiran
en el resto del mundo.

7.- No crea que el capitalismo y el imperialismo ya fueron, que se acabó. Nunca hubo
tanto capitalismo en el mundo -nunca tantas cosas y personas fueron
transformados en mercancías, tuvieron un precio, fueron comprados y
vendidos-, ni nunca hubo una presencia imperial tan fuerte en el mundo.

8.- No crea cuando dicen que "el Estado nacional se acabó". El G-7 (o
G-8), que es una especie de gobierno mundial, está compuesto por los
mandatarios de los más poderosos Estados del mundo y no por los
presidentes de las grandes corporaciones. Además de que esos Estados
tienen las fuerzas militares más poderosas del mundo. Lo que ellos quieren
es que, por ejemplo, Brasil, India, China, África del Sur, México,
Argentina, o Paquistán o Indonesia, no decidan seguir el mismo ejemplo de
hacer reuniones periódicas de sus jefes de Estado para defender mejor los
intereses de la gran mayoría de la humanidad -que vive en estos Estados y
no en aquellos.

9.- Piense que cualquier política internacional que no priorice el rescate
de África está equivocada. Pregunte, ante cada propuesta: "¿Y cuál es el
lugar de África?"
Será más fácil entender su significado, a quién favorece
y a quién perjudica.

10.- Piense, como criterio fundamental, que un mundo justo es aquel en el
que lo que prima no son los intereses del dinero, del capital, sino las
necesidades -materiales y espirituales- de los seres humanos. Solamente
así será posible a los hombres valerse de todos sus avances materiales e
intelectuales para construir una sociedad solidaria y humanista -siempre
posible-, mientras los hombres se valgan de su capacidad de comprensión y
de acción para interpretar y transformar el mundo en el sentido de acabar
con la explotación, con la dominación, con la alienación y con la
discriminación.

15 ottobre 2008

Aiutare la gente, non le banche



Allarme povertà: «Si pensa ad aiutare le banche, non la gente»
Sempre più poveri. E sempre più numerosi. In Italia le misure contro la povertà sono le meno efficaci in Europa e se in alcuni paesi (come Svezia, Danimarca, Olanda, Germania, Irlanda), l'impatto della spesa per la protezione sociale riesce a ridurre del 50 per cento il rischio povertà, da noi si raggiunge un magro 4 per cento.

Un record che l'Italia, nell'Europa dei 15, detiene insieme alla Grecia. Lo sostiene l'ottavo Rapporto sulla povertà della Caritas Italiana-Fondazione Zancan - presentato mercoledì - che lancia l'allarme: «Nell'Europa dei quindici, l'Italia presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio povertà». Il rapporto ricorda i dati Istat: il 13% degli italiani è povero, vive con meno di 500-600 euro al mese. Sono povere le famiglie con anziani (soprattutto se autosufficienti) ed è povero un terzo delle famiglie con tre o più figli; il 48,9% di queste vive al sud.

Avere più figli aumento il rischio di povertà. Eppure non è così altrove. Ad esempio, in Norvegia con più figli il tasso di povertà si abbassa. Il nostro paese è al di sotto della spesa media per la protezione sociale. In realtà, la spesa aumenta ma per via della previdenza. Nel 2007, il pubblico ha erogato prestazioni a fini sociali pari a 366.878 mln euro, di cui il 66,3% per pensioni (+5,2% rispetto al 2006). Squilibrio più evidente se si considera l'incidenza sul Pil: la spesa per la previdenza incide per il 15,8% (15,6%), quella per la sanità per il 6,2% (6,4%), per l'assistenza sociale per l'1,9% (1,9%). Il rapporto suggerisce di riorientare e riqualificare le risorse.

Secondo il rapporto il problema è la qualità della spesa sociale e non solo il livello percentuale sul Pil. Il nostro Paese è al di sotto della spesa media per la protezione sociale. In realtà, la spesa aumenta ma per via della previdenza. Nel 2007, il pubblico ha erogato prestazioni a fini sociali pari a 366.878 mln euro, di cui il 66,3 per cento per pensioni (+5,2 per cento rispetto al 2006). Squilibrio più evidente se si considera l'incidenza sul Pil: la spesa per la previdenza incide per il 15,8 per cento (15,6 per cento), quella per la sanità per il 6,2 per cento (6,4 per cento), per l'assistenza sociale per l'1,9 per cento (1,9 per cento).
Da qui l'invito ad aiutare le persone in difficoltà più che le grandi banche: «Assistiamo in questi giorni a montagne di soldi pubblici che, con il giusto accordo di tutti, corrono al capezzale della grande finanza e delle imprese in crisi per tentare di mettere in atto un salvataggio. Perchè non fare altrettanto per soccorrere chi lotta quotidianamente per sopravvivere all'indigenza e alla precarietà?». Ha chiesto monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana: «Perchè - si è chiesto il sacerdote - non tentare una seria alleanza tra politica, società, terzo settore e associazioni di volontariato?».

«In paesi come Svezia, Danimarca, Olanda, Germania e Irlanda, l'impatto della spesa per la protezione sociale riesce a ridurre del 50 per cento il rischio povertà, da noi si raggiunge un magro 4 per cento», ha denunciato Nozza, rilevando che «nell'Europa dei 15, l'Italia presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio povertà».

«Questi dati rivelano che è un problema che riguarda anche le classi medie che stanno precipitando verso la soglia di povertà. Il dramma è che nelle mense della Caritas ci va chi prima faceva il tecnico e l'operaio...questa è l'Italia reale, non quella del Bagaglino ed è urgente che il governo intervenga».

Soldi da bruciare


Ci hanno mentito sempre. Sono delinquenti che fanno affari senza rischiare i propri soldi; fanno affari coi soldi degli altri. Le banche ci chiedono i nostri soldi e ci danno un interesse bassissimo. “Ma i tuoi soldi sono al sicuro con noi”, ci dicono. Ora scopriamo che i nostri soldi non sono affatto al sicuro, anzi sono in grande rischio. Le banche prestano i nostri soldi alle imprese e ad altre banche ad interessi più alti di quello che pagano a noi. La differenza è il loro guadagno. Adesso scopriamo che per guadagnare molto di più davano crediti a chiunque, senza controlli di nessun tipo. Inventavano “prodotti” finanziari per catturare incauti ed ingenui: “prodotti tossici” li chiamano ora. Come i bond argentini, le obbligazioni Cirio e Parmalat, fondi ad alto rischio ma che erano venduti come un investimento sicuro.

Manager con altissimi stipendi per non produrre niente, anzi producevano fallimenti. Manager ed operatori in combutta coi politici hanno giocato in una roulette russa…ed ora pretendono di uscire senza pagare niente. La colpa è della crisi. Come se fosse un terremoto od una catastrofe naturale.

Prima chiedevano urlando di privatizzare tutto. “Fuori lo Stato dal mercato”, urlavano. Ora chiedono a grande voce: “Serve l’intervento dello Stato” per salvare le banche a rischio, che sono le fonti del credito alle imprese, “che sono le uniche a creare ricchezze”.

Continueranno a bruciare ed a rubare i nostri soldi. Che le banche a rischio falliscano: è una regola ferrea del mercato. Se non sei capace, sei morto. Con l’aiuto dello Stato chiunque ce la fa, anche il più incapace. Forse per quello chiedono l’intervento dello Stato.

Ma lo Stato siamo tutti noi. I soldi per “salvare” le banche sono i nostri soldi, che paghiamo con le tasse. Loro invece faranno affari d’oro, noi entreremo in recessione, ci impoveriremo di più, saremo col cappio al collo per anni, mentre loro riscuoteranno i loro bei stipendi, i loro altissimi bonus e resteranno impuniti per sempre. Almeno fino alla prossima crisi.

Andiamo in banca e chiediamo i nostri soldi. Che non servano per finanziare questi delinquenti e le loro banche fallite o le loro imprese con le fondamenta di fango. Mettete per un po’ di tempo vostri soldi sotto il materasso, non perderete granché. Anzi starete più sicuri. Quando il panorama si chiarisca e potremo vedere e avere un po’ di fiducia in qualcosa di pulito, sempre possiamo tirarli fuori e giocare a metterli nei Bot di turno. Forse cadrà anche questo governo di bugiardi, fannulloni, e speculatori d’operetta.

Affidereste i vostri risparmi a un pregiudicato senza che vi punti contro una pistola? A una persona in attesa di giudizio per truffa, bancarotta, frode fiscale, usura? Chi compra azioni va garantito. L’integrità delle persone che gestiscono l’azienda in cui si investe è un dato economico, non solo penale. La reputazione nel mondo degli affari è tutto.

La fedina penale degli amministratori deve essere visibile nella richiesta di acquisto delle azioni. Uno può scegliere in base al reato. Ho qualche soldo da parte e ho chiesto a mio fratello dove era meglio investire, se in un truffatore, in un usuraio o in un bancarottiere. Mi ha suggerito i Casalesi.

In Borsa ci sono circa 270 società. Ognuna ha un amministratore delegato, un presidente, un direttore generale, un consiglio di amministrazione. La Consob dovrebbe pubblicare nel suo sito l’elenco dei pregiudicati e di chi è in attesa di giudizio. La Borsa deve essere PULITA. Altrimenti meglio il casinò, è più etico, o affidare il nostro patrimonio alla criminalità organizzata, è più sicuro.

Cito di seguito alcuni nomi. Sono tra i Signori della Borsa. Quelli che decidono del futuro dei vostri soldi. L’elenco è molto più lungo. Il Parlamento in confronto alla Borsa è un ritrovo di galantuomini.

Borsa Pulita. Draghi si dia una mossa, il momento è favorevole per una legge sull’etica nella Borsa. Chieda una consulenza alla famiglia dello psiconano.-

Roberto Colaninno. Condannato a 4 anni e 1 mese per bancarotta nel crack Italcase-Bagaglino nel dicembre 2006, interdetto dai pubblici uffici per 5 anni, pene condonate grazie alla legge sull'indulto, è presidente di IMMSI e di Piaggio e consigliere in Mediobanca (da Wikipedia).-

Salvatore Ligresti. Coinvolto in Tangentopoli, arrestato e condannato per tangenti. Dopo aver patteggiato 2 anni e 4 mesi con la giustizia, affidato ai servizi sociali, torna all'attività di costruttore, consigliere in Unicredit, Immobiliare Lombarda e Premafin Finanziaria (da Wikipedia).-

Cesare Romiti. Condanna a undici mesi e dieci giorni di reclusione per irregolarità relative al periodo in cui ricopriva la carica di amministratore delegato del gruppo Fiat, consigliere in RCS Mediagroup e Impregilo.-

Cesare Geronzi. Nel processo per il crack Parmalat è indagato per usura aggravata e concorso in bancarotta fraudolenta. Nel crack Cirio indagato di frode riguardo l'emissione e collocamento dei 'bond' Cirio tramite Capitalia. Per il crack Italcase condannato in primo grado per bancarotta a 1 anno e 8 mesi più l'interdizione di esercitare uffici direttivi presso qualunque impresa per 2 anni, presidente di Mediobanca (da Wikipedia).-

Paolo Scaroni. Nel luglio 1992, anni di Tangentopoli, viene arrestato sotto l'accusa di aver pagato tangenti al PSI per conto della Techint. Nel 1996 si celebra il processo in cui Scaroni chiede di patteggiare la pena: 1 anno e 4 mesi, sotto la soglia della carcerazione. Nel 2006 viene processato dal tribunale di Adria, in qualità di amministratore delegato dell'Enel all'epoca dei fatti, per aver inquinato, con la Centrale di Porto Tolle, il territorio del delta del Po. Viene successivamente condannato ad un mese di reclusione, a titolo colposo, pena che viene convertita in un'ammenda di 1.140 euro. Amministratore delegato di ENI, consigliere di amministrazione in Assicurazioni Generali (da Wikipedia).

IMMSI, Piaggio, Mediobanca, Unicredit, Immobiliare Lombarda, Premafin Finanziaria, RCS Mediagroup, Impregilo, ENI e Assicurazioni Generali sono tutte aziende quotate in Borsa.

Apprendisti stregoni


Joseph Halevi - il manifesto - 14-10-08

Tra sabato e domenica le agenzie hanno ripetutamente diffuso i primi commenti del direttore del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Dominique Strauss-Kahn. sul documento di tre pagine scaturito dalla riunione dei G7. Erano molto critici: il documento non è sufficiente, bisogna fare di più perché l'economia mondiale si trova di fronte all'imminente possibilità di un «meltdown» - letteralmente squagliamento - finanziario. Poi sono arrivati altri comunicati più edulcorati, ma la sostanza resta.
Per la prima volta il Fmi non sta agendo da cattivone esattore di debiti, come negli anni che portarono alla crisi argentina.

Merito certamente di Strauss-Kahn, che è per 2/3 decisamente liberista e per 1/3 moderatamente keynesiano. Quando era ministro delle finanze, sotto Jospin, fu l'artefice principale delle privatizzazioni e dell'apertura al capitale privato delle imprese statali di utilità pubblica, nonchè dell'apertura delle pensioni ai fondi privati. Nei primi due casi la ebbe vinta alla grande, nelle pensioni solo un peu. Da quando è arrivato alla direzione del Fondo la sua componente keynesiana è andata aumentando in proporzione allo sfascio che lo attorniava nell'America dal falso modello di condotta economico-morale.

Alcuni giorni or sono Strauss-Kahn esortava i paesi con i bilanci pubblici in surplus di spendere le eccedenze. Giustissimo. Ma lui dirige un'istituzione ormai esautorata dalle sue stesse politiche «argentine». Il Fondo non ha più i soldi e il potere istituzionale (e morale) per intervenire. Avendo agito da esattore e usuraio per tanti decenni, il Fondo ha spinto a pagare i debiti molti paesi; i quali, una volta capita l'antifona e grazie alla Cina che fa ora da terminale massiccio per le loro importazioni, non ne vogliono più sapere del Fmi: Argentina, Brasile, Indonesia, Korea, Malaysia. Da soli non rilanceranno certo l'economia mondiale, ma il loro distacco dal Fondo simboleggia la sua ridondanza; proprio ora che predica benino.

A peggiorar le cose, Strauss-Kahn ha di fronte a sè un gruppo, il G7, meschino e incoerente. Quando sostengono che bisogna «coordinare», intendono soltanto dire che le misure di un paese non devono spiazzarne un altro. La decisione irlandese di proteggere i conti bancari ha provocato in Francia la paura che numerosi clienti delle banche francesi possano trasferire i propri conti a Dublino. A sua volta la Merkel non vuole mandare un euro in Europa unicamente perchè fuori dal sistema giuridico-finanziario della Germania!

Le reticenze dei G7 a fare sul serio derivano dal fatto che i mercati dei capitali sono implosi. Quindi gettare soldi in un buco nero non funziona. L'unica via che rimane aperta è perciò la spesa statale diretta; quella che intendono evitare come la peste, avendo anche distrutto gli strumenti per attuarla. L'acquisto di azioni delle banche, come ha fatto la Gran Bretagna, non è intervento nel senso della «spesa nell'economia». Nel 1988 Reagan fece comperare dal governo oltre 100 banche texane, per via della crisi debitoria successiva alla caduta del prezzo del greggio e - automaticamente, nel Texas - dell'immobiliare. Ma è tutt'altra cosa rispetto alla decisione degli Usa, poniamo, di ordinare 1.000 aerei da guerra al settore militar-industriale, unico comparto pianificato nell'economia mondiale. Ora I membri del G7 si stanno accorgendo che dovrebbero prendere la spesa in mano; sia le decisioni sui prestiti che sugli ordinativi. Ma non vogliono prenderne atto, malgrado le decisioni di investimento stiano evaporando. Non vogliono perché non possono. I G7 non hanno più, nemmeno sul piano dei singoli paesi, le istituzioni per farlo. Le privatizzazioni e deregolamentazioni, passate e recenti, mostrano il loro effetto mortalmente tossico. L'Iri avrebbe potuto immediatamente ingranare la marcia degli ordinativi e della spesa. Lo stesso dicasi per Le Plan francese con le sue efficienti industrie pubbliche. Anche le demoralizzate aziende nazionalizzate della Gran Bretagna di Wilson avrebbero potuto agire. Oggi nulla. Non hanno una vera alternativa al gettar soldi nel buco nero e lo sanno. Non possono coordinare tra paesi perché non ci sono più le apposite istituzioni.

Grazie classe politica. Sia di «sinistra» che di centrodestra.

13 ottobre 2008

Ora ci serve l'intervento dello Stato


"Più Stato, meno privato"
La presidente di Confindustria: «No ai castelli di carta, bisogna tornare all'economia reale».

Basta ai «castelli di carta costruiti e venduti spesso in modo delinquenziale a cittadini e rispamiatori. Bisogna tornare alla base all’economia reale». Lo ha detto la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, parlando della crisi dei mercati dal palco del convegno dei giovani di Confindustria. «È entrato in crisi deflagrante - ha detto - un sistema finanziario simultaneo universale, dalle dimensioni impressionanti, basato sulla droga monetaria, costruito sul nulla, slegato dall’economia reale, dagli scambi commerciali, dal lavoro, dalla produzione, dalle tecnologie».«Nell’emergenza - ha detto la presidente di Confindustria - lo stato ci deve essere ma poi bisogna ripristinare il mercato ben regolato. Soprattutto in Europa e in Italia non ci devono essere alibi per tornare al controllo pubblico sull’economia. Dobbiamo dire no alla chiusura dei mercati, alle lusinghe del protezionismo che provoca il crollo degli scambi e del benessere». «Oggi - ha aggiunto - il vero tema è l’impatto sull’economia reale».

Per la Marcegaglia occorre inoltre preparare anche in Europa «un piano di intervento» e non far mancare il credito alle imprese. Poi parlando sempre dei rimedi alla crisi la presidente ha detto che «è il momento di fare forti tagli alla spesa pubblica improduttiva che continua a crescere e a liberare risorse per investimenti pubblici che sono fondamentali in un momento come questo». «È necessario ripartire - ha aggiunto - dalle cose concrete: dalle infrastrutture, dalle grandi opere pubbliche che possono essere un forte volano per il sistema economico e possono contribuire ad uscire da questa crisi»."Contratti, senza ok da tutti valuteremo ogni opzione".

Sulla riforma dei contratti «serve un grande impegno da parte di tutti». Se così non dovesse essere «valuteremo insieme, come sistema di Confindustria, ogni opzione». Lo ha detto la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, nel corso del suo intervento al convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria. «Sarebbe grave toccare con mano che qualcuno antepone logiche di potere all’interesse reale dei lavoratori», ha affermato.

Secondo Marcegaglia, «restare immobili, aggrapparsi all’esistente, può rivelarsi un errore fatale». È necessario, sottolinea quindi, «affrontare con serietà la grande emergenza della crisi di produttività che da almeno 10 anni frena la possibilità di sviluppo della nostra economia». L’altro grande problema è, per il leader degli industriali, «il potere d’acquisto dei salari e dei lavoratori: cerchiamo le soluzioni possibili per migliorare la condizione di chi ha redditi più bassi». L’unica strada possibile per far crescere i salari, secondo Marcegaglia, «è quella di legare gli aumenti agli incrementi della produttività: proporre altre strade significa vedere illusioni pericolose». A questo punto, rivogendosi alla Cgil afferma: «Lo dico con chiarezza a chi cerca di confondere i lavoratori diffondendo cifre sbagliate e fantasiose. A chi racconta, a un paese preoccupato per il proprio futuro, che la strada del conflitto senza regole è il modello da perseguire. Questo è esattamente ciò che una classe dirigente non deve fare: spacciare favole per non assumersi responsabilità». In questi mesi, prosegue, «abbiamo fatto un buon lavoro. Abbiamo costruito un’ipotesi di modello contrattuale» che «può far crescere le buste paga in modo concreto: 2.500 euro nei prossimi tre anni, quasi 800 in termini reali, cioè al netto dell’inflazione».

Respuestas del Sur a la crisis económica

DECLARACIÓN FINAL DE LA CONFERENCIA INTERNACIONAL DE ECONOMÍA POLÍTICA*

El encuentro evaluó que la situación se ha agravado en las últimas semanas. De crisis repetidas de los mercados financieros de países centrales, ha pasado a convertirse rápidamente en una crisis internacional de una enorme gravedad Ello coloca a países del Sur en una situación muy comprometida.

La crisis amenaza la economía real y, de no tomarse acciones enérgicas y efectivas inmediatas, puede castigar en forma abrumadora a los pueblos del mundo, en particular a los sectores ya más desprotegidos y postergados

La vulnerabilidad de las monedas, los desequilibrios financieros y la grave recesión en ciernes desmienten hoy el mito neoliberal acerca de las bondades de la desregulación de los mercados y la solidez y confiabilidad de las instituciones financieras actuales, así como cuestionan seriamente las bases del sistema capitalista actual.

Las contribuciones presentadas en el seminario han puesto de relieve el proceso de la crisis desatada desde agosto del 2007 y el fracaso de las crecientes concesiones, salvatajes y prebendas a través de la intervención del Estado en los países capitalistas desarrollados para salvar los desechos de un sistema financiero mundial ya dislocado

Denunciamos la pretensión de hacer cargar el costo del salvataje financiero al conjunto del sistema mundial, agravando la situación de pobreza, desempleo y explotación de los trabajadores y los pueblos del mundo.

Ni el intervencionismo estatal gigantesco que se ha observado en las últimas semanas para salvar entidades desarticuladas y vaciadas por la especulación, ni el endeudamiento público masivo son alternativas plausibles para la salida de la crisis. La dinámica actual anima a nuevas rondas de concentración del capital y, de no existir una firme oposición de los pueblos, se enfatizará aún más y en forma perversa la perspectiva de reestructuración sólo para salvar sectores privilegiados. Ello podría significar también el peligro de la vuelta de una tendencia al autoritarismo en el funcionamiento del capitalismo, que ya se manifiesta, como signo muy regresivo, en el aumento de la discriminación y el racismo hacia la población emigrante de países del Sur en los países del Norte.

De mantenerse las actuales tendencias de reestructuración del sistema capitalista habrá enormes costos productivos y sociales y puede golpearse aún más la ya muy frágil sustentabilidad ambiental.

La necesidad de reconformar la arquitectura económica y financiera internacional es hoy ineludible. Dentro de tal perspectiva se inscribe la necesidad de una salida post-capitalista, denominada por Venezuela como Socialismo del Siglo XXI.

En un momento crítico como el actual, las políticas nacionales y regionales deben dar prioridad a los gastos sociales, y proteger los recursos naturales y productivos. Los Estados deben introducir medidas urgentes de regulación financiera para proteger el ahorro, seguir impulsando la producción y combatir el peligro de descontrol a través de inmediatos controles de cambio y de movimientos de capitales

Será clave en tal sentido desarrollar la mayor complementación y la integración comercial regional en forma equilibrada, potenciando las capacidades industriales, agrícolas, energéticas y de infraestructura. Iniciativas como el ALBA y el Banco del Sur deberán ampliar su radio de acción y consolidar su perspectiva hacia una mayor integración alternativa que incluya una nueva moneda común, en la perspectiva de una nueva arquitectura financiera mundial que viabilice otra inserción del Sur en la división internacional del trabajo.

En este contexto, hay que valorar la importancia de un conjunto de aportes y propuestas de la economía social que promueven la dignificación del trabajo y la articulación local frente a los impactos de la crisis.

A escala global, ha de continuarse con las demandas para una profunda reforma del sistema monetario financiero internacional, que implique la defensa de los ahorros y la canalización de las inversiones a las necesidades prioritarias de los pueblos. Debe romperse la permanente recurrencia de un sistema que beneficia centralmente a la especulación, ahonda las diferencias económicas y castiga particularmente a los países y sectores más desprotegidos.

Asimismo, deben crearse nuevas instituciones económicas (multilaterales), sobre nuevas bases, que dispongan de la autoridad y los instrumentos para actuar en contra de la anarquía de la especulación. De allí que se convierten en indispensables las intervenciones urgentes por parte las autoridades nacionales que desafíen los fundamentos del mercado y protejan las finanzas de los pueblos afectados. La crisis despierta intereses comunes entre los pueblos de todas las naciones.

A partir de estos análisis y consideraciones, la Conferencia Internacional de Economía Política “Respuestas del Sur a la crisis económica mundial”, ha llegado a las siguientes

CONCLUSIONES Y RECOMENDACIONES DE ACCIÓN
Partimos de la siguiente caracterización de la situación económica internacional:

1. Nos encontramos en una situación inédita a nivel mundial. La crisis económica y financiera se ha agravado y acelerado enormemente en los últimos días. Y su desarrollo futuro, además de difícilmente predecible, puede tomar, de un día para otro, tintes dramáticos.

2. La crisis tuvo su epicentro inicial en EE.UU. y en los mercados bursátiles; pero en la actualidad ya es una crisis mundial que afecta a todo el sistema financiero y contamina crecientemente al aparato productivo. La crisis está teniendo especial impacto ahora en Europa Occidental y Oriental.

3. Frente a la expectativa inicial de que América Latina podía quedar fuera de la crisis y de que estaba “blindada”, ya existen a la fecha de hoy manifestaciones muy contundentes de la certeza de próximos impactos. No sólo puede esperarse un deterioro prolongado del comercio exterior, sino también un shock financiero muy violento y en el cortísimo plazo. Mientras más internacionalizado esté el sistema bancario y la bolsa de valores, mayor es la fragilidad.

Hacemos estas sugerencias conscientes de que en las crisis siempre hay ganadores y perdedores. Nuestra apuesta es la de tomar las medidas que garanticen el bienestar y los derechos de nuestros pueblos, del conjunto de ciudadanos y ciudadanas y no la de socorrer a los banqueros responsables de la crisis como está ocurriendo en Europa y en EE.UU.

Partiendo de este nuevo escenario, y de su agravamiento acelerado, consideramos necesario plantear las siguientes recomendaciones de acción, algunas de las cuales deberían implementarse a través de decisiones políticas urgentes a lo más altos niveles.

A tal efecto debe considerarse la realización inmediata de una Cumbre Extraordinaria de Presidentes de América Latina y Caribe, o al menos de la UNASUR.

SOBRE EL SISTEMA BANCARIO
ü Ante el colapso del sistema financiero internacional, los Estados de la región deben hacerse cargo inmediatamente de la custodia de los sistemas bancarios bajo la forma de control, intervención, o nacionalización sin indemnización siguiendo el principio de la nueva Constitución de Ecuador que prohíbe estatizar las deudas privadas. (Art. 290 – punto 7-: “se prohíbe la estatización de deudas privadas”.)

ü La función de estas medidas es prevenir la fuga de capitales al exterior, la corrida cambiaria, la transferencia de fondos de las sucursales de bancos extranjeros a sus casas matrices y el atascamiento del crédito por parte de los bancos que no prestan los fondos que reciben.

ü Hay que cerrar las ramas off shore del sistema bancario de cada país, que sólo constituyen un escudo regulatorio y fiscal peligrosísimo en estas circunstancias, en las que las dificultades de liquidez provocarán efectos de sifón desde la periferia.

ü Debe fortalecerse la supervisión bancaria y los mecanismos de estricta regulación que transparenten la situación real de los sistemas bancarios nacionales como depositarios de los ahorros de la población. (Dado el carácter de los servicios financieros como servicio público). Una de estas medidas debería garantizar un mínimo de inversión nacional dentro de los activos líquidos del sistema (coeficiente de liquidez doméstica).

ü Debe alentarse la promoción popular no lucrativa administrada por las poblaciones ubicadas en los territorios de asentamiento de esas entidades para el desarrollo local.

ü En caso de intervención, los Estados deben recuperar el costo del salvataje con el patrimonio de los bancos y el derecho de repetición sobre el patrimonio de los accionistas y los administradores.

NUEVA ARQUITECTURA FINANCIERA
ü La ausencia de políticas monetarias coordinadas produce una guerra de “devaluaciones competitivas” que agrava la crisis y desata rivalidades entre nuestras economías, impidiendo una respuesta coordinada de la región, e incluso amenaza estructuralmente los avances integracionistas como la UNASUR. Por ello, debería darse una señal clara de un acuerdo monetario latinoamericano que de modo inmediato muestre las posibilidades adicionales de blindaje de nuestras macroeconomías. Así, la definición de un sistema de compensación de pagos basado en una canasta de monedas latinoamericanas proveería a cada país de medios de liquidez adicionales que permitirían separarse de la lógica de crisis del dólar.

ü En el mismo marco de construcción institucional para el blindaje de nuestras economías, se requiere una mayor articulación entre bancos centrales, superando el dogmatismo neoliberal con un manejo mucho más eficiente y oportuno de las reservas internacionales. En ese sentido es importante avanzar en la propuesta de un Fondo del Sur alternativo al FMI, con disponibilidades de liquidez contingentes a emergencias de caja fiscal o balanza de pagos.

ü Aprovechando la ampliación de las reservas excedentarias de cada país provocada por la creación de medios de pago adicionales con el sistema de compensación de pagos (derechos regionales de giro) y por la existencia del Fondo Común del Sur, se pueden movilizar recursos para poner en funcionamiento en forma inmediata el Banco del Sur, asegurando un funcionamiento democrático y no reproduciendo la lógica de las organizaciones financieras multilaterales de crédito. Este Banco debe ser el corazón de la transformación de la ya existente red de bancos de fomento latinoamericano, orientado hacia la reconstrucción de los aparatos productivos basados en los derechos humanos fundamentales.

ü Es indispensable ratificar en los países que lo tengan y establecer donde no está instrumentado el control de cambios a fin de proteger las reservas e impedir la salida de capitales.

ü En el marco de la suspensión de pagos que ha impuesto la crisis al sistema financiero internacional se impone que los países de la región consideren la suspensión del pago de la deuda pública. La medida apunta a proteger en forma transitoria los recursos soberanos amenazados por la crisis y evitar un vaciamiento de las Tesorerías de los países.

América Latina y el Caribe deben aprender de lo que está ocurriendo en Europa, donde cada país intenta resolver la crisis por su cuenta. Esto exige potenciar los mecanismos de integración alternativa en desarrollo en la región.

EMERGENCIA SOCIAL
ü Proponemos constituir un Fondo Regional de Emergencia Social para asegurar inmediatamente la soberanía alimentaria y energética, así como para atender el agudo problema de las migraciones y del recorte de las remesas. Este Fondo podría funcionar dentro del Banco del Sur o del Banco del Alba.

ü Siguiendo el principio de no socorrer a los banqueros, y sí a nuestros pueblos, deben mantenerse los presupuestos públicos para el gasto social y prever su incremento ante los inminentes efectos de la crisis internacional sobre nuestros pueblos, siendo las prioridades: seguro de empleo, ingreso universal, salud y educación pública., vivienda.

ORGANISMOS FINANCIEROS
La crisis financiera internacional ha puesto en evidencia la complicidad del FMI, Banco Mundial y BID con los banqueros transnacionales que han provocado el colapso actual con sus terroríficas consecuencias sociales. El desprestigio de estos organismos es manifiesto. Es la oportunidad para que los países de la región, siguiendo el ejemplo de Bolivia, se retiren del CIADI. Y retomando la convocatoria de Venezuela, se retiren del FMI y del Banco Mundial y comiencen a ayudar a construir una nueva arquitectura financiera internacional.

Caracas, 11 de octubre de 2008

* Conferencia Internacional de Economía Política: Respuestas del Sur a la Crisis Económica Mundial promovió un amplio debate sobre la actualidad económica y financiera de la economía mundial, las nuevas perspectivas , desafíos para los gobiernos y los pueblos del Sur ante la crisis financiera internacional. Se realizó en Caracas, Venezuela, los días 8, 9, 10 y 11 de Octubre de 2008 con la presencia de académicos e investigadores de Argentina, Australia, Bélgica, Canadá, Chile, China, Corea del Sur, Cuba, Ecuador, España, Estados Unidos, Francia, Inglaterra, México, Perú, Uruguay y Venezuela.

12 ottobre 2008

12 de Octubre 1492 - Colón cree haber desembarcado en Cipango


La historia de la llegada de Colón y sus seguaces al continente que luego se llamó América sigue siendo un cúmulo de contradicciones. Más o menos como en los versículos de la Biblia, un párrafo se contradice con el posterior.

En la época de Colón ya se sabía de la redondez de la Tierra y de rutas secretas que llevaban hacia tierras lejanas y exóticas donde se extraían productos de uso común en Portugal, España, Francia e Italia. No era un secreto para nadie que el “palo Brasil”, de donde se obtenían un pigmento para teñir los tejidos con color púrpura y la trementina para diluir aceites, provenía de “tierras calientes”, de selvas similares a un paraiso que quedaban “del otro lado de la mar océano”. Sólo que las rutas y las cartas náuticas eran celosamente custodiadas por los portugueses para proteger el monopolio de dichos productos.

Documentos de la época muestran a un Colón desesperado por lograr un lugar privilegiado en ese “jet set” de pilotos y navegantes que se enriquecían a manos llenas con los tráficos de mercaderías y especies que se obtenían en costas desconocidas. Lo muestran como un ávido deseoso de participar del festín, resentido por no encontrar financiadores que le permitieran alcanzar un puestito en ese mundillo particular de comerciantes enriquecidos sin gran esfuerzo. Caminó todas las cortes, tocó todas las puertas posibles para lograrlo...y encontró por fin dos reyes tan pagados de sí, tan autocomplacientes por las victorias obtenidas contra los moros, que, magnánimos ellos, le entregaron tres cáscaras de nuez y tripulaciones de delicuentes liberados para que fuera hacia Cipango; para que trajera al menos un poco del oro que el libro de Marco Polo “Il Milione” describía. Le prometieron el cargo de almirante si lo lograba. Pero Cipango era la China, la tierra que hospitaba un gran imperio. Y Colón fue a la aventura sin ser un diplomático. Al contrario, se sentía un conquistador.

¿Qué hubiera sucedido si Colón no se hubiera equivocado y hubiese desembarcado realmente en China? Ya me lo imagino llegando a una playa llena de sampangs y de pescadores. Habría plantado el famoso tronco, el “potro del tormento”, el “palo de la ley” donde estaban escritos los mandamientos básicos que un rey lejano pretendía hacer respetar. Colón se habría tirado por el suelo, se habría retorcido a derecha y a izquierda mimando un acto sexual con la tierra, habría cortado puñados de pasto y los habría lanzado al aire imprecando plegarias al cielo. Un cura sucio por meses de navegación le habría dado una pequeña hostia para calmarlo y, obligándolo a envainar de nuevo la espada, lo habría conducido hasta donde el escribano mayor del reino había armado un escritorito de opereta. Este escribano, con palabras solemnes, le habría entregado el título pomposo de almirante de todos los océanos y declarado en forma altisonante que “estas nuevas tierras fueron conquistadas para el usufructo del reino de Castilla” y pertenecen, por orden divina y a partir de ahora, al rey y a la reina de España, que se comprometen a “evangelizar a los nativos que encuentren”. Los pescadores chinos los habrían mirado como una comparsa de actores de campaña, habrían reído y aplaudido y, luego, habrían seguido con sus redes y sus pescados. Sin darle más importancia que a un evento raro, pero sin mayor relevancia.

Pero, como siempre, no faltó el buey corneta que fue a avisar a las autoridades. Especialmente cuando Colón y sus delincuentes pretendieron comida usando malos modales y sin intención de pagar. Al alba del día siguiente, seguro, Colón, el cura y todos los maltrazados de su tripulación se encontraron de frente a un pelotón de chinos con lanzas enristradas y un comisario que les preguntaba a los gritos “¿Quién es el capo aquí?” Colón se enorgulleció de tener que mostrar su flamante título de almirante tan rápido y dió un paso al frente: “Soy yo, el almirante de todos los océnos Cristóbal Colón. Representante de sus majestades católicas los reyes de España, Castilla y Aragón, dueños y señores de estas tierras”, dijo con la frente bien alta. La piña que recibió en la boca del estómago lo dobló en dos y lo hizo caer de rodillas boqueando.

El comisario chino seguía a los gritos, alzando el pedazo de papel arrancado del “potro”. “¿Quién escribió esto?”. El cura trataba de pasar desapercibido, lo mismo que el escribano, que se escondía detrás de la chusma marinera. El silencio general no impidió, por cierto, que todos fueran esposados y conducidos a la central de policía más cercana.

Fueron acusados de intentar invadir un país soberano, de declarar guerra fuera de las convenciones usuales de la época, de pertenecer a una secta de fanáticos que se creen los dueños del mundo, de daños a la pesca y de amenazas a la población local, de faltar al decoro y a la higiene y de realizar actos obscenos en sitios públicos y a la luz del día. Un tribunal los habría condenado a cárcel de por vida y encerrado en un cuartel en las montañas más remotas del país. El emperador de la China, enterado por sus cortesanos del evento, se alzó de espaldas y siguió hablando de otra cosa. Los reyes de España, pasado un tiempo prudencial, se habrían alzado de espaldas y habrían dado por perdida la expedición.

Qué desgracia que en medio del océano hubiera un continente que cortaba el camino a Cipango y con habitantes mucho más condescendientes que los altivos y belicosos chinos!!!. A ninguno de estos habitantes se les ocurrió preguntar a Colón con cuál derecho venía a plantar un palo en playa y a decretar la propiedad privada de mares, montañas, lagos y ríos. Con cuál derecho los obligaban a trabajar para ellos y con cuál derecho los obligaban a adorar un dios desconocido y malvado. No, no se les ocurrió; el sentido de hospitalidad fue mucho más fuerte que la desconfianza. Qué pecado.

11 ottobre 2008

Ultimo día de libertad en América

Vasija de oro macizo (poporo) de la cultura Quimbaya - actual Colombia. 600 d.C. circa


11 de Octubre, el último día de libertad de América...
Hoy es 11 de Octubre, el último día de libertad de América. Mañana será el día de la raza! ¿De qué raza estamos hablando? Las Naciones Unidas abolieron el término raza en 1959 por carecer de todo valor científico y por servir solamente para incentivar el odio entre los hombres de distintas culturas. ¡Y acá seguimos festejando el día de la raza!.

¿Qué festejamos el 12 de octubre? El aniversario de la llegada de un comerciante aventurero que se tropezó con un continente maravilloso donde los hombres vivían en libertad y en armonía con la naturaleza. Pueblos como los arahuacos, que le ofrecieron a Colón y sus secuaces toda su amistad, porque para decir amigo decían "mi otro corazón", y al arco iris lo llamaban "serpiente de collares de colores". Colón no tenía vocación para la poesía y rápidamente los esclavizó y los puso a buscar oro para el Papa y los Reyes Católicos. En treinta años la población de las Antillas fue exterminada por los invasores empachados de codicia.

Colón se encontró con pueblos que contaban con una tecnología metalúrgica muy superior a la europea. No sólo conocían la refinación del oro, sino que también trabajaban el platino, metal desconocido hasta ese momento en Europa. Pueblos que habían desarrollado las matemáticas al mismo nivel que los árabes y que conocían el universo mejor que cualquier universidad europea. Estos pueblos fueron aniquilados por la codicia, por la avidez y por la ignorancia de los europeos.

¿Qué festejamos el 12 de Octubre? Festejamos la introducción en América de los secuestros extorsivos. El asesino Hernán Cortés secuestró y mató a Moctezuma a pesar de que los aztecas pagaron un rescate de toneladas de oro y plata. Lo mismo hará su compañero Pizarro con Atahualpa en el Perú. La conquista le costó a América 80 millones de vidas que quedaron en las minas, en los obrajes, en las haciendas, para enriquecer al reino de España y a los banqueros europeos. Pero de entrada nomás pintó la rebelión y el caballo, traído por los españoles para dominar, fue adoptado por los nativos que se formaron las caballerías rebeldes de los ejércitos libertadores como el de Tupac Amaru, que les metió miedo a los conquistadores y los obligó a cambiar su política de explotación y genocidio.

Hoy a más de 500 años, la conquista sigue y sigue la lucha desigual de los mapuches contra el emporio Benetton, dueño de 900.000 hectáreas en la Patagonia. En este territorio entrarían varios estados europeos, pero no les alcanza y quieren quitarle la poca tierra que les quedó a nuestros habitantes originarios después del saqueo de Roca y sus secuaces.

¡Nunca Más día de la Raza! ¡No festejemos el saqueo, la violación y el asesinato! ¡Recordemos cada 11 de octubre a los que nos antecedieron en esta tierra y que enseñaron a sus hijos a cuidarla porque, como dice un proverbio mapuche, nadie es dueño de la tierra, la recibe en préstamo cuando nace y la debe devolver a la naturaleza más próspera y fértil cuando se va.

10 ottobre 2008

Murió Niquio


Uno de mis hijos se llama Nicolás por él, viejo amigo de la revista Cero.


Fue un intelectual sin miedo a la política.
Estudiantes y activistas se asomaron gracias a él por primera vez al pensamieto crítico. Tuvo que exiliarse durante la dictadura y en 2004 ganó el Konex al Ensayo Filosófico. Fue uno de los impulsores del espacio Carta Abierta. (Página12 - 10-10-2008)

Nicolás Casullo falleció ayer a los sesenta y cuatro años, víctima de un cáncer. Los libros van a recordar al intelectual comprometido que se centró en temas como la memoria, el peronismo, la escritura y la crítica cultural. Pero hay otra dimensión igualmente intensa por la que el investigador, docente y escritor merece quedar para la posteridad: la lucidez con la que encaraba sus intervenciones políticas, y la calidad de sus clases en la universidad pública –donde aunaba erudición y giros callejeros– permanecerán en el recuerdo de los miles de estudiantes y activistas que gracias a él se asomaron por primera vez al pensamiento crítico.

El maestro, nacido en Buenos Aires en 1944, era de los que se cuentan con los dedos de la mano. Pocos saben que su abuelo había sido pastor metodista, por lo que la frecuentación de la Biblia era casi obligatoria en su casa de infancia. “Cosa que agradezco –decía él– porque quizá lo que le falta en un noventa y cinco por ciento al pensamiento científico social, al pensamiento de las humanidades, es una lectura de lo bíblico, una lectura en cuanto a darse cuenta de que todo proviene de ahí.”

Junto a una inteligencia vivaz, Casullo era capaz dar sentido a las emociones, al plano mítico y las fiestas del cuerpo. Confesaba que en Almagro había aprendido desde temprano los rudimentos del peronismo. Y no asimilando frías concepciones, sino pateando veredas y relojeando las cantinas. Su familia, de origen vasco-italiano, era un polvorín cuando se hablaba del asunto. Su madre era partidaria de Evita y su papá, un antiperonista recalcitrante. Avanzando en ese terreno minado, el hijo supo ver en el movimiento de los descamisados una senda posible para el cambio social.

La juventud confirmó el amor por las letras y las reivindicaciones populares. A los veinticuatro años Nicolás está en París, con el entusiasmo inflamándole la sangre. Corre Mayo del ’68 y el muchacho presencia, emocionado, una rebelión que intuye histórica. Las anotaciones en su diario íntimo llegarán a las librerías tres décadas después, en París 68. Las escrituras, el recuerdo y el olvido. Mao, Sartre, el Che, Lumumba, todos están en esas hojitas que ya muestran la pasión de quien quiere fundar un vivir-razonando a partir de las herramientas que daban las grandes figuras, pero también con trozos de política argentina concreta e impresiones personales.

Su primera novela carga un título de oro. Para hacer el amor en los parques se publicó en 1970 y casi inmediatamente fue prohibida y requisada. También en este caso hubo que esperar más de treinta años para conseguir el texto en las librerías; y a medida que las nuevas generaciones descubren ese relato salpicado de irreverencias, se remueve una porción del velo histórico que se impuso sobre el ambiente universitario de principios de los setenta. “Sentíamos que la revolución estaba a la vuelta de la esquina”, solía sincerarse el autor.

En noviembre del ’74 la onda estaba tan pesada que Casullo debió exiliarse. Venezuela, Cuba y finalmente México fueron las sedes de una nostalgia que se haría más fuerte a medida que se conocían los desmadres de la dictadura. Como fundador de la revista Controversia (1979-1981), el investigador fue protagonista de un proceso de análisis sobre el sentido de la progresía, que se dividía entre apoyar al peronismo o construir un proyecto más cercano a la ortodoxia marxista.

El retorno de la democracia fue una luz que en su reverso trajo ciertas decepciones. El peronismo, con su flamante ala de caudillos neoliberales, estaba justo en las antípodas de lo soñado por Casullo en el ostracismo. De esa etapa es El frutero de los ojos radiantes, una historia de inmigración y exilio en clave de novela familiar. Siguió una serie ilustre. Obras como Pensar entre épocas –donde Casullo se preguntó acerca del porqué de la hecatombe progresista– o Sobre la marcha –que recupera las entrevistas que le hicieron en su carrera– quedarán como referencia obligada para los que se atrevan a observar el país por fuera de las torres de marfil que ofrecen las teorías cerradas.

Y hubo más. Casullo desarrolló una reconocida labor docente en las universidades de Buenos Aires, Quilmes, Entre Ríos y Córdoba, al tiempo que editaba la revista Pensamiento de los Confines. Asimismo, pasó por la Universidad de México (UNAM) y fue consultor de la Universidad de París. Publicó Comunicación, la democracia difícil en 1985; El debate modernidad–posmodernidad en 1989; Viena del 900, la remoción de lo moderno, en 1990, Itinerarios de la modernidad en 1994; París 68, las escrituras y el olvido en 1998 y Modernidad y cultura crítica, en ese mismo año. A esto hay que sumarle una catarata de trabajos periodísticos, muchos de los cuales aparecieron en PáginaI12.

Con La cátedra (2000), el querido cultor del bigote y el jopo aflequillado se despachó con una narración que alcanzaba proporciones alquímicas de calle y erudición. Más tarde, en vísperas del 19 de diciembre del 2001, Casullo ofreció una clase extraordinaria, fuera de horario y abierta a quien quisiera pasarse por la Facultad de Ciencias Sociales de la UBA. Los que estuvieron ahí guardan esas dos horas como un tesoro para todo el viaje. El orador destiló romanticismo y conciencia social, y los que lo escucharon salieron convencidos de que había que integrarse, de una u otra forma, en los conflictos que se avecinaban.

Esa efervescencia provocaba Casullo. Salir de una de sus charlas era sentir que se abría un universo de capítulos, discusiones trasnochadas, cambios colectivos y señoritas que habían empezado a leer a Sade y deseaban romper la rutina burguesa. Su talento se fue perfeccionando, y no es casualidad que los últimos años hayan sido consagratorios. Ganó el premio Konex 2004 al Ensayo Filosófico, y en obras como Las cuestiones o Peronismo. Militancia y Crítica (1973-2008) apostó por los vientos de cambio que recorren la región. “Lo que no se le perdona al populismo –denunciaba– es que restituya el terreno de la política a un primer plano.”

La enfermedad no lo alejó del compromiso. Recientemente seguía difundiendo sus aportes en este diario; y se había ligado al grupo Carta Abierta, que defendió los postulados del Gobierno frente al lockout rural y se perfila como un polo de apoyo crítico a Cristina Kirchner. “Los medios, que evidentemente forman parte del establishment, se han convertido en los reales partidos de derecha”, se quejaba.

Los restos de Casullo –que según trascendió padecía cáncer de pulmón– fueron velados en la Biblioteca Nacional y recibirán sepultura hoy en el Cementerio Británico. Su ausencia será un desafío, no sólo para su esposa y sus dos hijas. Los que lo leen añorarán sus consideraciones siempre reactualizadas. Los que disfrutaron sus clases echarán de menos al docente que convocaba a “los fantasmas de Nietzsche, de Baudelaire o de Sartre” como si fueran sus amigos de Racing.

Y si el dolor permanece es porque el que se fue era un tipo generoso. Un tramo elegido al azar, en este caso de París 68. Las escrituras, el recuerdo y el olvido, sirve para demostrarlo. Semiocultas, las líneas tienen ya diez años y hablan de cómo el hombre registraba minuciosamente su propio crecimiento: “Cambió mi manera de marcar los párrafos. Ahora es con un lápiz suave y atildado, por si alguna vez les doy cualquiera de esas páginas a mis alumnos. Antes era con birome fuerte, definitiva, para ninguna otra cosa, calculo, que para esa gran historia que no habría de saber nunca de tal gesto”.

Ancora razzismo a Milano


Cinque agenti su di lui. Insorgono anche i genitori degli altri alunni.
Il figlio non ha la cintura di sicurezza, dicono i vigili.

Senegalese placcato dai vigili e arrestato
Immigrato gettato a terra e ammanettato davanti ai bambini di una scuola. Il vicesindaco difende l'operato dei «ghisa»

MILANO - Gettato a terra e ammanettato davanti al figlio che stava accompagnando a scuola. Diop Moussa è un senegalese di 43 anni. Dal '92 vive e lavora regolarmente in Italia, è caporeparto responsabile del lavoro di 7 persone. E' sposato con un'italiana e ha un figlio di 6 anni.

CONTROLLO DOCUMENTI - Mercoledì mattina, verso le 8.20, stava portando il figlio a scuola, in macchina. Parcheggia e scende con il bimbo. Lo raggiungono due vigili. Gli chiedono patente e libretto, perchè - dicono - il bambino viaggiava senza cintura. Lui mostra la patente e spiega che vuol portare prima il figlio a scuola. Poi li seguirà fino alla macchina, per mostrare il libretto. I vigili non sono d'accordo e insistono. Alla fine lo atterrano in 5 e lo ammanettano proprio di fronte la scuola, davanti al figlio, a tutti gli altri bambini e ai genitori. Lo portano via e il bambino rimane da solo, nel parco giochi, circondato da una piccola folla che inutilmente ha tentato di far ragionare gli agenti.

LA DIFESA DEI GENITORI - Alcune persone seguono Diop fino al Comando, per capire il motivo di un gesto del genere, e poi testimoniano a suo favore. Sono mamme e papà di bambini che ogni giorno giocano e studiano con suo figlio. Diop ci racconta che non ha mai avuto problemi di questo genere, ma che invece da un po' di tempo si sente perseguitato. Ogni volta che porta il figlio a scuola, ogni mattina, incontra i vigili, e spesso capita che lo fermino. Una settimana fa ha ricevuto una multa, racconta, ed è stato preso a male parole da un altro vigile mentre, in bicicletta, tentava di attraversare le strisce pedonali scendendo da un marciapiede. Negli ultimi giorni, dice, ha scelto di cambiare strada nel tentativo di evitarli. Ma questa volta non è bastato.

LA DENUNCIA - Nei confronti del senegalese è scattata una denuncia per resistenza, mentre non è stata confermata la notizia, secondo la quale l'immigrato a sua volta avrebbe denunciato i vigili per un atto di razzismo. Prende le difese degli agenti il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato: «Per il momento risulta del tutto infondata l'accusa di razzismo, comunque stiamo facendo tutti gli accertamenti necessari . Di sicuro noi abbiano la denuncia dei vigili nei confronti del senegalese: inoltre dall'inizio dell'anno è il settantaseiesimo caso di aggressione ai vigili»
Gian Marco Alari
Michela Dell'Amico (Corriere della Sera)

9 ottobre 2008

Vajont - Il disastro annunciato


Il 9 ottobre del 1963 la valle del torrente Vajont, sbarrata da una diga a doppio arco alta 265 metri e la valle del Piave, in corrispondenza di Longarone, furono colpite da una tragedia umana e ambientale senza precedenti. 260 milioni circa di metri cubi di roccia staccatasi dal monte Toc precipitarono nel lago, su di un fronte di due Km. e mezzo a partire dalla diga, che rimase intatta. La frana più alta del mondo in epoca storica. Dalla diga si alzò un onda di 50 milioni di metri cubi, alta fino a 200 metri che si scagliò verso Longarone e le vicine frazioni cancellando in pochi minuti una valle.

Le vittime furono 1909, 202 dei Comuni di Erto e Casso. I superstiti di questi due comuni furono costretti all’indomani ad abbandonare la valle. Circa 400 le salme non più trovate. Una tragedia annunciata da tanti segnali colpevolmente trascurati in nome dell'euforia del progresso degli anni '60. "Un evento biblico in epoca storica" lo ha definito l'attore Marco Paolini, che ne ha messo in atto il dramma.

Sono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l'aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.

Fu aperta un'inchiesta giudiziaria. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la previdibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi.

Tre giorni dopo il disastro, l'11 ottobre, il Ministro dei Lavori Pubblici, in accordo con il Presidente del Consiglio, nomina la Commissione di inchiesta sulla sciagura, che si insedia il 14 ottobre. Essa dispone di due mesi di tempo per presentare una relazione

Suo compito è quello di accertare le cause, prossime e remote, che hanno determinato la catastrofe. La Commissione finirà il suo lavoro tre mesi dopo.

Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, deposita la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo muoiono, mentre Pancini si toglie la vita il 28 novembre di quell'anno.

Il giorno dopo inizia il Processo di Primo Grado, che si tiene a L'Aquila, e che si conclude il 17 dicembre del 1969. L'accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d'inondazione, aggravati dalla previsione dell'evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta.

Il 26 luglio 1970 inizia all'Aquila il Processo d'Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso.

Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vengono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Essi vengono condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vengono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto.

Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolge, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni vengono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell'evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni, Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini viene assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restano invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell'avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione.

Il 16 dicembre 1975 la Corte d'Appello dell'Aquila rigetta la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui è confluita la SADE, condannando l'ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison.

Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d'Appello di Firenze ribalta la sentenza precedente, condannando in solido ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal comune di Longarone. Il ricorso della Montedison non si fa attendere ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso alla sentenza del 1982.

Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti ed onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno viene rigettato il ricorso dell'ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l'ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico. La rivalutazione delle cifre hanno raggiunto il valore di circa 22 miliardi di lire. Fu fatta giustizia? I morti mai hanno un prezzo.

Da sempre gli abitanti della valle avevano evitato di insediarsi nelle pendici del monte Toc: "lì, il suolo si muove da solo", dicevano. Nessun dottore, nessun ingegnere, nessun geologo li ha ascoltati. "Sono soltanto dicerie popolane e ignoranti", fu la risposta degli arroganti "scienzati" alla sagezza popolare.

8 ottobre 2008

Che Guevara - la tenerezza in un fucile


8 Ottobre 1967 - 8 Ottobre 2008 - A 41 anni dell'assassinio del Che Guevara.


He nacido en la Argentina; no es un secreto para nadie. Soy cubano y también soy argentino y, si no se ofenden las ilustrísimas señorías de Latinoamérica, me siento tan patriota de Latinoamérica, de cualquier país de Latinoamérica, como el que más y, en el momento en que fuera necesario, estaría dispuesto a entregar mi vida por la liberación de cualquiera de los países de Latinoamérica, sin pedirle nada a nadie, sin exigir nada, sin explotar a nadie.


Sono nato in Argentina; non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e, se non si ofendono le illustrissime signorie di Latinoamerica, mi sento un patriota di Latinoamerica, di qualunque Paese di Latinoamerica, come il primo patriota e, nel momento in cui fosse necessario, sarei disposto a donare la mia vita per la liberazione di qualsiasi Paese di Latinoamerica, senza chiedere nulla a nessuno, senza esigere niente, senza sfruttare nessuno.

EL PRISIONERO

La herida de la pierna ya no sangraba, pero dolìa como una quemadura profunda. Màs le quemaba el alma: por esa herida, ahora se encontraba aquì, con sus sueños rotos.
El prisionero recorriò con la mirada las paredes casi desnudas, reconociendo el olor caracterìstico con el cual el tiempo adorna siempre estas escuelas de campaña. Rememorò sus años de escolar en aquel pueblito, ahora lejano, en otro paìs, entre sierras siempre verdes. En esa soledad, casi alcanzò una cierta paz interior. Suspirò como para relajar un poco sus mùsculos y reordenar los pensamientos.
"Carajo, terminar de este modo." se lamentò interiormente. "¿Dònde nos equivocamos ? O mejor, ¿dònde me equivoquè ?, dado que es mìa toda la responsabilidad."

Dibujaba ahora, con una pajuela lìneas sin sentido en el polvo del pavimento terroso. Rios y montañas nacìan sin querer de su mano, reproduciendo una geografìa continental. Su mente seguìa tratando de encontrar una explicaciòn plausible a la duda que seguìa martillando allà adentro, como una letanìa circular. Era un muro que lo hacìa rebotar siempre hacia el centro y volver a recorrer cada paso dado en los ùltimos diez años. Descubrìa asì su propio crecimiento como si estuviera viendo el abrirse de una flor bañada por el rocìo matutino.
Con un gesto de cierto desgano se contestò al final: "Ma dale. En las mismas circunstancias, hoy habrìa hecho lo mismo que entonces. Pude haber cometido errores, pero la senda es justa. No te equivocaste, pibito. No te equivocaste en nada."
El martilleo, sin embargo, seguìa: "¿Quizàs elegir este paìs olvidado ? ¿Esta precisa regiòn, en este paìs olvidado?" Pero la espina que màs le dolìa era aceptar otras cosas, aquellas que ofendìan profundamente su dignidad: "Què constante es la traiciòn en Latinoamèrica! La solidaridad tan proclamada, ¿dònde la ponemos en este cuadro? No hay caso, chico, no hay caso, los buròcratas son màs fuertes que cualquier revoluciòn. Podremos cambiar todo, dar vuelta el mundo como si fuera una media, pero si no vencemos a los buròcratas es como si no cambiàramos nada. La gente seguirà siendo esclava del protagonismo del tìtere de turno, dueño de un sellito de goma. Si nosotros estamos haciendo la historia, ellos son los que la escriben, al final." --concluyò con amargura.

Se abriò la puerta dejando entrar de lleno el sol del mediodìa. La silueta del soldado de guardia enmarcaba la figura flaca de la niña que traìa el almuerzo. Entrò lentamente, con la timidez propia de los campesinos, trayendo una fuente cubierta con un repasador que el prisionero reconociò como una de aquellas cosas que la gente simple usa para las grandes ocasiones. Se veìan todavìa los pliegues y se sentìa al tacto el almidòn con el cual fue planchado. Lo recibiò como un homenaje silencioso y sonriò con gratitud por aquel gesto que una mujer desconocida le hacìa.
La niña, de no màs de doce años de edad, apoyò la fuente a su lado y se retirò dos pasos miràndolo con curiosidad y esperando silenciosamente. El silencio, en estas gentes, es algo palpable, pero esos ojos grandes decìan mucho màs que una simple mirada. Se veìan en lo profundo, se escuchaban las conversaciones que, seguro, habrìan tenido en voz baja sus padres y a las que ella asistiò. "Sì, --pensò --, en estas regiones, en un gesto, en una mirada, puede estar el còdigo que nos hermana”.
Abriendo el paquete se encontrò unas papas cocidas y un pedazo bastante grande de carne. Agradeciò mentalmente de nuevo a esa mujer que le mandaba tambièn un dulce y, doblada primorosamente, una servilletita de papel. Una gentileza que, sabìa, no pertenecìa a la cotidianeidad de ese pueblito boliviano encerrado entre las montañas y la selva. Sonriò tambièn al darse cuenta de la dificultad que tendrìa para comer el pedazo de carne con esa solitaria cuchara de alpaca amarillenta. El tenedor y el cuchillo, seguramente, los habrìan confiscado los soldados por seguridad. La misma razòn por la cual estaba ahora descalzo y sin cinturòn.

Ahora el giro de sus pensamientos andaba siguiendo las huellas de otra duda: "¿Por què ahora me muestran esta simpatìa y antes no obtuvimos la mìnima ayuda? ¿En què nos equivocamos cuando tratamos de entrar en contacto con esta gente? ¿No supimos entender sus costumbres, sus dudas, sus desconfianzas atàvicas hacia los blancos? Cuàntas cosas deberemos aprender con la experiencia directa! Es posible que hayan tenido razòn, ellos estàn resistiendo desde hace siglos y nosotros llegamos aquì con las palabras maravillosas, pero sin poder comunicar realmente. Ellos son màs sabios y tienen, saben que tienen, todo el tiempo a su favor. ¿Por què razòn deberìan creer a lo que nosotros decimos? Quizàs las cosas cambien cuando dejemos de vernos como 'ellos' y 'nosotros' y seamos solamente 'todos nosotros'. Qué sè yo. Bueno, basta; parà aquì y come, chico, que si no se enfrìa todo. Es bueno esto, estàs hablando solo, como un loco y con un acento que no es cubano, no es argentino, no es peruano, no es boliviano. ¿Un acento nuevo? Quizàs sea un acento latinoamericano. Una especie de cocoliche continental." Disfrutando su descubrimiento, acometiò la lucha (debìa darse una estrategia), con el pedazo de carne.

Al dìa siguiente volviò la niña con la misma fuente. El abrirse de la puerta lo despertò de un sueño profundo donde distinguìa claramente los colores del cielo, en dònde un còndor giraba lentamente. Impregnaban todavìa sus pupilas y lo hizo confundir cuando viò la misma imagen en lo alto del cuadro de la puerta. Se despertò del todo cuando la niña, apoyando la fuente en el piso, le susurrò quedamente: "Dice mi mamà si necesita alguna cosa para la herida de la pierna." El prisionero sintiò ahora el dolor profundo que habìa olvidado, pero, sonriendo, respondiò que no, que no necesitaba nada.
La niña, espiando, viendo que el soldado esta vez no la apuraba, se apresurò a preguntar otra vez: "¿Què quiere decir CHE?"
El prisionero la mirò desde el fondo de su alma, se tirò para atràs los cabellos que le cubrìan la frente como para dar a su cara la expresiòn màs cariñosa que podìa y respondiò: "Es una palabra que en lengua araucana significa GENTE, tambièn quiere decir PUEBLO. Nosotros la usamos para llamar a los amigos, a los compañeros."

Fuera de la puerta se escucharon los pasos apresurados de otros militares que se acercaban. Se escucharon voces perentorias, pero no se entendiò el significado. Ahora, el soldado entrò y ordenò malamente a la niña que saliera. El aire se hizo denso y casi irrespirable. Ella se fue corriendo, esta vez con una triste mùsica en el corazòn. La sombra del soldado se agigantò en la pared donde se apoyaba el prisionero y levantò despaciosamente la ametralladora.
"Carajo --pensò el prisionero--, este me fusila." Viò tambièn como le temblaba el pulso al soldado mientras èl se acomodaba, rìgido, contra el àngulo de la pared. "Pobre tipo, està cagado en los pantalones. Màs que yo. Mira como le tiembla la mano. Tiene miedo, no se anima a matarme."
Pasaron en una fracciòn de segundo las imàgenes de sus hijos jugando al sol; de otras cosas banales, como un dìa de pesca en compañìa de amigos en un mar azul, de aquel dìa en el cual su vanidad le impidiò afeitarse la barba rala y desprolija. "No. No nos equivocamos en nada. Si a un soldado del enemigo le tiembla la mano con la cual debe dispararme, quiere decir que no todo està perdido. Se puede empezar todo de nuevo. El ser humano lleva dentro de sì el germen de su propia salvaciòn. Y quizàs esto tambièn sirva para algo, al fin y al cabo."

La niña sintiò el disparo cuando entraba corriendo en la cocina de su casa. La madre, como comprendiendo la tragedia, corriò hacia ella y las dos se arrodillaron abrazadas, llorando como si hubieran perdido a un hermano.

7 ottobre 2008

Il percorso è segnato


Da quale pulpito!!!
La guerra santa di Berlusconi e Marcegaglia: "Etica nella finanza"

Bisogna «riportare l'etica nel mondo della finanza». E «chi offre prodotti con troppi rischi deve essere condannato». Magari, per il momento, si tratta di «un primo passo», ma il percorso è segnato (?).

Insomma, assicura Berlusconi, «lavoreremo da subito per definire le nuove regole contabili e garantire una maggiore trasparenza nei bilanci degli istituti bancari, rafforzando pure i controlli sulle agenzie di rating».


«Più donne al lavoro e un welfare più favorevole alla famiglia e all’infanzia: con un’occupazione femminile allineata ai tassi medi europei, il nostro Pil sarebbe più alto di quasi il 7%», avvisa Marcegaglia, che punta anche il dito contro un’età pensionabile a suo avviso eccessivamente bassa. La proposta concreta di Marcegaglia è quella di indicizzare l’età pensionabile all’aumento della speranza di vita, dato che «il welfare è particolarmente inefficiente e iniquo. Quasi il 60% della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia, perchè l’età media dei pensionati è bassa».

Cambio di programma negli ambienti di Confindustria. Di fronte alle crisi dei mutui che mette paura, anche in Italia, nel sistema bancario, Emma Marcegaglia chiede l’intervento dello Stato, l’unica “soluzione possibile in fase di emergenza”. Una dichiarazione arrivata nel corso del convegno di Giovani industriali a Capri, in controtendenza con quanto aveva affermato nei giorni del suo insediamento alla carica di presidente dell’associazione degli industriali italiani. “Non ci sono alternative perché altrimenti si rischierebbe di estende la crisi a tutto il sistema finanziario con un impatto inevitabile ed enorme sull’economia reale”, si giustifica la Marcegaglia, che si augura una cambiamento nell’atteggiamento della Banca centrale europea perché immetta liquidità sul mercato, in modo da “non far mancare il credito alle imprese”. Poi un’aggiunta per chiarire la sua posizione: “In Europa e in Italia non ci devono essere alibi per tornare al controllo pubblico dell’economia. Dobbiamo dire no alla chiusura dei mercati e alle lusinghe del protezionismo”. La Marcegaglia chiede di tornare alla base, all’economia reale e si rivolge ai sistemi finanziari perché tornino a “fare il loro mestiere, supportando e finanziando i provvedimenti di sviluppo delle imprese, le uniche in grado di creare ricchezza e benessere vero per la comunità” (?).

6 ottobre 2008

Crimini di guerra italiani

Fascist Legacy ("L'eredità del fascismo")
è un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia – e negli anni successivi – e delle ancora più terribili vicende durante l’occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943. Particolarmente crudele la repressione delle milizie fasciste italiane nella guerriglia antipartigiana in Montenegro ed in altre regioni dei Balcani. Tali azioni vengono mostrate con ottima, ed esclusiva, documentazione filmata di repertorio e con testimonianze registrate sui luoghi storici nella I puntata del film. Il documentario mostra anche i crimini fascisti in Libia e in Etiopia. Nella II puntata il documentario cerca di spiegare le ragioni per le quali i responsabili militari e politici fascisti -colpevoli dei crimini- non sono stati condannati ai sensi del codice del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Conduttore del film è lo storico americano Michael Palumbo, autore del libro “L’olocausto rimosso”, edito -in Italia- da Rizzoli. Nel film vengono intervistati -fra gli altri- gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e lo storico inglese David Ellwood.










4 ottobre 2008

Violeta Parra - Gracias a la vida



Hoy, 4 de Octubre, Violeta Parra hubiera cumplido 91 años. Que esto vaya como homenaje a la poeta popular más grande de nuestramérica, a su sensibilidad, a su amor, a su dulzura y a su ternura. Siempre estarás presente. Feliz cumple, Violeta!

Referendum per Dal Molin



Referendum del blog www.beppegrillo.it
sulla nuova base militare DAL MOLIN a Vicenza




È lei favorevole alla adozione da parte del Consiglio comunale di Vicenza, nella sua funzione di organo di indirizzo politico amministrativo, di una deliberazione per l'avvio del procedimento di acquisizione al patrimonio comunale, previa sdemanializzazione, dell'area aeroportuale "Dal Molin" - ove è prevista la realizzazione di una base militare statunitense - da destinare ad usi di interesse collettivo salvaguardando l'integrità ambientale del sito?





Chi vota SI non vuole la nuova base militare DAL MOLIN a Vicenza.
Chi vota NO vuole la nuova base militare DAL MOLIN a Vicenza.

Solo cinque geni



Solo cinque geni dentro di un totale di venticinquemila generano il colore bianco della pelle. Non il nero od il rosso od il giallo. Il colore della pelle oscuro è preponderante, e la melanina che lo forma si degrada soltanto per motivi ambientali e climatici. Allora la domanda: il colore della pelle è un segno distintivo di una razza particolare?. La risposta è negativa sotto tutti i punti di vista. Non ci sono grandi differenze tra i tracciati genetici dei neri con quelli dei bianchi per poter parlare di “razze”. Perciò l’unica cosa che evidenzia la diversità tra gli esseri umani è la cultura, l’appartenenza a diverse etnie che, perché vivono in ambienti differenti, hanno sviluppato credenze, fedi, concezioni del mondo e del cosmo molto diverse le une dalle altre. Il colore della pelle è irrelevante come fattore culturale.

Allora, quali sono i motivi del razzismo che continua a dilagare, --oggi più che in passato--, nelle nostre società avanzate? Solo lo sfruttamento dell’uomo e della sua forza lavoro può giustificare il razzismo. Le società europee (e poi le corporazioni trasnazionali), dalla conquista dell’America fino ad oggi, hanno avuto bisogno di forza lavoro gratis per cominciare e continuare il processo d’accumulazione di capitale. E si sono inventate tutte le argomentazioni che uno possa immaginare per giustificare la sottomissione violenta di popoli interi. Dalle religioni molte volte sono arrivati concetti che chiamavano in causa il volere divino; da una psuedoscienza arrivarono pseudoestudi per dar prova della superiorità di una “razza” (sempre “bianca”) su un’altra. Il potere economico permette di pagare una propaganda così vasta che molte volte finisce per convincere le proprie vittime.

Questa propaganda dura fino ai giorni nostri, alimentando l’ignoranza delle società assuefatte da tanta televisione spazzatura, d’informazione manipolatrice, di religione e di superstizione.

ITALIANI “BRAVA” GENTE?
Neanche per caso! La società italiana, dal dopoguerra fino ad oggi, vive una specie d’illusione e crede di essere al centro del mondo. Da più di sessant’anni non fa un’altra cosa che guardarsi l’ombellico e dire a sé stesso “che bello e furbo sono”. Il popolo italiano si è visto spinto al consumismo e si è offerto a braccia aperte all’ideologia del mercato, accettando di buon grado lo stupro della cultura invasora e prostituendosi apertamente per guadagnarsi un posticino nella considerazione del vincitore di turno. Una volta hanno riempito Piazza di Spagna alzando il braccio nel saluto fascista, ma quando il Duce fu un perdente inesorabile, il popolo italiano non ha esitato a cambiar immediatamente bando e alzare il pugno chiuso a Piazzale Loreto. Dopo, per lavare i peccati, andavano a testa bassa ad ascoltare messa ed i sermoni degli imbonitori religiosi che li assolvevano di ogni colpa.

Non si parla delle campagne in Libia, nella Somalia o nei Balcani. Non si deve parlare dei crimini di guerra commesse dagli italiani “brava” gente che sono andati, spinti dai discorsi di un pagliaccio su un balcone, a conquistare un impero di barzelletta per gloria di un re piccolo piccolo vestito come un padrone di circo e senza nessun merito storico. Un popolo ignorante ed arrogante non è colpa soltanto della classe dirigente. Anzi, il più delle volte la classe dirigente è uno specchio verace della classe di popolo che rappresenta. Non avremo oggi un Berlusconi se non fosse stato votato dalla maggioranza del popolo; la Lega Nord non poteva avere nessun successo senza l’appoggio di buona parte del popolo. Così, il popolo non riceve che la propaganda che vuol sentire; e la propaganda non fa altro che copiare il sentore che emana dal popolo. Una buona combinazione!

Il problema che questa situazione crea non è altro che un innalzamento della violenza, una crescita dei conflitti interni. Giusto di ciò che la classe dirigente ha bisogno per continuare a sfruttare tanti gli uni quanto gli altri. Il razzismo, così manipolato artificialmente, fa leva su quest’ignoranza, su questa mancanza di coscienza, su questa mancanza del “rendersi conto” della realtà che circonda i diversi gruppi sociali. Gli italiani, allora, si trasformano in “brutta” gente, in stupidi senza ritorno e senza giustificazioni, in idioti utili per gli sporchi fini altrui. Si credono furbi e sono così poveri di spirito! Si credono al vertice di un mondo privilegiato e non si rendono conto che saranno scacciati via come tutti gli altri “inservibili”. Si credono grandi e sono piccoli piccoli, come quel re di operetta che una volta inneggiavano. Finiranno emarginati dalla storia…e questa volta non arriveranno gli “americani” a salvarli. Anzi, arriveranno le grandi corporazioni, ma come padroni arroganti ed implacabili a sottometterli come schiavi.

Ladrones


Ellos dicen que no son los ùnicos; que son visibles solamente porque ocupan el escalòn màs bajo de la categorìa. Como a los otros no les interesa tener mala prensa, ellos sirven ahora para asustar incautos.
Y yo les creo. Porque quien haya pasado por aquella hora fatìdica en que se prendiò la luz sobre la oscuridad del hueco de sus bolsas y haya sentido el sonido de aquella orden perentoria que los puso contra una pared, con las manos alzadas gesticulando vacìas una plegaria de perdòn, quedò para siempre con el alma herida de ridìculo y verguenza.
Quien haya vivido la experiencia abrumadora de ser descubierto en flagrante delito no puede ya mentir.
Dicen que no han tenido escuela y que en este mundo siempre hay otros que aprovechan mejor las oportunidades. Hay un cierto desdèn en su tono cuando se refieren a los estamentos màs altos del gremio: no respetan la soberbia de los aseguradores ni la arrogancia de los banqueros; desprecian a los especuladores y a los usureros por su insensibilidad.
Les veo las ropas con las cicatrices del tiempo, las herramientas toscas, y comprendo que dicen la verdad cuando cuentan, como disculpàndose, que atacando la propiedad ajena sòlo tratan de equilibrar la balanza.

Sus magros botines ùnicamente alcanzan para el cartòn de leche, algùn pan y el pasaje del colectivo; por lo tanto, un poco por principio y otro poco por falta de recursos, no compran jamàs un arma. Van casi desnudos a su trabajo nocturno y muchas veces se ven vejados por patrones que, ellos sì armados hasta los dientes, los insultan, los humillan y los corren a patadas, dejàndoles marcas inolvidables en el cuerpo y en el ànimo.
Tienen la voz grave y la resignaciòn caracterìstica de los perdedores perennes cuando rechazan con ademanes dignos el argumento de un sistema social injusto: no se escudan en remilgos y se hacen cargo de sus responsabilidades de garfio y ganzùa. Reivindican un orgullo de clase ya pasado de moda y aceptan estoicamente su destino de especie en extinciòn.

Sin embargo, evocando un tango famoso, repiten con un dejo de tristeza la larga lista de pruebas sobre la carencia de reglas que reina hoy dìa en el oficio y que le han hecho perder la diversiòn. Desean una distribuciòn equitativa de las riquezas que se asemeja mucho a una utopìa.

Creen firmemente en el ser humano y lo imaginan con un hembriòn de justicia en su interior; y eso los diferencia de los demàs ladrones. Sòlo los mantiene vivos esa fe.
Tuvieron la prueba del milagro cuando encontraron aquel santo varòn que los esperò largas e insomnes noches para abrirles la ventana, servirles amablemente cognac y, entre arrepentido y aliviado, les dijo: “yo robé impunemente al amparo de las leyes; me siento podrido por dentro. Tomen, esto es para ustedes, para premiar su integridad y coherencia”. Y les entregó toda la fortuna que habìa amasado en su vida.