9 novembre 2008

Reichspogromnacht


Berlino, 9/10 novembre 1938. La notte dei cristalli

Con il pretesto dell’uccisione a Parigi del terzo consigliere d’ambasciata da parte di un giovane ebreo per vendicare la deportazione della sua famiglia, venne attuata in tutta la Germania questa notte di terrore orchestrata dalla propaganda di Goebbels, per punire quest’ultimo oltraggio degli ebrei al popolo tedesco.

La notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 si consumava in Germania uno dei più odiosi e ignobili attentati contro la comunità ebraica tedesca, passato alla storia e tuttora ricordato come la “notte dei cristalli”.

Lo spunto fu l’atto di un ragazzo ebreo diciassettenne che, vistosi ripetutamente negato il rinnovo del passaporto, andò all’ambasciata tedesca di Parigi ed esplose cinque colpi di pistola al secondo consigliere, von Rath, ferendolo gravemente. E ancora una volta il caso giocò un ruolo determinante nella successione degli avvenimenti. Von Rath morì il 9 novembre, mentre tutti i “magnati” del regime erano a Monaco per festeggiare con Hitler il 9 novembre 1923 (quel giorno, in uno scontro con la polizia berlinese che ne stroncò il tentativo insurrezionale, Göring era stato ferito e Hitler arrestato). Verso le ore 21, un messo si avvicinò a Hitler e gli sussurrò la ferale notizia: von Rath era morto.

Cosa successe dopo lo dicono le cronache di allora. Un’orgia di sangue e di violenza, magistralmente guidata, si abbatté sulla comunità ebraica tedesca: migliaia di vetrine di negozi ebrei infrante a colpi di mazze e bastoni; sessanta sinagoghe incendiate; trentamila ebrei tirati giù dai propri letti nel cuore della notte, in parte ammazzati a bastonate mentre altri “barbari” buttavano dalle finestre i mobili; i superstiti trattenuti in arresto per essere inviati a morire a Dachau e a Buchenwald; le piazze delle città trasformate in enormi bracieri, ove furono bruciati migliaia di libri non graditi ai nazisti. Nessuno tra i vandali, assassini e incendiari venne processato. Dello stesso atteggiamento di beffa nei confronti dei cittadini classificati "ebrei" fa parte anche l'obbligo imposto alle comunità ebraiche di rimborsare il controvalore economico dei danni arrecati.

Si avverava la profezia del poeta Heinrich Heine, che quasi un secolo prima aveva ammonito: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.

Da denunciarlo per istigazione alla violenza


Dà l'impressione che questo vecchio dinosauro abbia il cervello marcio. Sarà vero tutto questo? Oppure è una provocazione fatta da un demente senile come diversione perversa ? O questo è stato scritto da un altro e firmato dall'onorevole matto? Con quali fini?
LETTERA APERTA DA COSSIGA AL CAPO DELLA POLIZIA ANTONIO MANGANELLI


Caro Capo:

per alcune dichiarazioni paradossali e provocatorie da me rese sul come gestire l'ordine pubblico in questa ripresa di massicce manifestazioni studentesche e come, spengendo tempestivamente i focarelli, si possa evitare che divampino poi gli incendi, mi sono beccato denunzie da molte persone, sacerdoti, frati e suore comprese, e sembra che me sia in arrivo una da parte di S.Em.za il Card. Tettamanzi, firmata anche dai alcuni suoi fedeli adepti dei Centri Sociali, dei No Global e dei Black Bloc.

Ma osando contro l'osabile, caro Capo, vorrei darLe un consiglio. Gli studenti piu' grandi, anche se in qualche caso facendosi scudo con i bambini, hanno cominciato a sfidare le forze di polizia, a lanciare bombe carta e bottiglie contro di esse e a tentare occupazioni di infrastrutture pubbliche, e ovviamente, ma non saggiamente, hanno reagito con cariche d'alleggerimento, usando anche gli sfollagente e ferendo qualche manifestante. E' stato, mi creda! un grande errore strategico.

Io ritengo che, data anche la posizione dell'opposizione (non abbiamo piu' il Partito Comunista e il ferreo servizio d'ordine della CGIL), queste manifestazioni aumenteranno nel numero, in gravita' e nel consenso dell'opposizione. Un'efficace politica dell'ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti. A mio avviso, dato che un lancio di bottiglie contro le forze di polizia, insulti rivolti a poliziotti e carabinieri, a loro madri, figlie e sorelle, l'occupazione di stazioni ferroviarie, qualche automobile bruciata non e' cosa poi tanto grave, il mio consiglio e' che in attesa di tempi peggiori, che certamente verranno, Lei disponga che al minimo cenno di violenze di questo tipo, le forze di polizia si ritirino, in modo che qualche commerciante, qualche proprietario di automobili, e anche qualche passante, meglio se donna, vecchio o bambino, siano danneggiati, se fosse possibile la sede dell'arcivescovo di Milano, qualche sede della Caritas o di Pax Christi, da queste manifestazioni, e cresca nella gente comune la paura dei manifestanti e con la paura l'odio verso di essi e i loro mandanti o chi da qualche loft o da qualche redazione, ad esempio quella de L'Unita', li sorregge.

L'ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio come ho gia' detto un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita.

Io aspetterei ancora un po', adottando straordinarie misure di protezione nei confronti delle sedi di organizzazioni di sinistra. E solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di ''Bella ciao'', devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell'ordine contro i manifestanti, ma senza arrestare nessuno.

E il comunicato del Viminale dovrebbe dire che si e' intervenuto contro manifestazioni violente del Blocco Studentesco, di Casa Pound e di altri manifestanti di estrema destra, compresi gruppi di naziskin che manifestavano al grido di ''Hitler! Hitler!''. Questo il mio consiglio.

Cordialmente
Francesco Cossiga'.

Realismo magico all'italiana


Precari a Torino col mutuo-lotteria
Tassi agevolati, garanzia del Comune. Solo cento posti: decide l'estrazione
EMANUELA MINUCCI - La Stampa-

TORINO
Mirko, quando sente estrarre il suo numero, fa un balzo sulla poltrona sventolando l’immaginetta di Sant’Antonio e la bacia quattro volte: «Grazie che mi hai fatto avere la casa, sapevo che se ti tenevo sul mio cuore ci riuscivamo». Scene dalla lotteria di un mutuo ai tempi della crisi. Mirko Cavuoti, 24 anni, è impiegato alla Tnt e guadagna 800 euro al mese. È uno dei 1404 giovani torinesi dai 25 ai 35 anni cui ieri mattina il Comune ha dato appuntamento al Teatro Alfieri per far decidere alla fortuna (o meglio, ad altrettanto giovani mamme bendate da una sciarpa nera) se avrebbero o meno potuto ottenere un mutuo specialissimo: tassi agevolati, e, in caso di disoccupazione, il Comune che subentrerà nel pagamento delle rate. Anche in questa malaugurata ipotesi, non perderanno la casa: resteranno inquilini a canone popolare.

Il Comune lanciò l’idea nel gennaio scorso, Intesa-Sanpaolo si aggiudicò l’operazione dal punto di vista dei finanziamenti, annunciando 100 mutui disponibili per chi non avesse superato i 37.500 euro di reddito annuo. Ieri al Teatro Alfieri si sono ritrovati in 1404: chi accompagnato dalla mamma, chi dal fidanzato, chi ancora dai moglie e bambini. E a decidere, attraverso una lotteria crudele, ma certamente trasparente ed equanime, è stata una specie di roulette, con i cognomi abbinati a 1404 fiches. Di fronte all’assessore alla Casa Roberto Tricarico e al segretario generale del Comune Adolfo Repice, in tre ore di ansia collettiva scandita da tanti applausi sono usciti quei 100, fortunatissimi, nomi. «Non c’era nessuna gradutatoria possibile, avevano tutti più o meno le stesse credenziali - ha spiegato l’assessore - e allora perchè non dare a tutti, questa possibilità? L’acquisto di un appartamento, poi, non può essere considerato un diritto, come la casa popolare. È qualcosa in più, quindi, abbiamo proceduto al sorteggio. Tremonti, su scala nazionale, dovrebbe seguire il nostro esempio».

La lotteria crudele, ma imparziale, non premia Magica, ragazza con un nome da favola, che viene estratta tra le «riserve». Deve sperare che uno tra i 100 che ce l’hanno fatta rinunci: in quel caso subentrerà. In compenso Giorgia, nata proprio l’8 novembre, ha ricevuto per il suo compleanno il più desiderabile dei regali: la possibilità di comprarsi una casa anche se vive solo di un lavoro precario rispondendo dall’892424. E che dire di Stefania, classe 1980, al nono mese di gravidanza, estratta per prima? «Dall’emozione faccio il figlio qui!» ha esclamato, fra gli applausi di mezzo teatro.

Scene da un mutuo estratto come fosse il biglietto della Lotteria di Capodanno. Anche la location è quella giusta: che cosa c’è meglio di un teatro per vedere un sogno avverarsi? «Su quel palcoscenico può accadere di tutto, altro che bandi, punti, e polverose code per ottenere una casa - commenta Lucia Siciliano 28 anni, domestica - qui devi avere soltanto fortuna: è più moderno». La roulette dei mutui però, sarà pure moderna, ma non guarda in faccia nessuno: e loro, i 1404 aspiranti-mutuo-contraenti se ne stanno lì con il giubbotto addosso anche se fa caldo e le unghie in bocca. Ad accompagnarli, genitori e fidanzati, bambini e amici. Tutti a fare il tifo per se stessi e per gli altri «che tanto qui siamo nella stessa barca» spiega Gabriele Messineo, 27 anni, ingegnere a 1200 euro al mese. Sul palco c’è pure Marina Tabacco, direttore di Intesa Sanpaolo, che annuncia la nascita di «un mutuo fondiario, con opzione di flessibilità, per l’acquisto della prima casa concesso ai giovani residenti a Torino, anche se lavoratori precari». L’iniziativa riguarda i 1304 esclusi e concede la possibilità di sospendere il pagamento di sei rate mensili, fino ad un massimo di tre volte. «Ma, soprattutto - aggiunge a voce ai cronisti - prevederà un tasso di interesse ancora più basso di quelli pensati sinora, almeno dello 0,5».

I giovani seduti nella platea del teatro ascoltano con interesse. Perchè hanno tutti un lavoro da 800, massimo 1000 euro al mese, spesso precario. C’è la guardia giurata, il magazziniere, la colf, l’imbianchino, la commessa con fidanzato a carico, la dipendente del call center che vive a 35 anni ancora con la mamma. «Eppure, tutti ambiscono alla stabilità». Ecco perchè Roberto Tricarico si prenderà la briga, fra qualche giorno, a nome di tutti gli assessori d’Italia di andare dal ministro all’Economia Tremonti per chiedergli di far propria la formula del mutuo-assistito: «E’ vero, per qualche aspetto è triste che si debba ricorrere a una signora bendata per scegliere chi, in questa platea, ha diritto di sognare: ma a Torino, almeno per un giorno, in 1300 hanno sognato e basta e gli altri cento hanno visto avverarsi il sogno». Riflette: «Meglio che vivere solo nell’incubo di essere respinti da una banca o no?».

Lo tsunami studentesco


Non solo la protesta studentesca non si arresta:

diventa, se possibile, ancora più dura. Ieri manifestazioni in tutta Italia: a Roma e Milano si sono registrati momenti di tensione, se non di veri e propri scontri con le forze dell’ordine. Nella capitale un giovane è rimasto ferito alla testa, travolto da una carica degli agenti di polizia che hanno impedito l’occupazione dei binari della stazione Ostiense; nel capoluogo lombardo ci si è, invece, limitati al lancio di oggetti verso i poliziotti schierati. Tensioni anche a Pisa, (occupazione della stazione) a Firenze (manifestanti incatenati alla ringhiera del Battistero) e a Napoli (60.000 giovani in strada): ovunque la mobilitazione ha prodotto blocchi alla circolazione e disagi. Sale, allora, la preoccupazione per la manifestazione nazionale degli universitari, in programma per il 14 a Roma.

Il decreto sul blocco del turn over universitario, i fondi per l’assunzione di altro personale e le linee guida della riforma universitaria, varati due giorni fa dal governo non hanno sortito gli effetti sperati. La contestazione nei confronti del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini non accenna a placarsi. Anche perché, leggendo tra le righe dei provvedimenti varati dal governo, i sindacati hanno individuato molti punti oscuri. «La maggioranza ha cercato di inviare segnali tranquillizzanti, ma, in realtà, sta attuando fino in fondo il suo progetto – ha denunciato Domenico Pantaleo, segretario generale della Cgil-Istruzione – Il presunto rallentamento del turn over dei docenti universitari (che dovrebbe passare dal 50% al 20%), per esempio, è un provvedimento che non avrà effetti concreti: sono esclusi dall’attenuazione del fenomeno, infatti, gli Atenei che hanno una spesa per il personale oltre il 90% dei finanziamenti pubblici. In pratica: tutti». Non solo: almeno 200 milioni, necessari a finanziare in parte il decreto varato due giorni fa, secondo le intenzioni del Ministro Gelmini, sarebbero prelevati dal Fas, il fondo per le aree sottoutilizzate. «In pratica – denuncia Rosa Calipari, parlamentare del Pd e vedova dell’ufficiale ucciso in Iraq – il Sud si trasforma nel bancomat del governo: come in un gioco delle tre carte, le risorse appaiono da una parte e scompaiono dall’altra. Ma sempre a danno delle fasce più deboli». «Accogliamo con favore la decisione del governo – incalza il governatore del Piemonte, Mercedes Bresso – di rinunciare al commissariamento di quelle regioni che non eseguiranno il ridimensionamento delle scuole materne previste nel decreto. Ma non abbasseremo la guardia».

«Non pagheremo la crisi» è lo slogan che ha aperto, ieri, uno dei tre cortei di studenti che, di fatto, hanno paralizzato Roma per buona parte della giornata. Il più grande è partito dall’Università La Sapienza e si è unito agli altri, composti da studenti dei licei e delle superiori, nei pressi di piazza Venezia. Le forze dell’ordine hanno sorvegliato a distanza la manifestazione, intervenendo anche per isolare quattro giovani provocatori che, con tanto di svastiche stampate sulle T-shirt, avevano cercato di inserirsi nei cortei. Ma i momenti di maggior tensione si sono vissuti, nel primo pomeriggio, nelle vicinanze della Stazione Ostiense. Per due volti, i manifestanti hanno tentato di arrivare ai binari: prima della metropolitana e poi quelli ferroviari, con la evidente intenzione di bloccare il traffico dei convogli. Per due volte la Polizia, secondo la ricostruzione della Questura, è stata “costretta” a intervenire, negando, però che si siano svolte cariche. Gli studenti raccontano un’altra versione (avvalorata da una giornalista rimasta ferita nei tafferugli). Alla fine un solo giovane è stato costretto a ricorrere alle cure del vicino ospedale con una ferita alla testa.

A Milano un clima analogo: «Siamo sessantamila» hanno gridato gli organizzatori dai megafoni («Erano poche centinaia» ha ribattuto l’assessore De Corato). Il corteo è arrivato in piazza Duomo dove era allestito un palco. Al termine dei comizi, una cinquantina di ragazzi si è staccato dal resto dei manifestanti, cercando di arrivare fin dentro la Galleria Vittorio Emanuele. Per due volte, un cordone di forze dell’ordine, in tenuta antisommossa, li ha convinti a desistere. Nessuno scontro fisico. Chi non ha preso parte alla manifestazione, ha preferito prendere parte alle numerose lezioni che sono state tenute dai docenti al di fuori delle aule universitarie, in strada o, addirittura, in un parco.

Un corteo ha, invece, attraversato Napoli, dalla Prefettura fino in piazza del Plebiscito: manifestazione totalmente pacifica. Tensione, al contrario, si è registrata a Pisa dove i manifestanti sono riusciti effettivamente ad arrivare fino ai binari della stazione. Li hanno bloccati per pochi minuti (in un momento in cui non era previsto il transito di alcun convoglio), e poi si sono allontanati, guardati a vista dai Carabinieri. A Torino, infine, una controinaugurazione dell’anno accademico, si è svolto, condotto dagli studenti e dai docenti, in contemporanea alla cerimonia ufficiale.

7 novembre 2008

"Giovane, bello ed abbronzato"


Giuro che quando ho scritto il post precedente non sapevo niente della cafonaggine del nostro Primo Ministro. Giuro che quando chiedevo che qualcuno gl’insegnasse le buone maniere e che l’obbligasse a ripetere di fronte ad uno specchio mille volte la parola “afroamericano”, non sapevo niente di cosa stava combinando Berlusconi a Mosca. Ma ora che ho saputo che ha fatto una delle tante sue barzellette di sciocchino scolaresco, dicendo di Barack Obama che era “giovane, bello ed abbronzato”, chiedo per favore che questo personaggio non esca più dal Paese, che non vada più da nessunissima parte a dire che rappresenta l’Italia, che non parli più in pubblico. Per favore, non in mio nome.

6 novembre 2008

Ve lo immaginate in un summit?


"Io più anziano, gli darò dei consigli"

Forse crede che la sua frivolezza e banalità bastino per guadagnarsi la simpatia e l'amicizia del nuovo presidente USA, ma speriamo che qualche consigliere (non Gasparri, per favore) abbia capito che il tempo dei presidenti pagliacci è finito e lo tolga dall'ignoranza che l'ha caratterizzato finora. Che qualcuno gli insegni che non si dice "nero" ma "afroamericano"; che lo ripeta mille volte di fronte ad uno specchio fino a che lo impari bene.

Per favore, per il prestigio dell'Italia, che non si faccia accompagnare da un coro di veline per intrattenere il nuovo interlocutore, che non provi di nuovo a fare le corna in qualche fotografia di gruppo. Ma, per favore, che non tenti di palpeggiare la first lady, o di baciare una delle sue figlie. Fondamentalmente, che non si porti al suo seguito la Carfagna, e, se lo fa, che questa non offra ad Obama nessun servizio particolare. Men che meno che non parli degli schiavi e non faccia battute su un qualche suo amico regista che stia girando un ipotetico film sul Klu-klux-klan.

5 novembre 2008

Habemus Imperatur


Ahora empieza lo bueno

Bueno, terminó el circo de las elecciones norteamericanas. ¿Cambiará algo para nosotros con Obama en la Casa Blanca? Yo creo que sí. En principio, creo que se está terminando la época de los payasos hijos de puta. Una época basada en las mentiras más increibles sólo con el objetivo de crear temor y poder instaurar políticas de terror y de control poblacional. Mentiras que llevaron al mundo a ser más peligroso, que llevaron muerte y destrucción a hogares inocentes, que llevaron los negocios mafiosos a alturas institucionales. Mentiras que permitieron que delincuentes insanables coptaran el poder institucional mundial.
¿Podrá Obama terminar con todo esto? ¿Tendrá también él un sueño, como Martin Luther King? Creo que no. Se lo ve pragmático y deberá hacer uso de toda su energía para el slalom que le espera en los primeros días. ¿Cómo responderá a los industriales de la guerra? ¿Abandonará Afganistan e Irak? ¿Cancelará las leyes vergüenza que impusieron el bloqueo a Cuba? ¿Cómo hablará a Iran, Palestina e Israel? ¿Seguirá dando dinero fresco a los bancos, o pondrá en práctica alguna medida para salvar a la gente engañada por los estafadores de guante blanco?
No es un revolucionario, pero que un afro-americano sea hoy presidente de los EEUU es ya de por sí toda una revolución. No es socialista, pero se espera –lo prometió—una atención mayor al welfare. ¿Los pobres de toda esperanza que llenan las calles de EEUU lo creen? Quizás no. Es muy posible que nada cambie. Quizás sólo las maneras serán más amables, quizás hará un uso mayor de la diplomacia, pero ya se advierten en algunas de sus palabras una tendencia a un mayor proteccionismo interno. Para defender puestos de trabajo EEUU alzará barreras aduaneras. Entonces, ¿China qué hace con sus papelitos pintados de verde? ¿Qué hará Europa sin su comprador principal? Posiblemente, con una imagen más cordial, con movimientos diplomáticos más gentiles, Obama será el principal activista de la exportación de la crisis desde el centro a la perifería. Seguro, hará de todo para salvar de la bancarrota su país, pero para realizarlo deberá hundir al resto del mundo.
Y en este resto del mundo, quien hoy está festejando su ascensión como Emperdor mundial no piensa dar respuestas a esta preguntas. Espera, como siempre, que el bienestar llegue por derrame. Espera que algún día, si nos portamos bien, si hacemos las cosas correctamente, si seguimos las recetas que nos indican,...quizás así, Obama se convertirá también en nuestro presidente y haga suyos nuestros sueños.
Lo que sí podemos sacar como conclusión y aprender de esta elección es que se puede (se debe) elegir inteligentemente nuestros representantes entre aquellos que nos hablen de nuestros problemas y propongan y se empeñen solemnemente a resolverlos. Debemos aprender también que cuando no cumplen tenemos en la ley y en nuestras manos las herramientas para echarlos. Esto quiere decir que también nosotros podemos soñar un poquito, que podemos buscar entre los nuestros al indio, al morocho, al tipo distinto, que hable la lengua de todos.

4 novembre 2008

4 Novembre - Giorno delle Forze Armate


Lettera di un soldato nella Grande Guerra
Lettera indirizzata a Vittorio Emanuele, ma intercettata dalla censura e mai recapitata, stupisce per la sua drammatica attualità.


"Maestà:
inviamo a V.M. questa lettera per dirvi che è tempo che finite questo macello inutile. Avete ben da dire voi, che è glorioso il morire per la Patria. E a noi sembra invece che siccome voi, e i vostri porchi ministri che avete voluto la guerra, che in prima linea potevate andarci anche Voi e loro. Ma invece Voi e i vostri mascalzoni ministri restate indietro e ci mandate avanti noi poveri diavoli, con moglie e figli a casa, che ormai causa questa orribile guerra da Voi voluta, soffrono poverini la fame!

Viliacchi, spudorati ubriaconi, impestati, carnefici di carne umana, finitela che è tempo. Li volete uccidere tutti? Al fronte sono stanchi, nell’interno soffrono la fame, dunque cosa volete? Vergognatevi, ma non vedete che non vincete, ma volete che vadino avanti per ucciderli. Non vedete quanta strage di giovani e di padri di famiglia avete fatto? E non siete ancora contenti?

Andateci voi o viliacchi col vostro corpo a difendere la vostra patria, e poi quando la vostra vita la vedete in pericolo, allora o porchi che siete tutti, concluderete certamente la pace a ogni costo. Noi per la Patria abbiamo sofferto abbastanza, e infine, la patria nostra e dei popoli che massacriamo è la casa, la famiglia, le mogli, i bambini. Quando ci avrete uccisi tutti, sarete contento di vedere centinaia di bambini privi di padre? E perchè? Per un vostro ambizioso spudorato capriccio, per la vostra grande stupidità”.

3 novembre 2008

Verbali accuratamente valutati



In onore all’Arma Benemerita,
i cui strafalcioni non costituiscono intralcio alle indagini, quasi sempre puntuali, tempestive ed efficaci, ecco le migliori performance – così almeno le ha valutate la giuria composta dai dotti e perspicaci legali - ad opera di carabinieri in servizio permanente effettivo.
Il lettore, dunque, si lasci prendere solo dai sapidi testi, dimenticando ogni bruttura. Nunc est bibendum, anzi ridendum, meglio ridere e ridere di cuore.
È importante, prima del divertimento, avvertire il lettore che le frasi sono tutte vere e ripubblicate alla lettera:




  • Entravamo nella stalla e rinvenivamo sette mucche di cui una toro.
  • Notavamo autovettura Bmw sospetta e ci ponevamo all'inseguimento con la vettura (Fiat Panda) di servizio; nonostante l'impegno profuso, autovettura sospetta si dileguava.
  • Scorgevamo vettura sospetta, con i vetri completamente appannati che sobbalzava vistosamente; abbiamo bussato per identificare gli occupanti, ma quando ci siamo resi conto che trattavasi di due uomini, li abbiamo tratti in arresto.
  • Sorprendevamo i due in flagrante rapporto matematico (69).
  • I due venivano alle mani coi piedi.
  • Alla rissa partecipavano attivamente ambetre.
  • Girando la borsetta con "non-scialans" come le "signorine buonanotte".
  • Stava con una prostituta vicino ad un lampione e sosteneva di aver preso lucciole per lanterne.
  • Durante l'identificazione, il Fornasari assumeva una sudorazione sul corpo non consona al momento (stante che erano le due di notte) e alla stagione (inverno).
  • Abbiamo rilevato ferite sullo stomaco e più in basso sulla zona pubblica.
  • Nonostante il portinaio lo avesse avvisato che sulla facciata del palazzo vigeva un divieto di afflizione...
  • Sotto falso nome, il pregiudicato è riuscito a imbarcarsi su un volo Air Franz.
  • È una zona impervia e idonea alla latitanza, dove vivono solo poche capre allo stato bravo.
  • Si definisce fotografo d'arte, nel senso che produce nudi femminili sia di uomini sia di donne.
  • Inoltre il fermato rispondeva alle domande con poco rispetto e mi dava del tu, mentre io per lui ero lei.
  • Truffava gli sprovveduti fingendosi esperto di astrologia e segni zoodiacali.
  • Il suddetto L. Pasquale è stato da me sorpreso a defecare in un vicolo. Alla contestazione del reato il L. mi ha mandato a prenderlo nel ***. Preso, lo teniamo a disposizione del signor comandante...
  • Gli schiamazzi avevano raggiunto una tale intensità da potersi definire notturni.
  • Il cadavere, al piede destro, aveva una sola scarpa.
  • I tre erano entrambi pregiudicati.
  • Ha dichiarato di aver sparato un colpo di avvertimento colpendolo al torace.
  • Il cadavere presentava evidenti segni di decesso.
  • Il C. si rifiutava di aprire la porta dichiarandosi irreperibile.
  • Ignoti rubavano l'autoradio e alcune musica7.
  • Alla perquisizione, notavamo all'altezza dei genitali un bozzo anomalo, dopo aver proceduto alla stessa, constatavamo che detto bozzo risultava essere una pistola calibro 7.65.
  • Al bar, dichiara il pregiudicato, aveva consumato solo alcuni salatini e un Wiskey di marca Black and Decker.
  • Mi accorsi subito che il cadavere del morto era deceduto.
  • Nella notte ignoti ladri sollevavagli l'auto sopraindicata su dei mattoni asportandole quadrambe le ruote marca Pirelli.
  • Lo spaccio avviene giorno e notte, alla luce del sole

Brava la Benemerita!


I FUCILATI DI CERCIVENTO

"Tutte le volte che c'era un attacco arrivavano i carabinieri. Entravano nelle nostre trincee, i loro ufficiali li facevano mettere in fila dietro di noi e noi sapevamo che - quando sarebbe stata l'ora- avrebbero sparato addosso a chiunque si fosse attardato nei camminamenti invece di andare all'assalto. Questo succedeva spesso. C'erano dei soldati, ce n'erano sempre, che avevano paura di uscire fuori dalla trincea quando le mitragliatrici austriache sparavano all'impazzata contro di noi. Allora i carabinieri li prendevano e li fucilavano. A volte era l'ufficiale che li ammazzava a rivoltellate."

CHI ERANO?
Erano 4 soldati che facevano parte della 109° compagnia alpina, che combatteva sul fronte carnico: Silvio Ortis di Paluzza, Basilio Matiz di Timau,
Vennero condannati alla fucilazione dal Tribunale militare, nel luglio 1916.

LA VICENDA
Armando Ciofi, capitano responsabile della 109° compagnia alpina, decise di organizzare un attacco sulla Creta di Collinetta, che era un importante punto strategico, occupato in parte dagli austriaci. La strategia prevedeva l’uscita dalle trincee e un attacco diretto alle truppe austriache, sotto i colpi delle loro artiglierie. Alcuni soldati, tra cui il caporale Basilio Matiz di Timau e Silvio Ortis di Paluzza, contestarono il piano del capitano Ciofi, giudicato troppo prevedibile e come un suicidio per la truppa. Essi proposero un piano diverso che prevedeva la scalata di un canalone senza dover subire l’attacco degli austriaci. Il capitano Ciofi li fece arrestare con l’accusa di tradimento e per questo subirono un processo. Con loro furono arrestati gli altri 80 soldati della compagnia.

PERCHÉ È ACCADUTO?
Perché la disciplina militare era molto rigida, non si ammetteva che un soldato o un ufficiale potesse contestare o disobbedire a un ordine di un superiore, anche se poteva avere ragione (come in questo caso). Gli alti comandi volevano tenere sotto un rigido controllo le truppe, spaventare i soldati con punizioni durissime e scoraggiare le idee di diserzione o ammutinamento, che si diffondevano in una situazione di guerra così dura.

QUALI SONO STATE LE CONSEGUENZE?
I 4 soldati sono stati fucilati dai carabinieri, dietro il cimitero di Cercivento; sono stati considerati come dei traditori della patria e di loro l’esercito non ha più parlato. A condanna eseguita, la sentenza venne affissa sulla porta dei famigliari.

COSA SI È FATTO E COSA SI È OTTENUTO
Oggi si sta cercando di riaprire il caso. Uno storico ha ricostruito la loro vicenda sulla base di alcuni documenti e delle testimonianze di alcune persone e questa storia è stata pubblicata. Un parente di Silvio Ortis ha chiesto all’esercito di riabilitare questi soldati (cioè di cancellare quell’accusa vergognosa e infamante di tradimento), ma la legge prevede che sia lo stesso interessato a fare la domanda di riabilitazione! Si è quindi chiesto di cambiare questa legge…

Non è acqua alta. Stiamo affondando!


L’Ue: l’Italia è in recessione. Per il 2009 la crescita sarà zero. Un disastro!

Nella seconda metà dell'anno l'Italia è entrata in recessione tecnica e chiuderà il 2008 con una crescita zero. La stagnazione durerà nel 2009 e una leggera ripresa è prevista nel 2010 con un Pil allo 0,6%. Sono queste le previsioni Ue diffuse stamane che hanno ridotto drasticamente le stime precedenti. Per quanto riguarda il rapporto deficit-Pil in Italia tornerà a peggiorare nel 2008 (-2,5%) e nel 2009 (-2,6%).

Quest'anno rimarrà fermo il debito pubblico italiano, e nel 2009 tornerà a salire al 104,3%. Nel 2010 scenderà leggermente al 103,8%. Il tasso di disoccupazione nell'Eurozona è destinato a salire di oltre l'1% nel 2010. A causa della recessione - prevedono le stime diffuse dalla Commissione Europa - il tasso di disoccupazione salirà dal 7,6% di quest'anno all' 8,4% nel 2009, per poi arrivare all' 8,7% nel 2010.

È cominciata intanto bene la settimana borsistica in Europa, in positivo sulla scia dell'Asia. Euro in rialzo a 1,2861 contro dollaro; in crescita anche il petrolio. «L'accentuato rallentamento dell'economia italiana - spiega la Commissione Ue - risale già alla metà del 2007, ben prima dell'impatto della crisi dei mercati sull'economia europea». La crescita è tornata col segno meno nel secondo trimestre del 2008, e «per la seconda metà dell'anno più indicatori, in particolare quelli sulla produzione industriale e sulla fiducia delle imprese, mostrano come il Paese sia entrato in una recessione tecnica». «È solo grazie al rimbalzo del primo trimestre 2008 – spiega il commissario Joaquin Almunia -, dovuto in gran parte a un effetto statistico dopo il risultato fortemente negativo dell'ultimo trimestre 2007, che l'attività economica nel 2008 è attesa ad essere piatta. Questo implica anche un impulso negativo di crescita per il 2009». Per Bruxelles la causa è soprattutto dovuta «agli sviluppi negativi sul fronte della domanda interna». «Sotto l'impatto dell'aumento dei prezzi, le famiglie hanno tagliato i loro consumì.

Comunque - spiega la Commisione Ue - dal 2009 »un'inflazione più bassa e alcuni ulteriori incrementi salariali sosterranno i redditi a disposizione», e questo porterà ad una «leggera e graduale ripresa dei consumi privati nel 2009 e 2010». Secondo le stime diffuse dall'Ue: l'inflazione italiana crescerà quest'anno del 3,6%. Nel 2009 è previsto un rallentamento al 2%, mentre nel 2010 Bruxelles stima un +2,1%. Nel 2008 nell'Eurozona la sola Irlanda è in recessione (nella Ue Estonia -1,3%, Lettonia -0,8%) ed è dell'Italia la palma della peggiore prestazione: crescita piatta. La Germania cresce dell'1,7%, la Francia dello 0,9%, la Spagna dell'1,3%. Il Regno Unito cresce dello 0,9%.

2 novembre 2008

I bravi capi della Grande Guerra


Le esecuzioni sommarie nella Grande Guerra e la decimazione di Monte Mosciagh.
Ormai che i festeggiamenti per il 4 Novembre sono avviati, ritengo che la memoria di questi fatti non debba andare persa, anche perché ci aiuta a riflettere sul fatto che le guerre é sempre meglio non dichiararle, a prescindere dalle ragioni che possono giustificarle, come peraltro ci ricorda anche l’articolo 11 della nostra Costituzione.


La disciplina delle truppe fu la prima preoccupazione di Cadorna.

Costituì per lui una vera e propria ossessione e questo fu particolarmente grave perché fra le nostre truppe non si verificarono episodi di indisciplina di massa.
I nostri soldati combatterono con grande coraggio e spirito di sacrificio in condizioni estreme, con carenze pesantissime di mezzi ed armamenti.
I soldati italiani, incolpevoli vittime di macroscopici errori altrui, furono pure ripetutamente accusati di vigliaccheria. Gli alti comandi diedero loro la colpa del fallimento di azioni che non avevano nessuna possibilità di riuscita. Furono ritenuti i primi responsabili delle peggiori disfatte come nel caso della Strafexpedition e della ritirata di Caporetto.
Cadorna si adoperò strenuamente perché la giustizia militare fosse inflessibile e improntata al rigore più estremo.
Richiamò costantemente i Tribunali di guerra affinché applicassero le pene più severe e ignorassero le già ristrette norme di tutela degli imputati, fino a rimuovere dall’incarico i magistrati che non si adeguavano alle sue direttive.
Le pressioni di Cadorna ebbero successo:
262.000 soldati processati (il 6% dei mobilitati) con condanna nel 62,6% dei casi.
4.028 condanne a morte di cui 1.061 in contraddittorio. 750 furono eseguite.
15.345 ergastoli.
Queste cifre, apparentemente irrisorie rispetto al numero di circa 650.000 caduti, fanno riflettere se comparate con quelle degli altri eserciti in campo. L’Italia é il paese che eseguì il maggior numero di condanne a morte (continua)

1 novembre 2008

Día de muertos


EL DIA QUE NOS COGIMOS A LA MUERTE

ESMA - 24/3/04 10:30 a.m.
El calor agobiaba las almas. No se podía ni respirar de la cantidad de gente que quería estar allí. No solo estar, también participar, mirar, ser testigo de algo que solo pasa una vez, que el tiempo deja escapar y queda en la retina, como un respiro hondo, como un parpadeo. Eso y ya está, ya fue, ya pasó. Muy por la mañana, cuando todavía no había mucha gente y los medios de prensa estaban llegando, los rostros de nuestros fantasmas, de almas condenadas a deambular por el aire sin vida ni muerte, me guiñaban un ojo y me decían que nos quedáramos tranquilos, que todo saldría bien. Mucha gente acudió a ese guiño, mucha gente. Mucha.

Me encontré con mi hermano y su novia que estaban filmando en video lo que ocurría. El calor nos derretía. Pero seguimos ahí, aún cuando el primer comunicado leído por los organismos de Derechos Humanos pedía que en un rato más (dos horas) abrirían la jaula, dejarían entrar tanta luz y verdad y justicia como pudieran, pero que no entrarían al predio, se quedarían parados, simbólicamente. Y pedían que nadie entrara. Pero no fue así. Dos horas esperamos. Las rejas se abrieron de a poco. Parecía un sueño, una pesadilla que se sentía bien de ser soñada, una magia envuelta en aire. Las Madres y Abuelas se marcharon, los Hijos, con claveles rojos, entraron, y detrás la gente.

El predio se inundó de vida, luego de dar tanta mierda y muerte durante añares. Los abrazos, saludos, besos y llantos con conocidos y desconocidos regó el piso de cemento. No se puede describir lo que uno siente en esos momentos. La puerta del edificio principal estaba cerrada. Los claveles se dejaron ahí, sobre el pórtico de ingreso (yo dejé los míos) junto con gritos y bailes y cantos de desprecio a los militares. Los cantitos que tantas veces grité en una marcha, que tantas veces vociferé hasta quedarme sin voz, reivindicando la lucha de quienes dieron todo por un futuro mejor para todos nosotros ahora los cantaba con mucha fuerza desde adentro de la ESMA, ese lugar de mierda, de destrucción del ser humano, esa cueva de bichos en putrefacción. Después de años y años una gota de vida, fuerte, contundente, enérgica, irrumpió con bronca, alegría, emoción (mucha emoción) en esa casa de muerte. "30.000 compañeros desaparecidos... PRESENTE!!! Ahora y SIEMPRE!!!" gritábamos sin cesar.

Las puertas del edificio seguían cerradas. Luego de muchos cantos y abrazos y gritos e hijos pidiendo algo más que ladrillos y actos, nos fuimos todos por el parque interno del predio, que se llenó de mates, chicos, bebés con madres, mucha juventud, de una energía que nunca había pisado ese pasto verde. Era muy raro ver ese panorama en "ese" lugar. El acto central, realizado en la calle lateral, pero vivido por mí desde adentro del predio, colmado de gente, contó con la presencia de muchachos nacidos en la ESMA, que arremetieron contra el gobierno, contra los que cubren y ocultan, contra los políticos que tienen la opción de colaborar con la verdad y no lo hacen, contó con un poema de una mujer desaparecida, recitado por Soledad Silveira, habló Ibarra, a quién abuchearon como loco, y el presidente Kirchner, que dijo lo políticamente correcto, aunque con cierta emoción. Luego cerró el acto el trío Gieco - Heredia - Serrat, cantando cuatro canciones que, oídas desde el lugar en donde estaba parado yo me hicieron emocionar hasta las lágrimas.


El acto terminó y todos comenzaron a irse. Caminando por la Av.Libertador, intentando ver la ESMA con otros ojos, ver su fachada algo cambiada, percibí que la gente había entrado al edificio. Corrí mucho para poder entrar. Un hall enorme. Una escalera lateral que lleva al primer piso donde hay oficinas que dan a un pasillo abierto como un balcón hacia el hall. La gente se puso a recorrer las oficinas y a sacar algunos papeles, los pocos, casi nada, que dejaron los bichos de mierda antes de irse. Sobre algunos pizarrones de las aulas algunos escribimos los nombres de desaparecidos y otras escritas. Desde ahí arriba se podía ver la gente que entraba al hall, como una gran ola, por un portón de vidrio abierto en la parte posterior.

Volví a bajar al hall, donde dejé un clavel prendido en la pared. Un hombre aplaudía mientras la gente entraba y entraba. Otros comenzaron, tímidos, a aplaudir. Uno cercano a mí comenzó a gritar hay que saltar, hay que saltar, el que no salta es militar". Yo lo seguí casi al segundo y sin pestañartoda la muchedumbre dentro del edifico comenzó a saltar y a cantar. Mucha euforia dominó el lugar. Otros cantos le siguieron, otros gritos, otros aplausos, durante largo rato. Estábamos entusiasmados, emocionados, extasiados. No se sabía si llorar, reír, bailar, cantar, callar, gritar, putear. Eso sí, todos mirábamos y observábamos todo. Nos sentimos testigos de algo realmente histórico. Algo que nunca más va a pasar. Es ese momento y nada más. Había muchas esperanzas, muchos fantasmas que danzaban con nosotros, muchas caras sin rostros que ya no estarán tan tristes, que sentirán que algo está cambiando, que no todo fue en vano, que hace 28 años que la gente los reivindica y que después de tanto pelear algo se gana, aunque más no sea un ladrillo, un lugar ganado al olvido, a la muerte. El himno nacional vino después, cantado por todos los presentes, mientras una pareja bailaba y una bandera argentina flameaba de la mano de un muchacho. El momento fue único.

En la planta alta, una escalerita chiquita llevaba al altillo, oscuro oscuro, y por unas maderas y otra escalerita me subí al techo, ahí donde está el escudito ese. Desde arriba la vista era fantástica: Los sillones de las oficinas afuera, la gente sentada en ellos, sobre el pasto, mirando hacia nosotros con mucha calma, contrastando poderosamente lo que pasaba adentro. Papelitos por todos lados, que llovían de las oficinas. Un chico que también subió se lamentaba de no tener a mano un "trapo", una bandera de alguna agrupación de DDHH para colocar en lugar del escudo. Espero que esté en los planes de quienes coordinen el Museo de la Memoria colocar esos "trapos" en la fachada de la ESMA (Escuela Superior de la Mierda Argentina).


Bajé muy emocionado, di una recorrida al lugar y me fui. No tengo fotos.Me llevo esto en el alma y se irá conmigo el día que me muera. Pero antes lo voy a contar cuantas veces pueda, como la memoria, la obstinación, la fuerza y la lucha vencieron, por una vez, aunque sea por una vez, a la muerte.
30.000 COMPAÑEROS DESAPARECIDOS PRESENTE!!!! AHORA Y SIEMPRE!!!

Emiliano Di Giusto - 24marzo04

31 ottobre 2008

Giorno di fantasmi e mostri


Gelli: il nuovo capo della P2? «Il mio erede è Berlusconi»
Per il "gran maestro" un programma tv

Adesso ha un programma tutto suo su Odeon tv e sfrutta la rinnovata ribalta per passare il testimone. Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, non ha dubbi: per l'attuazione del Piano di Rinascita democratica della P2, «l'unico che può andare avanti è Berlusconi».

L’investitura arriva durante la conferenza stampa di presentazione di Venerabile Italia, il programma che Gelli condurrà sull’emittente tv: «L'unico che può andare avanti è Berlusconi: non perché era iscritto alla P2, ma perché ha la tempra del grande uomo che ha saputo fare, anche se ora mostra un po’ di debolezza perché non si avvale della maggioranza parlamentare che ha».

Sembra una barzelletta. Invece è una vergogna. Soprattutto perché a Gelli viene regalata una tribuna tutta per sé. Il tema del programma sarà la storia d'Italia. Il capo della loggia massonica P2 racconterà la sua versione, magari sulla strage di Bologna, per cui è stato condannato per depistaggio. O sulla repubblica di Salò a cui aderì, o su Gladio, o su qualsiasi delle pagine grigie (se non nere) dalla storia del nostro paese a cui Gelli è legato.

Il programma ha già degli ospiti, Anche questi poco fantasiosi: per la prima puntata Giulio Andreotti, Marcello Veneziani e Marcello Dell'Utri. Si parlerà di fascismo.

Forse, per chiarire il contesto, è utile ricordare la sua fedina penale. Licio Gelli è stato condannato con sentenza definitiva per i seguenti reati: procacciamento di notizie contenenti segreti di Stato, calunnia nei confronti dei magistrati milanesi Colombo, Turone e Viola, tentativi di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna e Bancarotta fraudolenta (per il fallimento del Banco Ambrosiano è stato condannato a 12 anni). Se lui considera Berlusconi il suo erede più credibile non abbiamo troppo di che stare tranquilli. Anche perché, come se non bastasse quello che sta facendo, Gelli dà anche consigli al suo “figliol prodigo”: «Se uno ha la maggioranza deve usarla, senza interessarsi della minoranza. Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese. Ci sono provvedimenti che non vengono presi perché sono impopolari, e invece andrebbero presi: bisogna affondare il bisturi o non si può guarire il malato».

30 ottobre 2008

Cuatrocientos mil pibes


Son un ejército de fantasmas. No tienen educación. No tienen trabajo. No tienen abrazos. No tienen futuro. Son los empachados de hambre. Son los pibes sin calma. Mueren como moscas. Viven como moscas. Algunos de ellos, con la cabeza rota por el paco y el alcohol, a veces matan. Sólo en ese momento se hacen visibles para el resto de la sociedad.

En la provincia de Buenos Aires, según el gobernador Daniel Scioli, suman cuatrocientos mil. De esa cantera del desamparo salen “ladrones y asesinos” cada vez más pequeños. Las soluciones propuestas por la dirigencia política tienen una simpleza que espanta. “Hay que encerrarlos.” Hay que evitar que “entren por una puerta y salgan por otra”. Esas cosas dicen los que dicen que saben. Todos opinan desde lejos, como si esos chicos fuesen parte de un imprevisto proceso inmigratorio que invadió en los últimos meses el territorio nacional. Como si esos pibes no fueran el producto del deterioro social, la injusticia y la violencia. Como si no fueran nuestros y no sufrieran la falta de políticas de inclusión.

Cuatrocientos mil chicos que no estudian ni trabajan. Esa cifra, en lugar de promover un debate profundo sobre la inequidad o una declaración de emergencia social con medidas urgentes apuntadas a la infancia, sólo generó propuestas para bajar la edad de imputabilidad y reclamos de mayor dureza judicial. Un estudio realizado el año pasado por el Barómetro de la Deuda Social de la Universidad Católica Argentina señala que seis de cada diez niños o adolescentes viven en hogares vulnerables; tres de cada diez se desarrollan en familias que no pueden atender su salud y cuatro de cada diez están en hogares que tienen problemas para alimentarlos. Cuatrocientos mil chicos que no hacen nada de nada. Con esa cifra es un milagro que los ataques no sean muchos más.

Nunca hubo la violencia que existe en este momento. Las calles están llenas de chicos armados, alcoholizados, drogados. Las casas están llenas de chicos maltratados y abusados física y psicológicamente.” La frase le pertenece a Rodolfo Brizuela, desde hace catorce años juez de menores en La Matanza. Brizuela habla por su experiencia pero también por su historia; hijo de madre soltera, cuando era niño estuvo dos años internado en un Instituto de Menores. Alguna vez contó que a la hora de llegar ya le habían pegado. Para el juez, los lugares de contención que existen en Buenos Aires son un desastre: “No están mal, están peor que mal”, y asegura que la problemática de los delitos juveniles tiene que ser abordada también como una cuestión de salud pública: “En el noventa y ocho por ciento de los casos violentos que pasan por mi juzgado está la droga”.

La discusión, en lugar de ser amplia y profunda, es maniquea y tramposa. Algunos exponentes de la derecha paleolítica exigen que se trate a los pibes que delinquen como si fuesen adultos y, del otro lado, los abolicionistas de manual aseguran que no se les puede asignar ninguna responsabilidad penal a los menores. Estamos entre Blumberg y Zaffaroni. En el medio, se pueden encontrar las posturas más sensatas. Emilio García Méndez, diputado por Solidaridad e Igualdad y destacado especialista en menores y adolescentes, recordó que la Argentina es el único país de América Latina que no tiene un sistema de responsabilidad penal juvenil. En la actualidad, los menores son tratados según un decreto de la última dictadura (22278/80). Cuando tienen entre 16 y 18 años se los somete a un tratamiento tutelar que, si da resultado, habilita a que se los entreguen a sus padres, y si no funciona quedan demorados en algún instituto y se los juzga como adultos, a los 18 años, por los delitos que cometieron siendo menores.

El contenido del tratamiento tutelar es un misterio, pero a la luz de los resultados se puede afirmar que para que dé resultado hay que tener dinero. Entre los 1.800 menores en custodia del Estado no hay ninguno de clase media o alta. “Un sistema de responsabilidad penal juvenil, como existe en Colombia, Ecuador o Brasil, habilita a que los chicos que cometen un delito grave –como un asesinato– se los juzgue con un debido proceso". Es decir, con un fiscal que los acuse, un abogado que los defienda y un juez que les dicte sentencia. Con esta norma, los menores (por ejemplo de 14 a 18 años) que cometan un delito grave deben hacerse cargo ante la Justicia, pero no serán tratados como adultos”, explica García Méndez.

En Brasil, por ejemplo, la responsabilidad penal va de los 12 a los 18 años, se aplican trabajos comunitarios para los delitos menores y la pena máxima de prisión es de tres años. Hay una veintena de proyectos en el Congreso que prevén algún tipo de sistema de responsabilidad penal para jóvenes que delinquen. Casi todas las bancadas políticas presentaron alguno. Los proyectos existen, pero no se tratan. La CTA, el Movimiento de los Chicos del Pueblo y el ARI, entre otras organizaciones, tienen propuestas de subsidios universales para la infancia. Hay propuestas pero no se discuten.

Las aguas parlamentarias sólo se agitan cuando se produce un hecho criminal con amplia repercusión mediática. Mientras tanto, en el tiempo que demoraste en leer esta nota alguno de esos chicos abandonados a su suerte tomó un arma y no hicimos nada para detenerlo.
Fuente: Crítica digital y Emito

Estamos rodeados !


Boludo, pelotudo, necio y cínico
Me he permitido distinguir una serie de categorías actuales que solemos mezclar sin rigor. Cuatro palabras, cuatro perfiles, cuatro riesgos, cuatro desafíos.

Boludo
En un mundo donde a partir de los tres años de edad no se es más inocente, el boludo es una excepción. Lo han hecho crecer aunque ignora para qué; absorto en su rigurosa idiotez, ve sin mirar las venturas y desventuras que lo circundan.

El apelativo suele emplearse como insulto, pero el boludo nos produce una secreta envidia, porque nos sabemos "avivados" y nos gustaría ser inocentes. Por esta razón, a veces le adosamos un especial calificativo cuando decimos de alguien que es un “boludo alegre”. Y no es cierto, no es alegre, porque en la carrera de los boludos, el "boludo alegre" se distrae escarbándose el ombligo y, por boludo, no gana. Lo digo de modo más lacónico: el boludo no puede ser feliz porque ignora qué es la felicidad. Cuando los boludos tomen la palabra quizá podamos enterarnos del por qué, pero entonces serán tan vulgares como cualquiera de nosotros.

Sucede que asociamos a esa condición la idea de felicidad paradisíaca. Formados como estamos por la Biblia, el boludo alegre por antonomasia lo reconocemos en Adán antes de que Eva apareciera en su horizonte y, con ella, la conciencia dilemática del ser sexuados. Y al perder la inocencia también perdieron el Paraíso. Cuando la vida nos pesa, añoramos esa antelación. Lo supo Jesús, el político más hábil que tuvo la humanidad: poniendo al revés la secuencia ante la masa de acólitos, colocando el Paraíso como afortunado destino, dicen que dijo en un sermón: “Bienaventurados los boludos, porque de ellos es el Reino de los Cielos”.

Pelotudo
Reducido a una frase, sería como decirle a alguien: “No te hagas el boludo, ¡pelotudo!”. Roberto Fontanarrosa, en una célebre intervención en el Congreso de la Lengua, distinguió en “pelotudo” un énfasis especial; para continuar la línea, agrego que “boludo” carece de énfasis. Es que el pelotudo no tiene derecho a la ignorancia, estratagema a veces hábil que este personaje usa y esgrime como salvoconducto.

El problema es reconocerse a sí mismo. Al decirse aquello de “sólo sé que nada sé y por eso algo sé, que nada sé”, Sócrates instaló el dispositivo de su filosofía, y cuando en un destello de lucidez alguien exclama ¡pero si soy un pelotudo!, instantáneamente se vuelve filósofo, y si no lo hace por sus propios medios debiera agradecer a quien ejerza la mayéutica socrática desenmascarando su pelotudez. Por algo se empieza; aquel griego nos enseñó que es el modo de empezar.

Necio
El necio, en cambio, es un obcecado con su pelotudez. Incapaz de conciencia socrática, convierte la banalidad en creencia y declama pelotudeces como verdades consagradas, a riesgo de cometer estragos. Mientras el pelotudo puede ser inofensivo, el necio ofende. Pero si discutimos con él, corremos el riesgo de colocarnos en posición simétrica, ventilando secretas necedades; en esto encuentro la inteligencia del refrán que contrapone "oídos sordos a palabras necias".

Cuando la convicción del necio adquiere mayor relevancia, desemboca en el fanatismo. Fanático es quien, enarbolando como cualidad su propia limitación, apunta a la militancia social. La necedad es personal, el fanatismo ama lo masivo. Hitler, con su creencia fanática en la superioridad de la raza aria, fue un necio que congregó multitudes. Porque el necio libra con unción su guerra individual, pero llegado al fanatismo se embandera con su “causa” e incita con sus argumentos. No sé si el necio, sobre todo el fanático, muere por su bandera, pero si sé que es capaz de matar por ella.

Cínico
A diferencia del necio, el cínico es hábil; y eso lo convierte en adversario difícil. Sin ignorar las limitaciones de su posición, pero diestro en retórica, su meta es convertirnos en necios. Si el necio suele provocar ese efecto de modo involuntario, para el cínico es deliberado. No hay cínico sin un coro de necios, su estrategia los necesita. Muchos de los “comunicadores sociales”, ni qué decir los políticos, son cínicos que cultivan la necedad de sus seguidores. Y cuando los necios creen estar al comando de una creencia, los cínicos celebran.

¿Podríamos aspirar a una sociedad sin este cuarteto tipológico? Sería la sociedad perfecta, pero es impracticable. Somos humanos y por serlo no estamos exentos de lo antedicho, aunque tampoco estamos impedidos de advertir que día a día nos movemos entre una caterva de boludos, esquivando pelotudos, soportando necios y defendiéndonos de los cínicos; entonces nos preguntamos: “Pero, entonces, ¿qué soy?”. No es poca cosa esa pregunta que los boludos ignoran, los pelotudos resisten, los necios niegan y los cínicos gambetean.

Queda para otro análisis el caso de los "hijos de puta".

29 ottobre 2008

Il matto dice la verità


Francesco Cossiga va ringraziato
contributo inviato da bennycalasanzio il 29 ottobre 2008
Ma perchè mai tutto questo scandalo per le parole eversive di Francesco Cossiga? Tutti ad indicare il dito del sardo senza accorgersi della luna che ci ha fatto sorgere dinanzi.
Per quanto mi riguarda Cossiga è un povero vecchio, in preda ad una devastante demenza senile, per cui non ho il minimo rispetto. Ma grazie alla malattia cavalcante, Cossiga ha finalmente raccontato senza filtri quello che da sessant'anni accade in Italia durante le manifestazioni, durante le agitazioni.
Penso all'inizio degli anni di piombo, il 1 marzo 1968, a Valle Giulia, quando studenti e poliziotti iniziarono la guerra.
Penso all''11 marzo 1977, quando durante alcuni scontri a Bologna viene ammazzato dai carabinieri (?) Pier Francesco Lorusso, studente di Lotta Continua, e quando gli studenti manifestano per Lorusso, il ministro degli interni di allora, guarda caso Cossiga, inviò carri armati nel centro di Bologna. O il 22 marzo 1977, quando viene trucidato dai Nap (?) il poliziotto Claudio Graziosi.
Penso al poliziotto Antonio Merenda, ucciso il 21 aprile 1977 a Roma durante la "disoccupazione" di una università dagli autonomi (?).
Penso anche al 28 aprile 1977, quando a Torino fu ucciso l'avvocato Fulvio Croce, con lo scopo di far saltare il processo ad alcuni terroristi. Penso all'assassinio di Giorgiana Masi, ammazzata a 19 anni durante una manifestazione in piazza Navona, il 12 maggio 1977, in una piazza infestata da agenti in borghese e provocatori statali.
Penso alla manifestazione di protesta organizzata per la morte di Giorgiana, il 14 maggio 1977, quando durante gli scontri venne ammazzato a pistolettate l'agente di polizia Antonio Custrà, di appena 25 anni. E per finire ricordo anche il 3 ottobre 1977, quando fu arso vivo a Torino Roberto Crescenzio, 22 anni, colpito da bombe Molotov che alcuni militanti di Lotta Continua (?) lanciarono in un bar di cui Roberto era semplice cliente. Lui usci, infuocato, e si sedette su una sedia, di fronte a centinaia di persone che cercavano di aiutarlo. Cercate la foto.
Ora sappiamo, con assoluta certezza, che tutti questi ragazzi, alcuni ragazzini, sono stati vittime sacrificali di una precisa strategia della tensione che Cossiga stesso ha confessato. Mentre poliziotti, brigatisti e terroristi neri si sparavano e credevano ognuno di lottare per la propria democrazia, quelli come Cossiga gioivano ad ogni morte, ad ogni numero che aumentava la tensione e dava sempre più poteri all'esecutivo, grazie all'approvazione degli italiani, impauriti da una morsa di paura, creata, nientemeno, da chi li governava. E viene spontaneo chiedere all'infermo Cossiga, se in quella strategia della tensione da lui promossa c'entrassero anche le stragi, visto che, sempre guardacaso, accaddero tutte in quegli anni in cui lui stesso ha ammesso di essere stato fomentatore di violenza.
Abbiamo forse, finalmente, la verità, grazie alla sua intervista, sulla Strage di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, o sulla Strage di Peteano a Gorizia il 31 maggio 1972? E della Strage della Questura di Milano, il 17 maggio 1973, Cossiga sa nulla? Strage di Piazza della Loggia a Brescia , il 28 maggio 1974, della strage sull'espresso Roma-Brennero (Italicus), il 4 agosto 1974, e della strage di via Fani, 16 marzo 1978, in cui a Roma fu rapito Aldo Moro e ammazzati i cinque uomini di scorta, e della strage alla Stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, Cossiga può raccontarci se anche quello era un modo per creare tensione, per farli ammazzare tra di loro e poi mandare le ambulanze a raccattare morti e feriti come castagne?
Dobbiamo ringraziare Francesco Cossiga, perchè senza scavare tra i cadaveri del passato, senza volare troppo indietro nel tempo, possiamo comprendere a pieno i disastri del G8 di Genova, che ad un primo sguardo pare perfettamente pianificato secondo i precisi dettami del trattato scientifico di Cossiga. Forse i manifestanti non erano tutti ubriachi quando vedevano alcuni black block che sotto alle tute nere, avevano l'uniforme. E forse non tutti i poliziotti erano provocatori quando venivano attaccati da alcune frangie sconosciute agli altri manifestanti.
Forse in realtà è sempre così che si è fatto in Italia, e Cossiga, grazie alla demenza senile, lo ha solo raccontato. Forse sempre così si farà, e forse, in occasione delle ultime proteste ed occupazioni degli studenti contro il la riformaccia Gelmini, nessuno è morto proprio perchè Cossiga lo ha raccontato, perchè sarebbe stato troppo evidente. Però avrebbe funzionato: uno studente o un poliziotto ammazzato per strada avrebbero creato un bel clima, ideale per approvare una riforma restrittiva in un clima di emergenza. Peccato, alla fine si sarebbe trattato di un morto, solo uno in più.

Una máscara para asustar


El Neardenthal estaba en la orilla del rìo tratando de pescar con una vara puntiaguda. A cada golpe se alzaba un copo de espuma blanca, pero el pez escapaba entre las piedras del fondo, dibujando un arcoiris fugaz. Ese hombre enorme, de cabeza cònica y grandes ojos asombrados no se veìa muy preocupado por su falta de destreza, por el contrario parecìa divertirse viendo las carreras acuàticas u observando los cìrculos de agua que se agrandaban deformando los reflejos de la vegetaciòn cercana.
El Neardenthal antes de ir a pescar se lavaba el cuerpo con hierbas perfumadas y defecaba para purificarse por dentro y por fuera. Luego de haber jugado con el elemento maravilloso, agradecìa al rìo que le habìa dado de comer, pedìa tambièn perdòn al pez por su hambre y se excusaba por la ignorancia de no haber encontrado otro modo de calmarla.
Desde hace tiempo se pregunta tambièn, si es tan fàcil, por què ese pequeño dios blanco, el Cromagnon que trae esa màscara horrorosa y canta obscenidades con voz gutural, no puede pescar. Està cansado, segùn dice el Cromagnon, por todo el trabajo que le diò el crear la tierra, el agua, los animales y las plantas. Ahora dice tambièn con palabras solemnes que ellos, los Neardenthal, seres deformes e ignorantes, son apenas un experimento mal logrado y que, para recibir la luz de su verdad y evitar el castigo divino, tienen la obligaciòn de servirlo. Aunque no le creyeron del todo sus historias, la màscara, como un instrumento sobrenatural, aterrorizaba. Màs por temor que por fe, le obedecieron.
En Ecuador, el niño indìgena ve reflejada en la superficie lustrosa del coche su rostro de color de la tierra. Ahora que lo ha lavado y limpiado y perfumado, debe ir a acarrear plantas para las macetas del jardìn. Y luego a ayudar en la cocina, a trajinar entre espumaderas y ollas. Queda encantado con los brillitos de la licuadora y ese calor parejito que sale del horno a gas recièn abierto. Siente cascabeles en el corazòn cuando llama el telèfono y se asombra siempre ante la maravilla de que los blancos puedan conversar con otro a tanta distancia y sin verle los ojos. La radio y la televisiòn todavìa lo asustan. Estas cosas, en su casa de la sierra no existen y sus padres, cuando lo entregaron al servicio del patròn, no le contaron nunca sobre las maravillas que habìan inventado los blancos.
Una vez espiò al patròn cuando se afeitaba. Viò como se ponìa espuma y su cara se transformò en una màscara blanca; cuando se pasò por las mejillas una maquinita apareciò un rostro de piel pàlida y muy estirada. El niño, a travès del perfume, creyò ver un dios en el momento de su nacimiento.
Otro dìa, con la vista baja, osò preguntarle al patròn si èl, un pobre niño indìgena, alguna vez podrìa poseer todas esas cosas maravillosas. El hombre, desde su altura, con voz solemne, le respondiò que si trabajaba mucho, si ahorraba lo suficiente, si serìa honrado y obediente, si no tendrìa malos pensamientos, si respetarìa siempre la ley y serìa temeroso de dios, si fuera bien educado... entonces sì, quizàs, tal vez algùn dìa. Los ojos de mirada dura contrastaban con esa sonrisa condescendiente, como una màscara divina a la cual habìa que creer y obedecer.

Construcción del miedo


La siguiente nota fue reproducida ya hace un tiempo por la Agencia Rodolfo Walsh. Creemos importante publicarla porque mantiene absoluta vigencia. Sobre todo en estas horas en que se vive una nueva escalada fascista, alentada desde los grandes medios de comunicación masiva, tendiente a "domesticar" mediante el miedo y a trasladar la responsabilidad de la inseguridad con que se vive diariamente a sus víctimas. No confundir, los verdaderos responsables son los de siempre: los dueños de todo en este país y su brazo armado, las fuerzas de seguridad. Todos los demás somos víctimas. La claridad con que Hernán López Echagüe se explaya sobre el tema es irremplazable.

Hernan Lopez Echague
6 de agosto de 2004

No piense. No experimente sensaciones. No pregunte. No responda. No discuta. No caiga en la tontería de la incertidumbre. No beba. No fume. No juegue. No haga el amor. No crea en su hijo. Tampoco en su hermano. No escuche. No opine. No vote pavadas. No pida, y, desde luego, menos aún exija. No atienda el teléfono. No llame. No desee. No mire. No interprete. No cometa el desliz imperdonable de apasionarse por una idea. No exprese solidaridad. No crea en su amigo. Tampoco en sus padres. No abrace. No distinga. No analice. No juzgue. No duerma tranquilo. No confíe. Si oye ruidos raros en su casa, salte de la cama, tome la escopeta y dispare en defensa propia. No abra la puerta. No extienda la mano. No ayude. No colabore. No bese. No cante. No sonría. Busque otra vereda cuando en la suya, a lo lejos, advierta un grupo de gente extraña, oscura. No goce ni padezca la vida.

Cierre la boca y obedezca, simplemente obedezca, y escuche la radio y lea los periódicos y, por sobre todas las cosas, no se aparte siquiera un instante de la pantalla del televisor.

En momento alguno incurra en la irresponsabilidad de asomar la cabeza por la ventana de su casa. Y escriba de prisa su testamento. ¿O es que todavía no ha caído en la cuenta de que nuestro cristiano y occidental modo de vida está en peligro? Cualquier paso torcido puede conducirnos a una tragedia impensada. El mundo se ha convertido en un inabarcable terreno destinado a la caza, mayor y menor, y nosotros, personas comunes y ordinarias, sumergidos en una ingenuidad sin límite, somos la presa codiciada. Las rutas, calles y avenidas del mundo están repletas de cazadores furtivos. De todo tipo y humor. Patotas de jóvenes drogados y locos dispuestos a arrancarnos todo: ropa, dinero, inocencia. Árabes rabiosos que sin contemplación alguna nos decapitarán. Hordas de trabajadores desocupados y familias sin techo que no hacen otra cosa que aguardar nuestro sueño para invadir nuestra casa y llevárselo todo.

Campesinos arropados de cordero que no tienen otro propósito que hacerse de nuestras tierras. Niños que, navaja en mano, aleccionados por sus padres, claro, nos esperan a la vuelta para abrirnos el vientre. En otras palabras, gente sucia, malvada y pecaminosa que no piensa más que en cagarnos la vida.

De modo tal que todo está bien así como está. Quietud, silencio, encierro, aislamiento, desdén. La existencia, condenada a balbucear entre cuatro paredes.
Alguien, alguna vez, llamó sometimiento a esta situación. Someterse. Acomodarse a una realidad fraguada que anula nuestros deseos e incluso ignora nuestras necesidades básicas, pero que por razones muy complejas, diríase que culturales y atávicas, aceptamos como orden natural, preestablecido e inviolable. Someter: subordinar la voluntad o el juicio propios a los de otra persona o grupo.
Inculcar y propagar el temor en una sociedad, es acaso el modo más sutil y certero para mantener un estado de sometimiento que, en más de una ocasión, se asemeja a la esclavitud. Porque uno, de pronto, apenas piensa en escapar solo y a las corridas entre el maizal. Y no hay mejor bocado para el poder político y económico que la soledad, el individualismo, ponerse a responder solo y a las patadas. El temor, cuando está fundado en un recelo generalizado, crea solidaridades efímeras y echa por tierra la solidaridad franca y duradera. Todo es desconfianza. Bush apeló a la propagación del miedo entre los norteamericanos -tan proclives a caer en el pánico, dicho sea de paso- para entregarse alegremente a la matanza de miles de iraquíes con el único y excluyente propósito de robar petróleo. Pero, ¿cómo logró el poder político de los Estados Unidos llevar a ojos y oídos de la población esa paralizadora sensación de terror? Los grandes medios de comunicación actuaron de puente.

Los grandes medios de comunicación siempre actúan de puente entre el poder y la sociedad, cuando no de voceros. Y la conducen según sus antojos. La razón es sencilla. Son empresas, enormes en muchos casos, que responden a una serie de intereses ideológicos y comerciales que habitualmente poco tienen que ver con la búsqueda de una sociedad mejor. Existe una clara afinidad, en oportunidades familiar y generalmente ideológica, entre la clase social que dispone de los medios de producción material y la que dispone de los medios de producción intelectual. Una sociedad de hecho.

Dos jóvenes roban tres chorizos en una carnicería; a una señora le arrancan la cartera; violan a una joven. Los diarios titulan: "Escalada de violencia". Y en cada esquina comienzan a hablar de la escalada de violencia. "Así no se puede vivir". "Queremos orden". "Para eso pagamos nuestros impuestos". "Los meten presos por una puerta y los sacan por otra".
Entonces, los grandes medios de comunicación resuelven auscultar el ánimo de la gente. Una encuesta de tono inductivo: "¿Tiene miedo?". Por supuesto que lo tengo, si he visto al carnicero putear y a la señora y a la madre de la joven llorar. Los medios difunden el resultado: "El 78 por ciento de la población tiene miedo".

Los desocupados marchan por las calles exigiendo pan y trabajo. Los diarios titulan: "El centro de la ciudad fue un caos", y en la nota editorial se preguntan: "¿Hasta cuando?". La gente, entonces, absorbe y dice por todas partes: "Queremos orden". "La libertad de uno termina donde comienza la del otro". "Es inconcebible". Los medios hacen la encuesta: "¿Qué opina de las manifestaciones que entorpecen el tránsito?". El 75 por ciento las rechaza. A la mañana siguiente, los medios informan: "La gente está harta de esta situación, lo dicen las encuestas".

Así las cosas, el miedo que los propios medios de comunicación crearon y propagaron, cobra un irrefutable aire de legitimidad. Porque "es la gente" la que está harta. Una realidad engañosa que cumple su cometido: sumergir a la sociedad en la quietud, en la ausencia de participación, en la desconfianza.
La noticia se ha convertido en mercancía, y el miedo es una etiqueta que vende. Fascinados por la forma, por el amarillismo, los grandes medios han hecho a un lado el fondo de la cuestión.

Ignacio Ramonet, director de Le Monde Diplomatique, escribió años atrás: "Basta con que un hecho sea lanzado desde la televisión -a partir de una noticia o imagen de agencia- y repetido por la prensa escrita y la radio, para que el mismo sea acreditado como verdadero sin mayores exigencias. Y como en la actualidad los medios funcionan entrelazados, de forma que se repiten e imitan entre ellos, es frecuente la confirmación por parte de un medio de la noticia que éste mismo lanzó a partir de la reproducción de la misma en otro medio, que simplemente la "levantó" del primero (...). Los medios se autoestimulan de esta forma, se sobreexcitan unos a otros, multiplican la emulación y se dejan arrastrar en una especie de espiral vertiginosa, enervante, desde la sobreinformación hasta la náusea. De esta forma, podemos recordar, se construyeron las mentiras de la Guerra del Golfo. ¿Qué medios tiene el ciudadano para averiguar si se falsea la realidad?".
Esta semana, en una vieja edición de la revista dominical del diario El País, de Madrid, leí un excelente artículo de Javier Cercas titulado "Fuera es feo". Refiere Cercas el curioso mandamiento que gobierna al matrimonio conformado por el director de cine Arturo Ripstein y la guionista Paz Alicia Garciadiego: en su hogar no admiten la presencia de la televisión, tampoco radio, y mucho menos espacio para diarios o revistas. Una manera práctica de protegerse de las toneladas de basura y calamidades que, en apenas minutos, es capaz de arrojar sobre nuestra cabeza un programa de tv en apariencia inofensivo o un editorial de La Nación, por ejemplo.

Me atrevo a discrepar con el matrimonio Ripstein-Garciadiego. Fuera es más lindo, y tampoco es necesario hacer gala de una inquebrantable valentía para salir, caminar, saludar, abrazar, mirar, escuchar, socializar, solidarizarse, beber, amar, decir, creer, compartir y, por sobre todas las cosas, cambiar: reunirse con el desfachatado objetivo de cambiar este lastimoso estado de las cosas donde priman el miedo y la indiferencia.

Suficiente sería comprender la sensata máxima del subcomandante Marcos: "Un valiente es un cobarde que corre hacia adelante".