26 febbraio 2009

Argentina: Militari=Civili


Il governo vota una legge rivoluzionaria: tribunali civili per i militari

La forma e la sostanza. La patina superficiale e il cambio epocale. L’Argentina non sarà più solo l'espressione di un’equazione senza risultato ma la somma di doveri e diritti. Da domani, grazie a una legge del governo. Approvata con 59 voti.

Parole importanti con un timbro ufficiale. Riforma penale l’hanno chiamata. A volte la burocrazia nasconde al suo interno il seme della concordia. In una nazione schiacciata per un lungo settennato sotto la spessa coltre di una dittatura brutale, l’unica pacificazione possibile tra vittime e carnefici passa attraverso l’assunzione di responsabilità.

Fino a ieri, i militari venivano giudicati da appositi tribunali. Assisi sfiorate dal conflitto di interesse. Consessi sordi alle istanze della società civile. Tra ventiquattr’ore, quell’epoca diverrà uno sgradito ricordo. Scompaiono il reato “contro l’onore militare” (a far evaporare definitivamente l’idea che gli uomini in divisa abbiano valori differenti e più alti rispetto al resto della popolazione), quello di omosessualità (in una casta che ancora oggi, pretende dai divorziati il congedo immediato) e decade completamente la giurisdizione penale militare. Al codice penale ordinario si incorporano delitti specifici come la violenza sessuale perpetrata da un superiore, viene cancellata simbolicamente la pena di morte (prevista ma non applicata da decenni), sono previste sanzioni durissime per l’abuso di potere e viene sanzionata per la prima volta la possibilità di utilizzare punizioni per redarguire “idee e credi politici, religiosi o morali”.

La potenza di norme che tolgono fiato alle pretese delle gerarchie con le stellette, ha avuto un’enorme eco popolare e si inserita in un più ampio spettro di decisioni, tese a modernizzare un ambito ancora legato al trittico onore-fedeltà-silenzio. Al testo ha collaborato Ileana Arduino, avvocato specializzata in violazione dei diritti umani. Arduino ha lavorato a fondo, in una nazione in cui sulla sottrazione di minori (figli di perseguitati politici adottati da poliziotti e militari durante gli anni della dittatura), non c’era volta in cui il consiglio supremo militare delle forze armate non pretendesse di dichiararsi “competente” sul tema.

Nelle caserme, il malumore è più di un’impressione. E se il “tintinnar di sciabole” non è riproponibile, le associazioni dei reduci promettono manifestazioni e proteste. Solo in caso di guerre o di conflitto armato permanente, potranno riapparire tribunali militari ma solo se “la situazione rendesse impossibile ricorrere al regime penale ordinario”.

Le ronde si finanzieranno col pizzo


Ronde con sponsor
"No ai finanziamenti dei privati"
Ronde mercenarie, finanziate da privati e sponsorizzate dalle aziende.

Il decreto legge anti-stupri cela una falla: la possibilità per i "volontari della sicurezza" di incassare soldi da persone fisiche o giuridiche. Sarebbe la privatizzazione della sicurezza: "Un rischio gravissimo, da evitare a tutti i costi", avverte il presidente del Veneto, Giancarlo Galan. "Un passo verso l'abisso per lo Stato di diritto", tuona il costituzionalista Stefano Merlini. Il decreto legge sulle ronde, pubblicato il 24 febbraio sulla Gazzetta Ufficiale numero 45, all'articolo 6 prevede che "i sindaci, previa intesa con il prefetto, possono avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati al fine di segnalare alle forze di polizia eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana".

Le associazioni dovranno essere iscritte in un apposito elenco tenuto dal Prefetto. Il sindaco dovrà avvalersi "in via prioritaria" delle associazioni composte da personale delle forze dell'ordine in congedo. Poi al comma 5, il decreto aggiunge: le associazioni diverse da quelle composte da personale delle forze dell'ordine in congedo "sono iscritte negli elenchi solo se non siano destinatarie, a nessun titolo, di risorse economiche a carico della finanza pubblica". Ecco il punto: come si finanzieranno le associazioni tra normali cittadini? Chi provvederà al rimborso delle loro spese? Il decreto legge non esclude che i "volontari per la sicurezza" possano essere pagati da privati, persone fisiche o aziende: se non vorranno rimetterci di tasca propria, potranno farsi sponsorizzare. Nessuno glielo può impedire. Almeno stando alla lettura del testo. Salvo nuove sorprese che potranno arrivare dal decreto d'attuazione del Viminale, da adottare entro 60 giorni.

Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, tiene infatti duro: nelle ronde verrà attuato "un controllo fortissimo da parte degli organi di polizia su chi vi partecipa". E su chi le finanzia? "Giuridicamente non ci sono dubbi - spiega Stefano Merlini, costituzionalista a Firenze - la norma per come è scritta lascia la possibilità di un finanziamento privato delle ronde. Le associazioni di cittadini, riconosciute dall'articolo 18 della Costituzione, possono infatti chiedere contributi a chicchessia. Le ronde potranno dunque rivolgersi alla Confcommercio, Confesercenti, aziende o negozianti. Nella loro funzione di pubblica utilità potranno chiedere finanziamenti. Il rischio è uno squadrismo pagato da quella parte della popolazione che non si sente sufficientemente protetta. Di più, si può finire per istituzionalizzare un rapporto mafioso: io ti proteggo, tu mi paghi".

Merlini è caustico: "Per lo Stato di diritto è il primo passo verso l'abisso". Il rischio non viene sottovalutato neppure dal presidente del Veneto, Giancarlo Galan. "Non vedo nulla di male nel fatto che ci siano persone che invece di andare a giocare a carte all'osteria si interessino degli altri - premette - vedo invece qualche cosa di male nello spontaneismo esasperato, nel fai da te e nell'utilizzo politico di queste ronde. Credo debbano essere coordinate e fatte da persone istruite e che siano soprattutto carabinieri in pensione e alpini, cioè gente che ha una preparazione. Dilettanti allo sbaraglio in questo paese ne abbiamo visti un po' troppi". Poi sul finanziamento privato delle ronde, aggiunge: "È un rischio da evitare a tutti i costi. La privatizzazione delle ronde non sarebbe una cosa giusta. Il fenomeno deve essere istituzionalizzato e controllato dall'amministrazione pubblica".


Di che ronda sei?
Le mani dei partiti sulle ronde
In prima fila Lega, An e Destra
Boom al Centro nord, ed è allarme. La bandiera della sicurezza fa gola
E ora bisogna vedere cosa accadrà con la patente di legittimità del governo

I City Angels battono le strade milanesi da 14 anni. Gli "assistenti civici" di Livorno sono invece pronti a debuttare in questi giorni. Il decreto anti-stupri del governo non fa che accelerare un processo in corso: decine sono le ronde già attive nei comuni del centro-nord. Il rischio? Le mani dei partiti sulla sicurezza. Una parte delle ronde ha infatti un colore politico: in testa, sventolano le bandiere della Lega Nord, seguite da quelle di An, Destra di Storace, Forza Nuova e Fiamma tricolore. "Il rischio di politicizzazione della sicurezza - avverte l'Associazione nazionale dei funzionari di polizia - è reale e ci riporta alla memoria tempi che credevamo superati".

Quello delle ronde non è un fenomeno omogeneo. Si va dai pensionati con block notes di Firenze, agli studenti-vigilanti di Bologna; dagli storici e apartitici City Angels lombardi, alle ronde targate Carroccio. Se infatti è vero che una parte del fenomeno è trasversale a tutte le amministrazioni comunali, di centrosinistra e centrodestra, un'altra parte mantiene precisi connotati politici.

Molte ronde sfilano oggi sotto le insegne leghiste. Le prime? Le "Ronde padane", nate a Voghera nel 1997: "Stavamo raccogliendo le firme per chiedere una maggiore presenza di polizia nel centro storico - racconta uno dei fondatori, Gigi Fronti - quando ci venne in mente che noi stessi potevamo fare la nostra parte formando squadre che, disarmate, girassero per la città". Quanti sono i volontari padani? Numeri ufficiali non ce ne sono, ma Mario Borghezio, già dieci anni fa, parlava di 8mila persone: "Da Cuneo e Trieste sono una quarantina i comuni coinvolti, anche grandi come Modena, Torino e Monza".

La bandiera della sicurezza porta voti e fa gola a molti. Gli altri partiti non stanno a guardare: si muove Alleanza nazionale, con Azione Giovani a Torino, Padova e Venezia; muovono i primi passi le ronde della Destra di Francesco Storace alla periferia di Roma; la Fiamma Tricolore annuncia di aver cento militanti pronti a Trieste; Forza Nuova è già attiva a Foggia e Pescara. Bisogna vedere ora cosa cambierà con la patente di legittimità promessa dal governo, sotto la responsabilità del prefetto. "Non solo le ronde sono una maldestra surroga alla mancanza di turn over tra le forze dell'ordine - sostiene Enzo Letizia, segretario dell'Associazione nazionale funzionari di polizia - ma costituiscono un rischio reale di politicizzazione della sicurezza. Le ronde - prosegue - sono permeabili all'infiltrazione di organizzazioni criminali, come mafia e camorra e possono nascondere tra le loro fila delle squadracce di esaltati pericolosi".

Meno allarmato il giudizio del sociologo Marzio Barbagli: "Non serviranno a granché, ma non credo che siamo in presenza di fenomeni pericolosi, se disarmati e privi di colore politico. Una cosa però è certa: le ronde rappresentano una forma premoderna di sicurezza, di prima che nascesse la polizia. Se le si ritirano fuori, accanto all'uso dei militari in città, si mette in discussione la funzione stessa delle forze dell'ordine".

25 febbraio 2009

Testamento biologico


I medici dei malati terminali già da una settimana chiedono che la legge venga fermata

Il documento della Società Italiana di Cure Palliative e della Federazione Cure Palliative che spiega come con la nuova legge, che rende obbligatorie nutrizione e idratazione forzate, si moltiplicherebbero le sofferenze dei malati terminali. Una prospettiva sadica e raccapricciante.

Un grave rischio ci impone di intervenire nel difficile e delicato dibattito su idratazione ed alimentazione: la veloce approvazione di una legge sulle direttive anticipate dopo anni di discussioni interminabili, con la formulazione che sembra configurarsi nel testo che approda alla discussione di Camera e Senato in queste ore, potrebbe causare una situazione clinica ed assistenziale le cui conseguenze non sembrano chiare a tutti.

Proprio per questo noi, operatori di cure palliative, che ogni giorno ci troviamo di fronte alle situazioni di confine tra la vita e la morte, con l’obiettivo di accompagnare fino al termine della loro esistenza le persone colpite da una malattia cronica in fase terminale e la “missione” di non farle soffrire, sentiamo il dovere di mettere in luce che, se dovesse essere approvata una legge che esplicitamente ed indiscriminatamente impone l'idratazione e l’alimentazione per tutti i pazienti, ci troveremmo di fronte a tale obbligo anche per coloro che vivono una fase di inevitabile e prossima terminalità, per le quali non si tratta di non iniziare o sospendere una terapia ma di accompagnarle a una fine dignitosa con tutte le conoscenze e gli strumenti che la medicina oggi ci offre.

È incontrovertibile che, nell'accompagnamento del processo di morte naturale, per evidenti cause cliniche, il paziente non è più in grado di ricevere acqua e cibo proprio perché sta morendo.

E’ il corpo stesso della persona che sta vivendo gli ultimi giorni della sua vita che non sente più il bisogno di mangiare e bere, come sa chiunque abbia assistito alla fine di una persona cara. Per non andare contro questa possibile legge cosa dovremmo fare allora? Dovremmo mettere in atto un trattamento clinicamente inappropriato aumentando la probabilità di un peggioramento di quei sintomi, di quella sofferenza, che noi stessi siamo chiamati a curare? Questo disegno di legge, è evidente, ci imporrebbe, in ambito palliativo, di attuare delle pratiche contrarie al bene dei pazienti.

Chiediamo alla politica di ripensare il suo ruolo e di fermarsi di fronte a una decisione che potrebbe avere delle ricadute concrete e dolorose sulla fine, naturale e faticosa, di tante persone come conseguenza di malattie per cui purtroppo non c'è guarigione, ma per cui rimane possibile un percorso di cura che sappia dare senso anche agli ultimi giorni.

Vù compra?


Migranti: hanno ben 165mila aziende. Quasi il 10% del lavoro dipendente.
La destra di Berlusconi, condotta per mano dall'ignorante Lega, vorrebbe cacciarli o buttarli a mare. Ma ormai i migranti in Italia conducono ben 165mila aziende, ed incidono quasi per il 10% nel lavoro dipendente. Oggi l’immigrato imprenditore è un professionista a tutto tondo che dà lavoro, è la stima, ad almeno mezzo milione di lavoratori, anche italiani. Non si occupa solo di etnico ma amministra lavanderie, saloni di estetica, pasticcerie, agenzie di viaggio e di traduzione; anche farmacie e piccole case di moda.

Il numero delle imprese di immigrati, in Italia, è in forte ascesa: dal 2000, sono cresciute al ritmo di 20 mila l'anno. In cinque anni, dal 2003 al 2008, gli imprenditori stranieri sono triplicati. Attualmente sono 165.114 gli immigrati titolari d'impresa. Si tratta di un'azienda ogni 33 (il 2,7% di quelle registrate, il 3,3% di quelle attive) e rispetto al 2003 (quando erano appena 56.421) il loro numero, a giugno 2008, è triplicato. Un sesto degli imprenditori è donna.

È il quadro che emerge da un rapporto della Fondazione Ethnoland, realizzato in collaborazione con i ricercatori del Dossier immigrazione Caritas/Migrantes (“ImmigratImprenditori”, ed. Eidos), presentato a Roma. Il maggior numero di imprese si trova in Lombardia (30mila) e Emilia Romagna (20mila). Nel meridione si registrano però delle eccellenze: in Sardegna, Sicilia e Calabria gli immigrati hanno uguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani e in alcune regioni come il Piemonte e la Toscana è più soddisfacente della media nazionale. Tra gli italiani vi è un' impresa ogni 10 residenti, mentre tra gli immigrati una ogni 21.

Se si uguagliasse il tasso d’imprenditorialità nazionale, entro 10 anni l'ammontare delle nuove aziende “straniere” potrebbero salire di altre 200mila raggiungendo un milione di occupati. A livello provinciale, al momento, spiccano Milano (17.297) e Roma (15.490). Il settore privilegiato è l'industria con 83.578 aziende (50,6%); al suo interno prevale l'edilizia (64.549) e il tessile (10.470). Gli agricoltori sono appena 2.500, per via degli alti costi iniziali che comporta l'acquisto dei poderi. Gli imprenditori stranieri sono per lo più marocchini (in 5 anni sono aumentate del 27,4%), seguono i romeni (+61,2%), i cinesi (+24,4%), l'Albania (+48,5%). I marocchini sono per lo più dediti al commercio (67,5%), i romeni all’edilizia (80%), i cinesi si ripartiscono fra l'industria manifatturiera (46%) e il commercio (44,6%).

A spingere un immigrato ad avviare un'impresa è il maggior guadagno visto che se dipendenti la loro paga è appena il 60% di quello di un italiano. E poi, rileva il rapporto, gli immigrati vogliono «scrollarsi di dosso i pregiudizi dando di sé un'immagine più veritiera. La volontà di affermarsi è fortissima anche se a volte è frenata dagli ostacoli legislativi, burocratici, finanziari, ambientali». Il più delle volte hanno fatto la gavetta da dipendenti, spesso cambiando lavoro.

Il rapporto ricorda che il lavoro degli immigrati contribuisce alla formazione di circa un decimo del Pil. Nel 2007, il loro gettito fiscale è stato stimato in 5,5 miliardi di euro. Mentre, il costo a carico dei comuni - se si ipotizza che siano stati il 20% dell'utenza - si stima una spesa di 700 milioni di euro: «un livello comunque di neanche un quinto del totale delle entrate fiscali assicurate dagli stessi immigrati». Infine: ogni tre immigrati adulti due hanno un conto in banca.

24 febbraio 2009

Ronde: Squadre fasciste a Trieste


A Trieste ronde intitolate allo squadrista Muti

Si parla di ronde. Quelle che il governo pochi giorni fa, con l’approvazione di un decreto sulla sicurezza, ha reso legali. A Trieste il Movimento Fiamma Tricolore ha deciso di mettere a disposizione dell'intero territorio provinciale un corpo di 100 volontari. “Tutti cittadini italiani”, beninteso, “molti dei quali esperti di arti marziali o ex appartenenti alle forze armate o a corpi di polizia per i servizi di sicurezza del territorio”, si legge in una nota. “I volontari saranno dotati unicamente di telefono cellulare, torce per la vigilanza notturna e spray anti aggressione, il cui utilizzo è divenuto ormai legale”. E avranno anche un nome. Un po’ particolare. Si chiameranno “Squadre Ettore Muti”.

Chi era Ettore Muti? Secondo Stefano Salmé, segretario regionale della Fiamma Tricolore, è “un eroe della militare della prima, come della seconda guerra mondiale”. Definizione che non risponde a verità. Non del tutto quanto meno. Ettore Muti era uno squadrista, un fascista della prima ora. E’ stato gerarca fascista fin dagli esordi, segretario del Partito Nazionale Fascista, e nel suo curriculum può vantare diversi assalti squadristi, e per l'occupazione della prefettura di Ravenna durante le operazioni della marcia su Roma. Muti è stato ucciso a Fregene durante il suo arresto da parte dei carabinieri il 24 agosto del 1943.

Chissà cosa ne penseranno i triestini di questa simpatica iniziativa e soprattutto se si sentiranno più sicuri se nella città gireranno civili armati di spray con nostalgie per il Ventennio che fu. E chissà, poi, che cosa ne penserà il ministro dell’Interno Roberto Maroni, fautore della norma e che ha sempre detto che le ronde non dovevano essere politicizzate. «L’ipotesi di istituire le ronde è profondamente sbagliata – ha detto Sergio Cofferati sindaco di Bologna - perché introduce nell’ordinamento il principio che lo Stato delega ad altri l’esercizio di funzioni importanti e delicate come sono quelle rivolte a garantire la sicurezza dei cittadini». Secondo Cofferati, inoltre, «ad un'idea sbagliata poi si aggiunge l’aggravante di un'interpretazione che prefigura addirittura un ruolo dei partiti nella costituzione e nell' attività delle ronde stesse».Insomma, per il sindaco sceriffo, il ruolo svolto dalle ronde «dovrebbe essere svolto dalle polizie di Stato», mentre «sono altra cosa le esperienze degli assistenti civici, che hanno funzioni non sostitutive delle polizie». La loro, ha concluso Cofferati, «è un'attività sussidiaria e nulla più: ben diverso da quello che si propone per le ronde». Specie a Trieste.

23 febbraio 2009

Tribunal especial para el genocidio


¿Por qué no? Los juicios contra los responsables del genocidio argentino van lentísimos. Juicios repetidos, repetidas también la recolección de pruebas y los testimonios de las víctimas. Parece,--y es una sospecha fundada--, que muchos jueces dilaten hasta el cansancio los procesos, o pongan trabas inauditas para iniciar los juicios orales. Una forma encubierta para beneficiar a los verdugos. No hay prescripción en estos procesos, pero la dilación injustificada lleva a que los responsables se mueran antes de ser condenados. Una forma más de declararlos "inocentes".
Ya es costumbre consolidada en el mundo la construcción de tribunales especiales para juzgar delitos de lesa humanidad: Nüremberg, La Haya, para la ex-Yugoslavia, Ruanda, etc. ¿Por qué no para los crímenes de lesa humanidad cometidos por los militares en Argentina?
Pese a todo lo realizado por el gobierno de los Kirchner, uno siente....

Tristeza por la poca voluntad

Por Carlos Slepoy - Abogado especialista en derechos humanos
En su reciente viaje a España, Cristina Fernández, la presidenta de nuestro país, ofreció, el 10 de febrero, una conferencia en la Casa de América de Madrid (el contenido completo de la misma puede consultarse en la página web de la Presidencia de la Nación) en la que, tras una aplaudida intervención, contestó dos preguntas formuladas por el público. Una de ellas, de Matías Garrido, miembro de la Casa Argentina de Madrid, rezaba textualmente: “¿Qué opinión le merece la creación de una instancia judicial exclusivamente encargada de juzgar los crímenes cometidos durante la dictadura militar?”. Tras destacar que el retraso en los procedimientos nos causaba angustia a todos, señaló: “La creación de un fuero especial creo que, precisamente, sería algo que buscarían aquellos que persiguen invalidar juicios en materia de derechos humanos porque sería la creación de un fuero especial” y agregó que ello vulneraría “principios básicos del Derecho Penal Occidental y plantearía la nulidad de las causas, inclusive ante la propia Corte Suprema de Justicia de la Nación sin necesidad siquiera de recurrir a ningún juez internacional como, por ejemplo, podría ser la Corte Interamericana de Derechos Humanos”, lo que provocaría que los juicios se dilatarían aún más.

La Presidenta se refería a la creación de tribunales especiales para juzgar estos crímenes, los entendió contrarios al derecho penal occidental y estimó que retrasarían aún más las causas, como ha quedado dicho.

Dado que esta argumentación es utilizada una y otra vez para justificar el más absoluto inmovilismo, es preciso contestarla. El derecho penal occidental registra múltiples casos de la creación de tribunales especiales para juzgar genocidios, crímenes de lesa humanidad y crímenes de guerra: tribunales de Nuremberg, de Tokio, para la ex Yugoslavia, para Ruanda, etc. Asimismo fue a través del derecho penal occidental que se abrieron distintos procedimientos en Europa contra los militares genocidas argentinos lo que constituyó un aporte sustancial para que en Argentina se acabara con la impunidad legal. Son solamente unos escasos ejemplos. Todos estos tribunales fueron en su día calificados por los acusados, y no sólo por ellos, como fueros especiales que violaban el principio del juez natural. Lo que no impidió que los procedimientos avanzaran, prestaran un enorme servicio al derecho penal internacional y al derecho internacional de los derechos humanos y dejaron ya definitivamente inscripto que, cuando se juzgan crímenes que lesionan a la humanidad, deben establecerse los tribunales que sean más adecuados para su juzgamiento, sin que por ello se lesionen ninguna de las garantías de los procesados. Por eso, los recursos que pudieran interponerse ante cualquier instancia, nacional o internacional –incluidas la Corte Suprema de Justicia de la Nación y la Corte Interamericana de Derechos Humanos–, no sólo no paralizarían los procedimientos, sino que estarían destinados a su seguro fracaso.

Lamentablemente, a esta altura de los acontecimientos hay que contar con que no hay ninguna voluntad de dar otro paso más en el desarrollo del derecho penal internacional creando tribunales especiales, con jueces y fiscales expertos en derechos humanos que, a través de macrojuicios, juzgarían en poco tiempo a los que con el sistema actual tardarán décadas en ser juzgados. Esta iniciativa sin duda produciría el aplauso y el apoyo caluroso de instancias internacionales, organismos de derechos humanos y juristas de todo el mundo. En consecuencia, lo que se viene planteando por parte de los organismos de derechos humanos y organizaciones sociales argentinos –y lo que estaba implícito en la pregunta de Matías Garrido– tiene un alcance más modesto. Se pretende que se dicte una ley por el Parlamento o una acordada por la Corte Suprema, que organice el caos en que se encuentran los procedimientos judiciales y que los jueces que están actualmente actuando, y otros que se designen si fuera necesario, se dediquen con exclusividad a los mismos, siendo liberados de las múltiples causas que los distraen y entorpecen, asignando éstas a otros jueces. Se reclama que tengan el apoyo técnico y logístico que estos procesos merecen. Se pide que se cree una unidad del Ministerio Público dedicada a estas causas y que los fiscales que se nombren se dediquen exclusivamente a ellas. Se postula que se establezcan mecanismos ágiles y eficaces para remover a los jueces que no quieren juzgar estos crímenes. Se reivindica que se termine de una vez por todas con los juicios uno por uno, o en pequeños grupos, y que los tribunales celebren juicios orales para la totalidad de los miembros de una misma jurisdicción militar o circuito represivo teniendo en cuenta que el jefe máximo tiene a priori responsabilidad por todos los crímenes cometidos en dicha jurisdicción o circuito y así en sentido descendente.

Relacionado con este último tema, y aludiendo al reclamo de que las pruebas producidas en un proceso sean válidas en otros para evitar la insoportable dilación y el peregrinaje de las víctimas por múltiples juzgados –que el juez Daniel Rafecas ha calificado como una revictimización–, la Presidenta señaló textualmente: “Se pretendía que las pruebas en juicio pudieran valer en otro juicio, algo que también, si hay abogados presentes, saben que esto es imposible porque una de las claves que hace al derecho de defensa y del debido proceso es que cada acusado pueda controlar adecuadamente las pruebas por las cuales se fundamenta la acusación contra él”. No hay nadie que pretenda vulnerar el derecho de defensa y el debido proceso. Como todo abogado sabe, un proceso judicial es elevado a juicio oral cuando existen pruebas que aportan indicios suficientes de que se ha cometido un crimen y se presume que una o más personas lo han perpetrado. Es en el juicio oral en el que se deben reproducir esas pruebas, practicarse otras si fuera necesario, declarar nuevamente los testigos, etc. Por tanto, la acumulación y especialización de los procesos que proponemos no impide en modo alguno que los defensores de los acusados y de los acusadores puedan analizar adecuadamente las pruebas, antes y durante el juicio. Por el contrario, garantizan su concentración y, en consecuencia, su mejor control. El pueblo argentino acumuló en estas últimas décadas, y puso a disposición de la administración de Justicia, un enorme caudal probatorio para incriminar a quienes están siendo actualmente procesados. Con sólo un mínimo de estas pruebas cualquier juez de instrucción elevaría inmediatamente la causa a juicio oral si de delincuentes comunes se tratara. Sin embargo, las instrucciones de los procesos duran años y se otorga a los genocidas la posibilidad de retrasarlos con chicanas procesales de todo tipo. Es un oprobio que, después de haber conseguido tanto, tengamos que conformarnos con tan poco.
Finalmente, Cristina Fernández, tras expresar que aceptaba que se discutieran las políticas sociales y económicas de este gobierno y el anterior de su esposo Néstor Kirchner, dijo: “Pero creo que no hay argentino ni persona en el mundo que pueda dudar acerca de la convicción del gobierno del presidente Kirchner y de esta Presidenta en la necesidad de que sean juzgados y castigados todos aquellos que han violado los derechos humanos en la República Argentina”.

No es mi propósito discutir la convicción de nuestra Presidenta, ni dudar de los notables logros de la primera etapa del gobierno del ex presidente en esta materia. Pero en la vida pública –también en la privada– las convicciones se expresan a través de actos u omisiones, que constituyen también un modo de actuar. Tan valiosos y necesarios fueron los actos en su día producidos, como clamorosas y regresivas las omisiones de estos últimos años.

Lo triste de todo esto es que el Gobierno puede, si quiere, liderar el nuevo impulso que se necesita. En éste, como en tantos otros temas cruciales no abordados a pesar de su perentoria necesidad, cuenta con su antigua convicción y tendrá el apoyo de todos los que quieren ese otro país que, como la Presidenta repite una y otra vez, es posible. Si se quiere, es posible.

21 febbraio 2009

Campaña de recolección de firmas


NO a la minería química a cielo abierto y la minería nuclear en todas sus formas
Los ciudadanos del territorio argentino decimos NO a la minería química con la modalidad a "cielo abierto" y a la minería radiactiva en todas sus modalidades (cielo abierto o por galerías).

Pedimos la nulidad y derogación de la Ley de Inversiones Mineras (Ley Nacional 24.196) y normas complementarias.

Exigimos la derogación y anulación por parte de la República Argentina del "Tratado de Integración Minero Argentino-Chileno".

Reclamamos el cierre definitivo y la recomposición del ambiente, según el art. 41 de la Constitución Nacional, de todas las minas abandonadas y aquellas que están funcionando y no respetan la ley general del ambiente (ley nº 25675).

Pedimos previa autorización expresa para la utilización de recursos hídricos compartidos de las poblaciones de las provincias potencialmente afectadas por un emprendimiento minero que se expresarán por referéndum y demandamos la participación de la autoridad ambiental nacional en caso de efectos ínter-jurisdiccionales.

Pedimos se respeten estrictamente los principios ambientales preventivo, precautorio y de sustentabilidad contenidos en la ley general del ambiente y la sanción de caducidad de las concesiones mineras en caso de incumplimiento.

Reclamamos la detención y prisión de los empresarios mineros que contaminan el medio ambiente con sus delitos y la misma condena para los funcionarios públicos cómplices.

Denunciamos los planes nucleares que se fomentan desde el gobierno y enriquecen a los empresarios mineros que desarrollan emprendimientos mineros radiactivos.

Reclamamos expresa "Licencia Social" y participación ciudadana real y efectiva previas a los procesos de autorización de actividades mineras.

¡Sí a la vida y a la dignidad! ¡No al saqueo, destrucción y contaminación!


¡Sumá aquí tu firma a este reclamo!

Minería, no


El debate sobre el modelo minero

Por Maristella Svampa
Son numerosas las resistencias sociales que ha venido generando la minería transnacional, en diferentes localidades y provincias, erigidas hoy en verdaderos territorios de resistencia. Así, existen unas setenta asambleas contra la megaminería a cielo abierto, nucleadas en la Unión de Asambleas Ciudadanas (UAC), entre las cuales se encuentran las emblemáticas asambleas de Chilecito y Famatina, en La Rioja, cuyos vecinos luchan desde 2006 contra la instalación de una minera, a cargo de la transnacional Barrick Gold, en el antiguo distrito minero La Mexicana, y mantienen desde 2007 un corte de acceso al campamento de la empresa.

La historia reciente de la cuestión minera en La Rioja está atravesada por grandes escándalos de corrupción y violación de procesos ciudadanos. Junto con Catamarca y San Juan, La Rioja forma parte del núcleo duro del modelo minero. El ex gobernador Maza fue secretario de minería de Menem, en los ’90, cuando se dictaron las actuales leyes mineras, que favorecen al capital transnacional y la depredación ambiental.

Los vecinos autoconvocados de Chilecito y Famatina no ignoraban que su acción se insertaba en un campo asimétrico, dado los grandes intereses económicos y políticos en juego. Sin embargo, la crisis política provincial abierta en 2007, asociada a una feroz interna peronista, abrió el espacio a nuevas oportunidades políticas, dando visibilidad a estas demandas. El escándalo hizo públicas las vinculaciones entre el entonces gobernador Maza, la Barrick Gold y la antigua empresa pública Yamiri, rebautizada como sociedad anónima, Yamiri Gold and Energy Inc. En los ’90, los derechos de explotación de siete proyectos mineros importantes de La Rioja habrían sido transferidos gratuitamente a la sociedad anónima con sede en Canadá, donde reside la Barrick, que más tarde se convertiría en su principal socia.

La crisis institucional terminó eyectando a Maza de la gobernación, sustituido por el vicegobernador, Luis Beder Herrera, quien se apropió de modo oportunista del discurso ambientalista y sancionó poco después una ley de prohibición de la minería a cielo abierto con cianuro. Pero una vez consolidado por la vía electoral, el flamante gobernador derogó la ley que prohibía la megaminería, y aquella que llamaba a una consulta popular por el tema, un reclamo ineludible de la comunidad movilizada.

El escandaloso hecho de la derogación de la ley antiminera, ocurrido en julio de 2008, tuvo varios corolarios; por un lado, el nombramiento del presidente de la Cámara Empresarial de Minería como nuevo secretario de Minería provincial; por el otro, el silenciamiento de docentes y periodistas que se oponen a este tipo de minería. El último y más reciente es la apuesta por la represión abierta, dada la resistencia de los vecinos, que hoy encuentran el apoyo de otras asambleas, surgidas en La Rioja capital y Sanagasta.

Pocos argentinos están al tanto de que la megaminería a cielo abierto involucra directa o indirectamente a 15 provincias argentinas. Pocos saben acerca de las características de la nueva minería y de sus gravosas consecuencias en términos sociales, económicos y ambientales, ya puestos de manifiesto por el caso de La Alumbrera, en Catamarca. Pocos están al tanto de las estrategias llevadas a cabo por gobiernos provinciales y empresas transnacionales, con el aval del Estado nacional, que incluyen convenios con universidades públicas, en busca de una “legitimidad social” que les es negada por las propias comunidades afectadas. Así, la renuencia sistemática a abrir un debate público sobre el modelo minero, por parte de sectores políticos y empresariales, nos plantea preocupantes interrogantes sobre la cuestión de la democracia en Argentina. ¿Habrá que esperar que distintos gobiernos provinciales, como en La Rioja, apelen a la salida represiva para finalmente colocar en la agenda pública esta problemática central de nuestra sociedad?

19 febbraio 2009

Un'altra battuta stupida e gratuita

Ennessima gaffe di Berlusconi sui desaparecidos

Ricordi, sig. Berlusconi, che i “voli della morte” in Argentina, durante 1976 e 1983, portavano oppositori, persone selvaggiamente torturate e poi drogate per essere buttate vive in mare ai fini di farle scomparire.
Apra bene le orecchie, sig. Berlusconi, non si permetta mai più di far le sue solite battute stupide sui nostri desaparecidos. Lei non ha la statura necessaria né i meriti per farlo impunemente. Noi ci rifiutiamo di sopportare passivamente la sua ironia da cabaret sui tragici eventi che hanno portato alla scomparsa forzata di 30.000 persone in Argentina. Rifiutiamo energicamente questo modo banale di ottenere una facile risatina da parte del pubblico per mantenere la sua immagine "simpatica".
Forse la sua leggerezza facendo queste barzellette infantili viene dalla sua partecipazione alla P2 con la tessera 1816. Chissà se sia un residuo dei giorni in cui Lei, forse, ridacchiava con Licio Gelli sugli stessi eventi, visto che il suo venerabile maestro fu uno degli assessori dell’ammiraglio Massera, ideatore dei voli della morte.

Ricordi, sig. Berlusconi, che durante tutta la durata della dittatura militare in Argentina, l’ambasciata italiana fu chiusa con transenne per evitare l’ingresso delle persone che vi cercavano rifugio. Una vergogna che non dimentichiamo. Ricordi, sig. Berlusconi, che se l’Italia si è guadagnata un posto speciale nel cuore degli argentini fu semplicemente per come hanno agito alcuni funzionari italiani, in modo totalmente personale e disubbidendo “ordini superiori”, facilitando rifugio e conforto ai rifugiati argentini, rischiando pesantemente vita e carriera. Sono queste persone, che agendo in silenzio e con modestia, resteranno sempre nella nostra memoria collettiva; non Lei che, per appartenere alla Logia P2, potremo considerare complice del genocidio perpetrato dai militari in nostro Paese.

Recuerde sr. Berlusconi que los “vuelos de la muerte” en Argentina, durente 1976 y 1983, llevaban opositores, personas salvajemente torturadas y drogadas para ser tiradas vivas al mar para hacerlas desaparecer.
Abra bien las orejas, sr. Berlusconi, no se permita más decir sus chistecitos estúpidos sobre nuestros desaparecidos. Usted no tiene la estatura necesaria ni los méritos para hacerlo impunemente. Nosotros nos negamos a soportar pasivamente su ironía de cabaret sobre los trágicos eventos que llevaron a la desaparición forzada de 30.000 personas en Argentina. Rechazamos enérgicamente este modo banal de obtener fáciles risitas del público para mantener su imagen "simpática".
Posiblemente la ligereza que Ud. usa diciendo estos chistecitos viene de su participación en la P2 con el carnet 1816. Quizás si no sea un residuo de los días en que Ud., posiblemente, comentaba alegremente estos eventos con Licio Gelli, visto que su venerable maestro fue uno de los asesores del almirante Massera, creador de los vuelos de la muerte.

Recuerde, sr. Berlusconi, que durante toda la duración de la dictadura militar en Argentina, la embajada italiana estuvo cerrada con vallas para impedir el ingreso de las personas que allí buscaban un refugio. Una vergüenza que no olvidamos. Recuerde, sr. Berlusconi, que si Italia se ganó un lugar especial en el corazón de los argentinos fue simplemente por como han actuado algunos funcionarios italianos, en modo totalmente personal y desobedeciendo “órdenes superiores”, facilitando refugio y conforto a los refugiados argentinos, arriesgando pesadamente su vida y su carrera. Son estas las personas, que actuando en silencio y con modestia, quedarán para siempre en nuestra memoria colectiva; no usted que, por pertenecer a la Logia P2, podremos considerar cómplice del genocidio perpetrado por los militares en nuestro país.

18 febbraio 2009

Otro chistecito del Berlusca


El miembro 1816 de la logia masónica P2 sigue su saga de pelotudeces gratuitas (?). Con un cinismo rayano en la taradez mental...

"HABLÓ IRONICAMENTE DE LOS VUELOS DE LA MUERTE"
Las Abuelas de Plaza de Mayo están ofendidas por los dichos de Berlusconi
La presidenta de Abuelas de Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, dijo que las abuelas se sienten "ofendidas" por los dichos del primer Ministro italiano, Silvio Berlusconi, ya que "habló irónicamente de los vuelos de la muerte" de desaparecidos argentinos, durante un encuentro político en Cerdeña.

"Las abuelas estamos ofendidas, sobre todo porque para los argentinos ha habido siempre desde Italia una gran solidaridad, tanto de parte de los gobiernos anteriores como de parte de la Justicia", manifestó Carlotto.
La titular de la agrupación de derechos humanos dijo haber recibido de parte de un medio italiano la copia de las palabras pronunciadas por Berlusconi en Cerdeña el fin de semana.
Según la prensa de ese país, Berlusconi se refirió a la etapa de los llamados `vuelos de la muerte' como "bellas jornadas, los hacían descender de los aéreos".

Carlotto consideró a la misma como "una frase sumamente lesiva para el sentimiento de los argentinos en general y de los familiares en particular", ya que "habló irónicamente de los vuelos de la muerte".
La titular de Abuelas anticipó que los organismos "vamos a reaccionar", y que se presentarán ante la Secretaría de Derechos Humanos, la Cancillería, y la Embajada de Italia en Argentina.
"Vamos a pedir que Berlusconi aclare o rectifique sus dichos; y si se queda en sus trece, recibirá nuestro repudio",señaló.

De todas maneras, Carlotto dijo que "no sorprenden" las palabras de Berlusconi, ya que "siempre tiene esa cosa payasesca de usar términos irónicos y tangencialmente muy ofensivos. A nosotros nos duele muchísimo que él se arrogue el derecho a la ofensa", dijo.

17 febbraio 2009

Giustizia di regime


«Si va verso una giustizia segreta e non controllabile dai cittadini e questo non è certo positivo per un Paese democratico. Oggi è proprio un giorno buio per la giustizia italiana».«È l'ennesimo strappo oltre a quello dello strumento delle indagini anche al diritto di cronaca». «Inoltre si crea un regime di terrore verso la pubblicazione». «Ora i giornalisti dovranno andare in giro sempre con l'avvocato...».

Giustizia oscurantista e segreta
Questi i punti principali del Ddl:

GRAVI INDIZI DI COLPEVOLEZZA - Il Pm potrà chiedere l'autorizzazione a intercettare solo in presenza di "gravi indizi di colpevolezza". Nelle indagini di mafia e terrorismo basteranno "sufficienti indizi di reato". La richiesta dovrà essere autorizzata da un Gip collegiale del capoluogo del distretto. Ma il giudice dovrà poi compiere una sua valutazione autonoma del caso.

VIA IL MAGISTRATO CHE PARLA TROPPO - La toga che rilascia «pubblicamente dichiarazioni» sul procedimento che gli viene affidato ha l'obbligo di astenersi. E dovrà essere sostituito se iscritto nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d'ufficio. Il suo nome non potrà essere citato.

OMESSO CONTROLLO, ARRESTO FINO A UN ANNO - Il ddl prevede l'arresto fino a un anno e l'ammenda da 500 a 1.032 euro per pubblici ufficiali e magistrati che omettano di esercitare «il controllo necessario ad impedire la indebita cognizione o pubblicazione delle intercettazioni.

DIVIETO DI PUBBLICAZIONE - Per i media le indagini diventeranno 'top secret'. Non si potranno più pubblicare gli atti dell'indagine preliminare, neanche l'iscrizione nel registro degli indagati di qualcuno, o quanto acquisito al fascicolo del Pm o del difensore, fino al termine dell'udienza preliminare. Anche se gli atti non saranno più coperti da segreto.

NO A NOMI E IMMAGINI DEI PM - Il ddl prevede lo stop alla pubblicazione di nomi o immagini di magistrati "relativamente ai procedimenti e processi penali a loro affidati", salvo che l'immagine non sia indispensabile al diritto di cronaca.

CARCERE PER I GIORNALISTI - Torna il carcere per i giornalisti. Con due emendamenti approvati in extremis è prevista la pena da uno a tre anni per chi, "con volontà di dolo", pubblica intercettazioni per le quali sia stata ordinata la distruzione o relative "a conversazioni o flussi di comunicazione riguardanti fatti e circostanze o persone estranee alle indagini di cui sia stata disposta l'espunzione". Aumentano anche le sanzioni per gli editori, fino a 370mila euro per chi pubblica violando gli obblighi di legge.

REATI INTERCETTABILI - Sul punto la legge attuale cambia poco. Potranno essere intercettati tutti i reati con pene superiori ai 5 anni, compresi quelli contro la Pubblica Amministrazione; ingiuria; minaccia; usura; molestia; traffico-commercio di stupefacenti e armi; insider trading; aggiotaggio; contrabbando; diffusione materiale pornografico anche relativo a minori.

INTERCETTAZIONI AMBIENTALI - Si potranno usare le "cimici" solo per spiare luoghi nei quali si sa che si sta compiendo un'attività criminosa. Unica eccezione per i reati di mafia, terrorismo e per quelli più gravi.

LIMITI DI TEMPO - Non si potrà intercettare per più di 60 giorni: 30 più 15 più 15. Per reati di criminalità organizzata, terrorismo o minaccia col mezzo del telefono si può arrivare a 40 giorni prorogabili di altri 20.

PROCEDIMENTO CONTRO IGNOTI - Le intercettazioni potranno essere richieste solo dalla parte offesa e solo sulle sue utenze. L'opposizione contesta il fatto che non si possa più intercettare nei casi di violenza sessuale perchè le indagini richiedevano intercettazioni di tipo esplorativo per l'individuazione dei responsabili. Potranno essere acquisiti però documenti relativi al traffico telefonico per capire chi fosse presente sul luogo del delitto.

ARCHIVIO RISERVATO E DIVIETO DI ALLEGARE VERBALI AI FASCICOLI - Le telefonate e i relativi verbali saranno custodite in un archivio presso la Procura. I procuratori avranno il potere di gestione e controllo dei centri di intercettazione e di ascolto.

DIVIETO DI UTILIZZO IN PROCEDIMENTI DIVERSI - Le intercettazioni non potranno essere usate in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte. Salvo i casi di mafia e terrorismo.

STOP A RIPRESE TV - Non si potranno più fare riprese tv nelle aule giudiziarie, a meno che tutte le parti non siano d'accordo.

16 febbraio 2009

La legge della cosca



Per Marco Travaglio - da Voglioscendere.it
"Buongiorno a tutti.
Partiamo da qua: dalla relazione della Corte dei Conti all'inaugurazione dell'anno giudiziario della giustizia amministrativa che, se siete interessati, potete trovare sul sito cortedeiconti.it.

E' una relazione agghiacciante per quanto riguarda il sistema della corruzione in Italia e per quanto riguarda gli sperperi del denaro pubblico nei settori delle consulenze, della sanità, dei rifiuti.

Si parla di enormi quantità di denaro pubblico che se ne vanno: noi continuiamo a pompare i soldi delle nostre tasse dentro un acquedotto bucato, pieno di buchi, una specie di groviera e i soldi escono a tutti i livelli senza arrivare quasi mai a destinazione.

Se voi leggete questo rapporto e poi leggete di che parlano i giornali e i politici, vi rendete conto del perché questo acquedotto, se non si cambiano radicalmente le cose, è destinato a perdere sempre più acqua e noi siamo destinati a non vedere più alcun risultato rispetto agli enormi sforzi che siamo chiamati a fare contribuendo alle spese di uno Stato che ormai non esiste più.

Perché i giornali, preso atto di quello che dice la Corte dei Conti, dovrebbero, in un paese normale e serio, registrare dichiarazioni allarmatissime dei politici e del governo ma soprattutto dell'opposizione con delle proposte concrete per tamponare questa enorme emorragia di soldi pubblici che fa dell'Italia il Paese più corrotto dell'Occidente, come ha detto anche l'ambasciatore americano Spogli lasciando l'Italia - “Paese corrotto” -, come dicono tutte le ricerche internazionali, come dice un grande giornale tedesco in questi giorni che ha definito l'Italia “stivale putrido”.

Invece, non c'è traccia anche di un minimo tentativo di rimediare a questa drammatica denuncia della Corte dei Conti, anzi si sta lavorando per praticare altri fori e voragini nell'acquedotto dei soldi nostri.Soprattutto, si sta lavorando per cercare di impedire in tutti i modi che le forze dell'ordine e la magistratura riescano a scoprire chi pratica questi fori e chi succhia i nostri soldi dalla conduttura.

14 febbraio 2009

La UNESCO en la ESMA


LA UNESCO CREO EN LA ESMA EL CENTRO INTERNACIONAL DE PROMOCION DE LOS DERECHOS HUMANOS
Un espacio mundial para cultivar la vida
Del acto participaron el canciller Jorge Taiana, el ministro de Educación, Juan Carlos Tedesco; de Justicia, Seguridad y Derechos Humanos, Aníbal Fernández; el pianista Miguel Angel Estrella; Nora Cortiñas, de Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora; Hebe de Bonafini, de la Asociación Madres de Plaza de Mayo, y la presidenta de Abuelas, Estela de Carlotto. “En medio de tanto dolor, tanta tragedia, desolación y muerte, estas mujeres de pañuelo blanco reconstruyeron la dignidad del país”, las elogió la Presidenta. Luego ponderó “la labor incansable, inclaudicable, infatigable de estas mujeres que siguen buscando en cada uno de los nietos”, y destacó que se trata de los nietos “de todos los argentinos”.

La creación del Centro Internacional para la Promoción de Derechos Humanos, que funcionará en el ex predio del mayor centro clandestino de detención de la Armada Argentina, se aprobó por el voto unánime de los miembros del Consejo Ejecutivo de la Unesco el 13 de octubre pasado. Su objetivo central es “promover la profundización del sistema democrático, la consolidación de los derechos humanos y la prevalencia de los valores de la vida, la libertad y la dignidad humana”. También “la investigación científica en relación con la desaparición forzada de personas, la tortura y el exterminio”.

Carta de un padre nuevo


Textual
Esta carta la escribió Antonio Domingo García, cuando se enteró de que iba a tener a su primera hija. “Para saber quiénes eran mis padres pueden leer esa carta”, dijo ayer Juliana García Recchia, cuando anunció la recuperación de su hermana.

23/V/1973
Querida Juliana, o querido Ezequiel:
Hace unos pocos días que sabemos, mamá (¡qué lindo que suena mamá!) y yo de tu existencia, de que estás entre nosotros. Sos muy poca cosa; tan poca, que todavía ni tenés cerebro. Sin embargo, no te imaginás todo el bien que nos traés, todo lo que ya te queremos. Hoy estoy en una jornada con chicos y chicas de 3º comercial del Pío XII. Uno de los pocos momentos tranquilos que hay, y por eso estoy escribiendo. Un poco para pensar mientras corre la lapicera. Quiero contarte un poco de tus padres. De cómo somos, qué sentimos.

Beatriz y yo somos bastante despelotados. Vivimos a las corridas, viéndonos poco, o al menos no todo lo que quisiéramos; no porque andemos detrás del coche o del departamento, como andan casi todos. Sino simplemente, o grandemente, porque pensamos que nuestra vida para adentro no sirve. Que si vivimos, vivimos para los demás, para el hermano. Pese al egoísmo que tenemos adentro y que nos jode y no nos deja ser todo lo entregados que quisiéramos. En esa vida hacia fuera se conjuga todo nuestro ideal, aquello por lo que nos sentimos mutuamente atraídos, y que hizo que comenzáramos a caminar juntos. Ese amor hacia el otro, un amor-teórico en un principio, cuando los dos lo canalizábamos dentro de la Iglesia se fue transformando en algo más concreto: el amor al otro hoy y aquí pasa por al amor político, por el compromiso con el pueblo, con el explotado, con el pobrerío, con esos millones de hombres que sufren por un mundo mejor aquí, en la Argentina y en esta querida América latina, la Patria Grande. Ese amor concreto al pueblo se hace real en el peronismo, que abrazamos al principio con muchas dudas, y del que ahora, por suerte, es imposible salir, porque es parte de nosotros.

Ese compromiso justifica las corridas, los afanes, el trabajo de cada día o los días gloriosos como el 17 de noviembre del ’72 o este 25 de mayo que se avecina. Ese compromiso es, o quiere ser total, de cada cosa de nuestra existencia, desde compartir el tiempo o la guita, hasta estar dispuestos a dar la vida así, bien en concreto, por esa Patria nueva, la Patria Justa, libre, soberana: socialista. Esa patria para todos.
Esas cosas son nuestra vida hasta ahora; una vida en el fondo feliz pese, repito, a todas las jodas. A la rutina, principalmente.

Y en ese momento hasta ahora de los dos, aparecés vos, hijo, o hija, en el momento justo (y pienso en el significado de Ezequiel: enviado por Dios, con todo lo simbólico que contiene). Nuestra vida quiere abrirse, decía. Si queda entre los dos se agota, se marchita. Sin la apertura de esa vida éramos algo incompleto. En lo profundo, éramos dos que enfrentábamos las cosas. Ahora somos TRES (no más, ¿no es cierto?). Nuestro amor se abre, florece, da frutos.

Te das cuenta, querido/a, todo lo que significás, toda la inmensa alegría que nos venís a traer. No es casual que a partir de vos tu mamá y yo nos sentimos mucho mejor, plenificados. Sé que no van a faltar dificultades. Que el hombre viejo, egoísta, no desaparece así nomás en un tipo jodido como yo. Que muchas veces vamos a extrañar la comodidad del ser-dos. Pero pese a todo eso sos muy bienvenido/a. Sos aquello que nos hizo llorar juntos a mares, muy abrazados, cuando tomamos conciencia de que estabas. Aquello que nos hace brillar los ojos, o besarnos sin sentido. Aquello, en fin, que nos hace salir la dicha por la lapicera, porque adentro ya no hay más lugar.

Gracias por venir, hijo/a. Gracias a Dios que te envía. Que nosotros no te fallemos. Que podamos cumplir con lo que debe ser: ayudarte para que seas PERSONA, HOMBRE-PARA-LOS-DEMAS. Que nunca tengas que avergonzarte de nosotros. Que no te defraudemos. Que sigamos hasta el fin.
Con todo el orgullo y el amor que rebosa en este momento, tu padre. Antonio

Se recuperó la nieta nº 97

Otra hija de desaparecidos recuperó su identidad
Las Abuelas de Plaza de Mayo con enorme alegría queremos dar a conocer el encuentro y restitución de la identidad de otra hija de desaparecidos. Se trata de la hija de Beatriz Recchia y Domingo García, desaparecidos en 1977.

Los padres
Antonio nació el 15 de marzo de 1947 en la ciudad de Buenos Aires. Hizo la escuela primaria como pupilo en un colegio en González Catán y el secundario en el Colegio Marín en San Isidro. Se recibió de maestro y ejerció la docencia. Después, comenzó a cursar el Profesorado de Historia y Geografía.
Beatriz nació el 17 de mayo de 1949 en Florida, zona norte del gran Buenos Aires. Cursó sus estudios primarios en la Escuela Nº 10 de Munro y el secundario en un colegio religioso, en el barrio porteño de Belgrano. Estudió para ser maestra jardinera y ejerció como tal en el Jardín Jean Piaget.
Se conocieron en un taller de Historia. Desde los grupos católicos pasaron a la militancia en barrios. Se casaron en enero de 1972. Juliana, la primera hija, nació el 30 de diciembre de 1973.
Ambos militaban en la organización Montoneros. Sus compañeros los conocían como "Tina" y "Nito" o "Sebastián". Durante un breve lapso también los llamaron "Inés" y "Rogelio". Fueron secuestrados en su domicilio de Villa Adelina el 12 de enero de 1977. Antonio fue asesinado durante el operativo y sepultado al día siguiente como NN en el Cementerio de Boulogne. En 1978 la policía bonaerense confirmó oficialmente a la familia el destino de los restos. Beatriz estaba embarazada de cinco meses al momento del secuestro. Pensaban llamar Ignacio al bebé que esperaban si era varón. La joven fue vista por sobrevivientes en el CCD "El Campito" de Campo de Mayo. Allí nació su hija en el mes de mayo de 1977.

LA HIJA DE ANTONIO DOMINGO GARCIA Y BEATRIZ RECCHIA ES LA NIETA 97 IDENTIFICADA POR LAS ABUELAS
“Fue un embarazo que duró 32 años”
El caso se resolvió a través de una causa judicial a cargo de la jueza Sandra Arroyo Salgado, quien debe definir la situación de los apropiadores. La joven conoció ayer a su hermana, Juliana García Recchia.
Por Victoria Ginzberg - Página12


Los ojos cansados pero brillantes de Juliana García Recchia decían casi todo. Sus lágrimas y su risa, el resto. Por la mañana había visto a su hermana. La había abrazado. Y había esperado 32 años para eso. “Yo recuerdo la panza de mi vieja. Yo tocaba a mi hermana a través de la panza. Ese contacto físico... no hay palabras. No puedo creer que nos hayan robado esto, que nos hayan robado 32 años”, dijo en la casa de las Abuelas de Plaza de Mayo. Así se anunció la identificación de la hija de Antonio Domingo García y Beatriz Recchia, que hasta ayer estaba desaparecida.

El 12 de enero de 1977, efectivos del Ejército vestidos de civil irrumpieron en la casa en la que vivían García y Recchia en Villa Adelina. El era maestro y ella maestra jardinera y se habían conocido en un taller de historia. Participaban de grupos católicos, de allí pasaron a militar en barrios y luego en la organización Montoneros. Los vecinos de su casa de Villa Adelina relataron que en el operativo hubo unos treinta militares y que se produjo un tiroteo. García fue asesinado y enterrado como NN en el cementerio de Boulogne. Recchia, que estaba embarazada de cinco meses, fue secuestrada y llevada al Campito, el centro que funcionó en Campo de Mayo. No hubo más noticias de la mujer y de la niña que parió en cautiverio. En la vivienda de Villa Adelina también estaba Juliana, de tres años, la hija mayor del matrimonio, que fue entregada a su abuela materna ese mismo día. La hija menor, que nació en una maternidad clandestina, se convirtió en el caso 97 resuelto por las Abuelas de Plaza de Mayo.

La identificación se hizo a través de una causa judicial que está a cargo de la jueza federal de San Isidro Sandra Arroyo Salgado, quien ordenó un análisis de sangre sobre una joven que los abogados de Abuelas señalaron como posible hija de desaparecidos. El resultado del estudio de ADN realizado por el Banco Nacional de Datos Genéticos del Hospital Durand llegó el jueves y ayer Juliana y su hermana se enteraron de que había dado positivo.

“Soy la persona más feliz del mundo. Los mejores momentos de mi vida tienen que ver con los nacimientos, con los nacimientos de mis hijas y con el de mi hermana. Mi hermana nació hoy, cuando supo que era hija de Antonio Domingo García y Beatriz Recchia. Fue un embarazo de 32 años que tuvo mi vieja y fuimos varios los parteros. Esto es una búsqueda de todos”, dijo Juliana, rodeada de mircófonos, con la voz quebrada pero segura. Estela Carlotto, al abrir la conferencia de prensa, había señalado que se trataba de “una historia de perseveraciones, de Abuelas y de nietos que buscan a sus hermanos y se buscan a ellos también”. Este caso volvió a dejar en evidencia el rol activo en la búsqueda de sus hermanos que tienen los hijos de desaparecidos: Juliana trabaja desde hace años en Abuelas de Plaza de Mayo. “Me desespera haber perdido esos 32 años con mi hermana, me desesperan que las abuelas y los otros familiares no tengan esta posibilidad del encuentro; mis cuatro abuelos no la tuvieron porque se murieron en el camino. Tenemos que encontrarlos a todos.”

A pesar de sentirse como en el aire (“No caigo, no caigo”, les decía a todos), Juliana fue clara en pedir que los detalles del encuentro con su hermana fueran preservados. Solicitó, además que no se difundiera el nombre con el que la joven vivió estos 32 años (N. de R: por eso no se mencionan aquí ni ese dato ni la identidad del apropiador). “Cada uno debe hacerse cargo de las cosas que hizo”, se limitó a decir cuando le preguntaron por la situación de los apropiadores. Carlotto agregó: “Un apropiador es un delincuente. Acá y en cualquier lugar del mundo”. Arroyo Salgado deberá expedirse sobre el tema.

Juliana se tomó un momento para reclamar por los cuatrocientos casos de hijos desaparecidos que siguen sin saber quiénes son: “A veces siento que estamos jugando a las escondidas. Que en el caso por caso no vamos a poder llegar a todos. Acá hubo un genocidio, un plan sistemático de apropiación, no podemos seguir por el caso por caso. Hay que pensar qué hacemos. Hay una generación entre el ’75 y el ’80 cuya identidad está en duda”.

11 febbraio 2009

Ci provano sempre


Un fascismo senza divisa
Dopo la morte di Eluana Englaro e i provvedimenti del governo in materia di sicurezza
Testimonianza di Massimo Ottolenghi (Torino - 1915), decano dell’Ordine degli avvocati di Torino

Situazione triste e allarmante quella in cui versa il nostro Paese: sono angoscianti le analogie con le vicende che io, testimone ultranovantenne, ho già vissuto sotto il fascismo, e che oggi non posso e non devo tacere.

La grave crisi finanziaria si presenta di nuovo come occasione per scardinare lo Stato di diritto. E offre la tentazione di svincolare il potere da qualsiasi ostacolo e controllo conclamando, nel caso di Eluana Englaro, il trionfo di un’invocata legge naturale o divina in spregio alle sentenze definitive dei supremi organi giudiziari.

La crisi si presta a individuare come nemici la Costituzione e i “diversi”, che appaiono come la fonte di tutti i guai, mentre il Parlamento è costituito da rappresentanti designati dalle segreterie di partiti anziché essere eletti dal popolo, così come era costituita la Camera delle Corporazioni durante il Fascismo.

Inoltre, con i nuovi provvedimenti avviati dal governo, la giustizia viene spogliata dal potere di avviare le indagini su notizie di reato; potere che viene invece conferito alla polizia giudiziaria, soggetta direttamente all’esecutivo. Nel contempo la polizia, depotenziata di mezzi, viene umiliata dal controllo di costituende ronde di volontari designati dai partiti: una nuova milizia costituita da squadre di tifosi e di facinorosi così come è accaduto sotto il Fascismo. E per controllare l’opinione pubblica e trasformare l’informazione in propaganda, non sarà più permesso divulgare prima del processo i contenuti delle intercettazioni sebbene messe a disposizione delle parti.

Si tende infine a trasformare i cittadini in delatori, a cominciare dai medici, che ora sono indotti a denunciare gli immigrati irregolari, in violazione dei loro principi deontologici. Mancano solo i capifabbricato e la taglia sui diversi. Non occorre neppure la marcia su Roma né il Concordato: bastano un nuovo uomo della Provvidenza e un Papa re.

Guardiamo anche sotto il tappetto


Bestie dalle due parti
Ricordare i massacri delle foibe senza menzionare i crimini di guerra commessi dagli italiani in Jugoslavia è guardare la storia con un solo occhio. Così facendo si continua ad alimentare la divisione dei popoli e l’odio razziale ed ideologico. Sempre c’è uno che lancia la prima pietra. Nel nome della civiltà non possiamo essere orbi. La violenza chiama sempre la violenza. (continua) (Fare click qui per leggere tutto l'articolo)

9 febbraio 2009

«Ora basta!»



L'appello con un invito a partecipare

Sabato 21 febbraio, alla manifestazione pacifica contro i provvedimenti del Governo sul caso Englaro, lanciato da Lorenza Carlassare, Andrea Camilleri, Furio Colombo, Umberto Eco, Paolo Flores d'Arcais, Margherita Hack, Pancho Pardi, Stefano Rodotà.

«La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa la vita appartiene solo a chi la vive. Il decreto legge di Berlusconi, trasformato in disegno di legge dopo che il presidente Napolitano, da custode della Costituzione, ha rifiutato di firmarlo, vuole sottrarre al cittadino il diritto sulla propria vita e consegnarlo alla volontà totalitaria dello Stato e della Chiesa. Rendendo coatta l'alimentazione e l'idratazione anche contro la volontà del paziente, impone per legge la tortura ad ogni malato terminale.

Al governo Berlusconi che ha ormai dichiarato guerra alla Costituzione repubblicana, è dovere democratico di ogni cittadino opporre un fermo “Ora basta!”.

Per dire sì alla vita e no alla tortura, per dire sì alla Costituzione e no al progetto di dittatura oscurantista, per dire sì al Presidente che sostiene la Costituzione contro chi la viola, la svilisce, la insulta, chiediamo a tutti i democratici di auto-organizzarsi per una grande e pacifica manifestazione, senza bandiere di partito, solo con la passione e l'impegno civile di liberi cittadini,
a Roma, a piazza Navona, sabato 21 febbraio alle ore 15».

Lutto



Eluana Englaro se ne è andata con dignitá, lasciando la destra aggressiva in mezzo ad una seduta inutile.


Finisce cosí un lungo processo per far valere i diritti a scegliere liberamente di non sottopporsi a cure od a accanimento terapeutico. Eluana esce e si libera dell'altro accanimento: quello della manipolazione ed istrumentalizzazione politica ed ecclesiastica. Si libera degli avvoltoi che non hanno riguardi in confronto del dolore e delle scelte di una famiglia e che fanno i propri conti con l'audience che ottengono con le loro dichiarazioni. Per questa destra di Luna Park oggi tutto è valido per ottenere consensi che servano a far la scalata alla presidenza del Paese. Eluana lascia un Paese governato da balordi che si arrogano il diritto di decidere sulla volontá altrui, sul corpo altrui, sulla vita e sulla morte altrui. Noi restiamo qui, a convivere con questi mostri, con questi sciacalli, con questi cinici che ci governano ma che hanno dimostrato non avere rispetto per la volontá e sentimenti delle persone.

Eluana, buon viaggio.

8 febbraio 2009

El judío que se odia a sí mismo


Soledades

Por Juan Gelman
No se trata de “la soledad de dos en compañía”, que tanto le pesaba a Campoamor, sino la del que nada contra la corriente. La lista de esas soledades puede ser muy larga en este mundo cada vez más deshumano. La de los judíos no israelíes disconformes con las políticas de Tel Aviv es una de ellas. Se conoce la trampa: quien critica la matanza de Gaza –un ejemplo– es antisemita y el judío que lo hace es “un judío que se odia a sí mismo”. Siendo así, quien denuncia las matanzas de las dictaduras africanas corre el riesgo de ser tildado de racista.

Anders Carlberg, presidente de la comunidad judía de Gotemburgo, Suecia, ha señalado un aspecto del problema: “Las pequeñas comunidades judías típicas del norte de Europa se encuentran en un dilema. A pesar de su identificación con Israel, y su certeza de que tiene derecho a proteger a sus ciudadanos de ataques que ponen en riesgo sus vidas, muchos judíos europeos se sienten incapaces de justificar el bombardeo de escuelas y de las áreas urbanas densamente pobladas de Gaza con base en el principio de la defensa propia. La inocencia de la niñez es universal y compartimos la responsabilidad por los niños del mundo con el resto de la humanidad” (Ha’aretz, 16-1-09). ¿Qué les queda a esos judíos europeos? El silencio de una conciencia turbada.

Esto no significa que son justificables los incendios de sinagogas que se produjeron en distintos países. No deja de ser cierto, sin embargo, que los más de 1300 muertos de Gaza, en su mayoría civiles y sobre todo niños, son el resultado de una decisión del gobierno de Olmert y que esa decisión abrió el espacio para que tuvieran lugar esas manifestaciones en el marco de un sentimiento generalizado de repudio. Cabe preguntarse quién es entonces el responsable de estas acciones verdaderamente antisemitas.

Tel Aviv repite su válido argumento: la invasión a Gaza fue la respuesta al constante repiqueteo de los misiles que Hamas envía al sur de Israel. Lo dijo también Barack Obama: “Si alguien lanzara cohetes sobre mi casa donde mis dos hijas duermen cada noche, yo haría todo lo que está a mi alcance para que eso se termine”. Le respondió el periodista francés Michel Collon: “¿Proteger a sus hijas? ¡Cómo lo comprendo! Pero, para ser totalmente correcto con ellas, ¿no debería usted contarles la historia de esa casa? ¿Decir que usted se la robó a los propietarios? ¿Y también el jardín y todos sus alrededores? ¿Y que usted obligó al antiguo propietario a vivir en la casilla del perro? Pues exactamente eso es lo que ha hecho Israel robando a los palestinos sus casas y sus tierras y forzándolos a vivir en campos de refugiados” (
www.michelcollon, info, 13-1-09). Mientras continúe el cerco de Gaza, donde l,5 millón de personas se consumen literalmente de hambre y sed, el pueblo palestino será un pueblo agredido.

El escritor francés Jean-Moïse Braitberg debe haber entrado en la categoría de “judío que se odia a sí mismo”: dirigió una carta al presidente de Israel para pedirle que el nombre de su abuelo Moshe –gaseado en Treblinka en 1943– sea retirado del Memorial de Yad Vasehm erigido en memoria de las víctimas de la Shoá. “Le solicito que acceda a esta demanda –dice la carta– porque lo que sucedió en Gaza y, en general, la suerte destinada al pueblo árabe de Palestina desde hace 60 años, a mi juicio descalifica a Israel como centro de la memoria del mal infligido a los judíos y, por ende, a la humanidad entera” (Le Monde, 28-1-09).

Sir Gerald Kaufman, miembro veterano del Partido Laborista inglés, exigió en un debate de la Cámara de los Comunes sobre Gaza que Londres impusiera un embargo de armas a Israel. Fundamentó así su demanda: “Mi abuela yacía enferma en la cama cuando los nazis entraron en su casa y un soldado alemán la mató a tiros. Mi abuela no murió para darles cobertura a los soldados israelíes que matan abuelas palestinas en Gaza. El gobierno israelí actual explota impiadosa y cínicamente el sentimiento de culpa de los gentiles por la matanza de judíos en el Holocausto para justificar las muertes de palestinos que causa” (
www.noquarter.usa.net/blog, 18-1-09). Sir Gerald, que recibió una educación judía y sionista ortodoxa durante su niñez en Polonia, señaló que la alegación de que muchas de las víctimas palestinas eran militantes era idéntica “a la de los nazis” y agregó: “Supongo que los judíos que lucharon en el ghetto de Varsovia habrían sido motejados de militantes”.

La tragedia de Gaza no tiene un cese a la vista. Benjamin Netanyahu –-posible triunfador en las elecciones israelíes del 10 de febrero próximo–- manifestó que la ofensiva contra Hamas “no había ido demasiado lejos” y que “no habrá más alternativa que derribar al régimen de Hamas en Gaza”. Está claro.

7 febbraio 2009

Marginados que se van...


...porque eran vírgenes, y se llevan consigo todo su bagaje cultural. Los gobiernos son insensibles y la humanidad queda renga.
Marubos y mayorubas
Por Sandra Russo
Repaso mi cuaderno de notas y encuentro el mapa que hizo Débora Arisi, brasileña, antropóloga, ojos bien abiertos y celestes. A un costado de la carpa donde mujeres indígenas hacían un homenaje a la tierra ofreciéndole semillas, estábamos conversando con Jorge (léase yogyi) y Waki, jefes marubo y mayoruba, respectivamente. Son dos de las comunidades más grandes de la Amazonia, donde viven casi 300 etnias distintas. Un rato antes, yo estaba sentada en una de las gradas, con un aparatinho, así decía el locutor, del que “salían las voces de las traductoras”. El mío no andaba, y es que fallan muchas veces. Una mujer joven, con la cara limpia, se paró delante de mí para leer mi credencial, que decía “Imprensa”. Mi nombre y mi medio habían estado escritos con birome roja, que se fue destiñendo lluvia tras lluvia.
–¿Prensa? –me preguntó, sin saber mi idioma.
–¿Cómo? –yo estaba distraída con el aparatinho.
La mujer rubia sonrió, me agarró la mano y la estrechó con fuerza. Una manera cordial de obligarme a acercarme, porque el sonido ambiente obligaba a gritar.
–Soy Débora Arisi, soy antropóloga. Yo vivo con los marubo, de la zona del Javarí. Están en problemas, graves problemas. ¿Puedes hacerles una nota?

Le dije que sí. Tiró de mi mano y allí fui, siguiéndola por esa enorme tienda llena de indios de atavíos o desnudeces muy bellas. Llegamos a una tribuna en la que decenas y decenas de caras pintadas de rojo y negro nos miraron. Tenían las mejillas pintadas de negro y el rojo les tapaba la frente y los contornos de los ojos, como un antifaz.
–Ella es periodista de un buen periódico argentino. Va a hacerles una nota sobre la hepatitis –les dijo en un brasileño muy cerrado.
Las decenas y decenas de caras rojas y negras dejaron ver lo sepia de los dientes. Me sonrieron. Será una escena difícil de olvidar.
–Jorge, vamos afuera para poder hablar. Y Waki, tú también.
Mientras salíamos, me susurró:
–Waki es un jefe mayoruba muy importante.

El primero en hablar fue Jorge. Débora estaba tan nerviosa que no me traducía, más bien me repetía textualmente lo que Jorge iba diciendo. Y cada tanto me arrebataba el cuaderno en el que yo tomaba notas, y hacía listas explicativas, dibujos de plantas y mapas de diferentes regiones de la Amazonia. “8.544.444 ha”, leo ahora. Eso es la Amazonia.

Los marubo y los mayoruba son las principales etnias de la terra indígena vale do javari. La integran, según anotó Débora, os povos marubo, mayoruba, matis, kanamari, kalina, korubo. En las aldeas marubo de Lameirao, en los años ’80 entró el virus de la hepatitis. Todos ellos. A, B, C y Delta. Empezaron a morir.
En las riberas del río Javarí viven cerca de 3700 personas. Según Jorge, el 80 por ciento de ellas contrajo alguno de los virus. Jorge tiene los ojos enrojecidos. Hace apenas unas horas, desde un puesto cercano a su aldea, su hermano le dijo que tres de sus parientes están vomitando sangre. Ellos saben que es el principio del fin. Morirán sus parientes, como murió el 26 de enero Edilson Kanamari, un líder de 43 años, de hepatitis Delta.

No les llevan vacunas. La infraestructura sanitaria brasileña no llega a ellos. La piden a gritos. Han pasado, en estos años, a darles una dosis. Pero no llegan para la segunda o la tercera. De modo que esas 3700 personas no están inmunizadas, como podrían estarlo, como lo está la gente en las ciudades. Y esas personas que mueren de hepatitis no sólo se llevan su vida con ellos. Se llevan lo que queda de sus pueblos. Se llevan lo que sobrevivió a la selva y a la conquista. Jorge y Waki anuncian la inevitable extinción de los marubo y los mayorubas.

¿Qué piden? ¿Qué necesitan para garantizar la continuidad de sus linajes? Heladeras. Corriente eléctrica y heladeras donde guardar las vacunas ellos mismos o el puesto sanitario que necesitan. En 1996 creyeron que todo se terminaba. Ese año murieron 39 mayorubas de hepatitis en la aldea de Lobo. El virus, dicen, entró por Perú. Todas estas etnias vivieron siglos sin conocerlo.

Débora volvió a arrastrarme de un brazo hasta un enorme mapa de la Amazonia que estaba colgado en la carpa. Me mostró la región y dónde viven unos y otros. Las distancias son bestiales. Pocos pueblos tienen barcos con motor. Los otros usan el peque peque. Tardan cuatro, ocho, diez días para llegar a alguna parte a pedir ayuda. Ella está vacunada. Pero la malaria fue imposible evitarla. La contrajo cuando hacía poco que había llegado. Nombra a otro antropólogo que Jorge y Waki conocen, un tipo que vive en la selva porque está haciendo un trabajo sobre poesía mayoruba. Ya tuvo más de veinte malarias. De modo que en esta charla al costado de la carpa donde se lleva a cabo una actividad del Foro Social Mundial, la Amazonia se me entreabre de otra manera. Como un territorio abandonado, misterioso, algo que guarda lo secreto de lo virgen. Un territorio que todavía es la casa de muchas etnias aisladas que todavía no han sido “descubiertas”. Los korubo fueron “contactados” recién en 1996.

Pero también es un territorio al que van imantadas personas como Débora o el antropólogo poeta, gente con vocaciones rotundas, gente que vive su apostolado laico viviendo en tiendas precarias en la selva, ganándose la confianza de los pintados de rojo y negro recién cuando logran hablar su lengua. En la selva se habla el idioma de la selva. Y se aprende el brasileño para poder protestar.

6 febbraio 2009

L'ombelico sporco

In un Paese che si guarda costantemente l'ombelico è bene sentir parlare un giornalista che analizza con dettaglio la nostra realtà, e ci mostra come non siamo i migliori del mondo ma nemmeno i migliori di questa piccola parte del pianeta.
L’Italia contro se stessa
Pubblicato giovedì 4 dicembre 2008 in USA - Alexander Stille
[The New York Review of Books]
Gianni Alemanno, con un passato neofascista alle spalle, è stato eletto sindaco di Roma a fine aprile, due settimane dopo il ritorno al potere di Silvio Berlusconi e della sua coalizione con una consistente maggioranza ottenuta alle elezioni politiche nazionali. In seguito la stampa internazionale ha dato molta importanza alla folla di giovani neofascisti che ha fatto il saluto romano sui gradini del Campidoglio. Ma forse ancor più importante è stata la contemporanea parata di tassisti romani che suonavano trionfalmente il clacson, in giubilo non tanto per l’elezione dell’ex “bullo di quartiere” quanto per la sconfitta dell’amministrazione di centro-sinistra che aveva proposto di ampliare il numero delle licenze dei taxi. E’ risaputo che i taxi sono difficili da trovare a Roma. Il tentativo di migliorare i trasporti in città però andava contro gli interessi dei possessori delle licenze, che per i tassisti rappresentano un qualcosa di sicuro in un mondo incerto.

La celebrazione dei tassisti ci mostra un paese in conflitto con se stesso, paralizzato, malfunzionante, arrabbiato, pauroso, intensamente insoddisfatto. ma che non vuole intraprendere la via di un qualsivoglia cambiamento che minaccerebbe il delicato tessuto di privilegi di questo o quel gruppo protetto.

Un paese come l’Italia che è allo stremo a causa di un’imposizione fiscale pesante, ma che rimane in silenzio quando Berlusconi blocca la vendita della compagnia aerea nazionale, l’Alitalia, nonostante questa versi, come contribuente, in stato finanziario addirittura emorragico; un paese che detesta il governo, ma che si aspetta di avere un’educazione e un’assistenza sanitaria gratuita e che cerca vantaggi dalle opportunità offerte da un vasto sistema di patronato politico; un paese che si aggrappa al suo alto standard di vita e al suo welfare generoso, ma che fantastica di cacciare milioni di lavoratori stranieri che oggi producono qualcosa come il 10% del Prodotto Interno Lordo. La presenza lavorativa dei lavoratori stranieri è tuttavia la sola realistica speranza per il mantenimento del sistema pensionistico italiano in un paese in cui la popolazione diventa di anno in anno sempre più anziana. (continua. Fare click qui per leggere l'articolo completo)