
LA NOTIZIA
Spingono sull’acceleratore anche i due ministri Sacconi e Brunetta.
14 ottobre. Epifani: “E’ difficile trovare un accordo sulla riforma del modello contrattuale, perche’ la proposta della Confindustria fa diminuire i salari con il contratto nazionale e non estende neanche la contrattazione del secondo livello. Questo vuol dire che per la maggioranza dei lavoratori di un settore o di una categoria, con quell’impostazione, i salari non potranno aumentare”. A dirlo è il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani: ‘Abbiamo diversita’ di visione. Ma non trovo alternative al tenere fermo un principio che e’ quello della fedelta’ alla piattaforma, della fedelta’ al fatto che i lavoratori italiani non possono guadagnare di meno di quello che guadagnano oggi’.
15 ottobre. Marcegaglia: “Io e Bombassei abbiamo ricevuto un mandato pieno per chiudere la trattativa. L’obiettivo è chiudere con tutte e tre le sigle, anche con la Cgil. Ma il mandato non esclude altre ipotesi, cioè di proseguire, se necessario, per un accordo separato”. È questa la posizione della Confindustria sulla riforma dei contratti, annunciata dal presidente Emma Marcegaglia al termine dell’assemblea straordinaria della giunta dell’associazione degli industriali tenutasi oggi a Milano.“ Aspettiamo la Cgil – aggiunge Marcegaglia secondo quanto riportano le agenzie di stampa – , ma se poi non arriva si possono fare anche altre scelte”. Quanto ai tempi, il presidente di Confindustria ha sottolineato che “non possono essere infiniti. Ora il tavolo sarà allargato anche alle altre associazioni”.
LE RAGIONI DELLA CGIL
- Il documento programma la riduzione dei salari nel contratto nazionale, perché:
- il contratto durerà 3 anni, invece che 2;
- gli aumenti salariali potranno essere solo ed esclusivamente legati a un indice definito da un’autorità terza, che in ogni caso dovrà togliere l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime importate; ovvero le famiglie pagheranno l’inflazione derivante dal costo dell’energia più delle imprese perché su di loro peserà anche la riduzione degli aumenti retributivi, oltre che i maggiori costi nelle bollette e nel prezzo della benzina;
- gli aumenti salariali, legati una volta di più alla produttività, smentiscono tutte le lacrime piante dopo ogni tragica “morte bianca”: da un lato si afferma che la sicurezza sul lavoro è una priorità e dall’altro si spinge i lavoratori a ritmi di lavoro sempre più pressanti; flessibilità (precarietà), turni e ore di straordinario, per aumentare la produzione.
- gli aumenti si calcoleranno in ogni caso su una paga di riferimento più bassa di quella su cui oggi vengono calcolati gli aumenti contrattuali nelle principali categorie dell’industria; una riduzione del 15% per i meccanici, del 20% per i trasporti; del 30% per i pubblici dipendenti.
- il recupero di un’eventuale inflazione più alta di quella definita, avverrà sempre togliendo l’aumento dei costi della benzina e dei beni energetici;
- non ci sarà nessuna certezza della decorrenza del contratto nazionale dalla data di scadenza, si dovrà procedere esattamente come oggi con le una tantum, di fronte ai gravi ritardi nei rinnovi contrattuali.
- Confindustria, Cisl e Uil auspicano poi che ci sia la riduzione del peso del fisco sui salari, ma in realtà lo chiedono solo per il salario flessibile e non per quello certo e garantito a tutte e a tutti.
IN CONCRETO, CON UN’INFLAZIONE UFFICIALE AL 3,8% E CON UN AUMENTO REALE DEI PREZZI DI PRIMA NECESSITÀ INTORNO AL 6%, SULLA BASE DI QUESTE LINEE GUIDA SI FAREBBERO RINNOVI CONTRATTUALI CON AUMENTI ATTORNO AL 2%: OGNI ANNO SI AVREBBE UNA PERDITA DI POTERE D’ACQUISTO SULLE BUSTE PAGA.
- Sulla contrattazione aziendale (contratti di secondo livello), che dovrebbe essere quella che viene favorita dall’accordo, si stabiliscono invece vincoli, limiti e punizioni, che la rendono ancora più difficile rispetto ad oggi.Perché:
- tutto resta come prima, non c’è nessuna estensione della contrattazione né in azienda, né a livello territoriale;
- il salario dovrà essere ancora più flessibile e incerto di oggi, tanto è vero che già in alcune vertenze aziendali le imprese hanno detto no al consolidamento dei premi o all’aumento della parte fissa, usando il documento sottoscritto tra Confindustria, Cisl e Uil;
- è vietato chiedere nelle vertenze aziendali ciò che è stato già discusso nel contratto nazionale. Orari, precarietà, normative sull’inquadramento, non potranno essere più discusse a livello aziendale, pena “punizioni” per le organizzazioni e le rappresentanze che lo fanno.
- un lavoratore, se passa questa proposta, potrà avere un salario e dei diritti diversi a seconda del contratto di secondo livello che le parti sociali firmeranno per lui. Un modo originale per contrapporsi ai meccanismi di frammentazione che sono andati avanti in questi anni! Peccato che, aldilà delle intenzioni, oggi solo una ridotta parte di lavoratori sia coperta dal secondo livello di contrattazione.
- Tutto il sistema viene centralizzato, la Confindustria e le confederazioni sindacali firmatarie avranno il compito di controllare dall’alto tutto il sistema della contrattazione, nazionale e aziendale. L’arbitrato deciderà su eventuali controversie. Gli Enti bilaterali amministreranno sempre di più aspetti decisivi della condizione di lavoro.
- Passa per la prima volta il gravissimo principio per cui a livello aziendale o territoriale si possono fare sconti sul contratto nazionale. Così le imprese o i territori in difficoltà potranno minacciare la chiusura delle aziende o i licenziamenti per ottenere sconti e deroghe sulle condizioni minime stabilite nel contratto nazionale. E’ questo un meccanismo persino peggiore del ritorno alle gabbie salariali.
- Sugli appalti e le cessioni di ramo d’azienda si sostiene che va rafforzata la normativa senza dire in quale direzione. In un contesto in cui le esternalizzazioni e le delocalizzazioni sono all’ordine del giorno grazie all’attuale normativa c’è da restare interdetti.
- Non una parola, in questo documento, sul tema della democrazia sindacale, né per mettere in discussione il sistema delle Rsu che garantisce ai sindacati confederali il 33 per cento a prescindere dalla effettiva rappresentanza né, tantomeno, per imporre per legge il referendum tra i lavoratori per stabilire un mandato vero per la firma di un contratto.
Questo documento è un peggioramento delle stesse regole già negative dell’accordo del 23 luglio 1993 e, se applicato, porterà a una nuova riduzione dei salari per la grande maggioranza dei lavoratori mentre pochi potranno guadagnare qualcosa in più solo a prezzo di un maggiore sfruttamento.

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